Discorso delle Comete

Galileo's first published response to the comets of 1618, delivered by his student and collaborator as a lecture.

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            <title>Mario Guiducci's Discorso delle comete (1619): A Basic TEI Edition</title>
            <author>Galileo’s Library Digitization Project</author>
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                <orgName>the TEI Archiving, Publishing, and Access Service (TAPAS)</orgName>
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            <note>Based on the e-rara.ch copy at ETH Bibliothek Zürich.</note>
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               <title>Discorso delle Comete di Mario Guiducci fatto da lui nell'Accademia Fiorentina nel suo medesimo Consolato. In Firenze Nella Stamperia di Pietro Cecconcelli, Alle Stelle Medicee. 1619. Con licenzia de' superiori.</title>
               <author>Guiducci, Mario; Galilei, Galileo</author>
               <pubPlace>Florence</pubPlace>
               <publisher>Cecconcelli, Pietro</publisher>
               <date>1619</date>. 
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            <p>This TEI edition is part of a project to create accurate, machine-readable versions of books known to have been in the library of Galileo Galilei (1563-1642).</p>
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	<lb/>Discorso delle comete
	<lb/>DI MARIO GVIDVCCI 
	<lb/>FATTO DA LUI 
	<lb/>NELL' ACCADEMIA FIORENTINA 
	<lb/>NEL SUO MEDESIMO CONSOLATO. 
	<docImprint>lb/>IN FIRENZE
	<lb/>Nella Stamperia di Pietro Cecconcelli, Alle Stelle Medicee.1619.</docImprint>
	<lb/>CON LICENZIA DE' SVPERIORI</docTitle>
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<pb n="i recto"/>
<lb/>AL SERENISSIMO 
<lb/>LEOPOLDO ARCIDUCA D' AUSTRIA. 
<p>Io ho preso animo di dedicare a V. A. S. questo mio breve discorso delle comete, assicurato primieramente dal trovare appo di lei ne' riposi de' suoi reali affari luogo non vile il favor delle lettere, e in particolare la speculazion delle cose del Cielo, come oggetto più d' ogni altro proporzionato all' altezza della sua Mente, maggiore dello 'mperio, per cui l' augusta sua Casa domina così gran parte del Mondo. Oltre a questo mi hanno reso ardito l' eccessive significazioni d' affetto, che ella passando di Firenze si degnò di mostrare inverso'l Signor Galileo Galilei, Matematico, e Filosofo di questa Serenissima Altezza; poichè non essendo altro il principal fondamento di questi miei scritti, se non l' opinioni ch' egli ha tenuto delle comete; non ho dubitato punto di poterle comparire avanti con questa piccola offerta, come cosa, nella quale ha si gran parte quello ingegno sovrano cotanto stimato da lei. Finalmente più d' ogni altro mi ha fatto risolvere il desiderio di V.A. dimostrato con sue benignissime <pb n="i verso"/>lettere al medesimo Galilei d' intendere l' opinion sua intorno questa materia. Per le quali tutte cagioni ho sperato dalla benignità sua non solo aggradimento, ma protezione. Supplico dunque l' A. V. a soddisfare alle mie speranze, e riconoscere in me la divozion dovuta da tutto 'l Mondo all' eroica sua virtù, ma particolarmente da noi, i quali ci gloriamo d' esser sudditi, e vassalli della Serenissima Arciduchessa GranDuchessa di Toscana degna sorella di V. A. la quale, come feconda pianta in questo nostro terreno traslata, ha così felicemente que' frutti prodotti, ne' quali, come che non maturi, si riconoscono però i pregi della real stirpe Austriaca: la quale insieme con la Serenissima Persona di V. A. il Datore d' ogni bene per singulare interesse della Cristianità, segua di prosperare, si come nel prego con tutto l' animo, col quale a V. A. fo umilissima riverenza. </p>
<lb/>Di Firenze, il dì 8. di Giugno 1619. 
<lb/>Di V. A. Serenissima 
<lb/>Umilissimo, e divotissimo servo Mario Guiducci. 
<pb n="1"/>
<lb/>DISCORSO SOPRA LA COMETA. 
<p>Quantunque, Valorosi Accademici, la maravigliosa fabbrica di questa universal macchina del mondo sia esposta a gl' occhi di chiunque la vuol' riguardare, ne niuno ci abbia, che da così ammirabile spettacolo sia discacciato, ci ha nondimeno una parte, la quale essendo più veneranda dell' altre, non ammette dentro se qualsivoglia, ma solamente si può da coloro penetrare, i quali sono à una molto subblime dignità innalzati. Questo luogo così eccelso è la ragione, con la quale tutta questa artifiziosissima mole si governa, alla cui contemplazione solamente gl' iniziati nella filosofia vengono introdotti. Ma ne ancor' essi, quanto loro aggrada, possono gl' occhi per ciascuna sua parte affisare, avvenga che sia tanto grande lo splendore, che da tutti i lati vi si diffonde; <pb n="2"/>e così folta la caligine, che riempie la detta parte, ch' e' vi si confonda l' animo, e tanto, ò quanto ogni sua potenza vi si smarrisca. Onde essendo molto limitata la licenza d' estrarre da così ricco sacrario alcuna gioia di qualche notizia, quelli che qualcheduna ce ne hanno arrecato, deono, come fortunati, e dispensatori magnifici, esser tenuti in grande stima : sì come deono essere ancora scusati, se la scarsità del tempo, che è loro stato permesso di dimorare in tal luogo, non ha loro lasciato, quanto bisognava, scerre le cose migliori dalle peggiori, sì che talora, in vece della ragion d' un' effetto, che avevamo loro domandata, non ce ne abbiano portata un' altra. Ma, sì come eglino largamente meritano scusa, così non dobbiamo essere incolpati noi, se cotali ragioni diligentemente esaminando, tutte ugualmente non approviamo. Imperciocchè non è la mano, la quale le porge, che le ci renda pregiate, ma il peso, il colore, e tutte l' altre condizioni, per cui l' oro della verità si separa dall' alchimia, dalla mondiglia, e da tutte l' altre imposture. Ora quanto le nuove, o di rado veduto cose, svegghiano ne' nostri animi maraviglia maggiore, che le comunali, e consuete, tanto ad' apprenderne le cagioni debbono il nostro desiderio infiammare, e per conseguenza, intorno à quelle, che da altri son recate, o che alla nostra mente sovvengono fare il sopraddetto cimento. Onde essendo a' mesi passati un nuovo splendore in Cielo apparito, sì come è stato degno motivo della vostra maraviglia, così sarà al presente non indegno oggetto della vostra investigazione. Per la qual cosa proponendo quello, che in somiglianti accidenti di Comete hanno profferito gli antichi Filosofi, e moderni Astronomi, e le loro opinioni diligentemente esaminando, vedrete se elle lo' ntelletto vi appagano. Appresso vi porterò quanto io non affermativamente,<pb n="3 "/>ma solo probabilmente, e dubitativamente stimo in materia così oscura, e dubbia potersi dire : dove vi proporrò quelle conghietture, che nell' animo del vostro Accademico Galilei anno trovato luogo, le quali, traendo origine da quel nobile, e sublime ingegno, che, mediante il ritrovamento di tante meraviglie nel Cielo, ha non meno il presente secolo, che questa sua Patria illustrato; non dubito, che non vi debbano al pari delle altrui conclusioni esser graziose, e care. Così fosse conceduto à me di saperlevi vivamente spiegare, che io non pregerei meno la lode di essere stato buon copiatore, di quella, che hanno voluto usurparsi coloro, che d' altre sue opinioni si son voluti fare inventori, e fingersi Apelli, quando co' mal coloriti, e peggio lineati disegni loro, hanno dato a divedere, che e' non pareggiano nella pittura, ne anche i maestri di mezzano valore. </p>
<p>	Dico dunque che l' opinioni più celebri degli' antichi sono verisimilmente, oltre à quella d' Aristotile, le tre riferite da lui, d' Anassagora, e di Democrito, d' alcuni Pitagorici, o Stoici, e d' Ipocrate Chio, e d' Eschilo pur anch' essi Pitagorici. </p>
<p>	Fu parer d' Anassagora, e di Democrito, che le Comete fussero un gruppo di più Stelle erranti, le quali unissero insieme il lor lume, confermando ciò l' essersi nel loro disfacimento osservato alcune stelle apparire. </p>
<p>	Altri dissero la Cometa essere una stella, per così dire, coeva all' altre, anch' ella con suo periodo, e moto ordinato, e che il suo comparire, e ascondersi dependesse dal sommamente avvicinarsi, e dall' allontanarsi da noi, nella stessa guisa, che Marte, per la medesima cagione, ci appare nella sua maggior grandezza, e quindi tanto si sminuisce, che perdendosi di vista, ha dato talora occasion di favoleggiare di suo esilio dalla celeste regione. <pb n="4 "/></p>
<p>	Ipocrate Chio, ed Eschilo, amendue Pitagorici, stimarono, che avvicinandosi alla Terra una tal particolare Stella, ne attraesse vapore, e umidità, dove rifrangendosi il nostro vedere al Sole, ci facesse apparir quella Chioma. </p>
<p>	Oppone Aristotile contro Anassagora, e Democrito, che non alcuna volta, ma sempre, bisognerebbe nel dissolversi le Comete, vederle dividere in istelle,  il che però non accade. Di più, non solo ne' congressi de' Pianeti tra di loro, ma nelle congiunzioni de' medesimi con le Stelle fisse (che pure, come dice egli, secondo gli Egizzii si fanno) dovrebbero delle Comete apparire: e nondimeno aver' egli ben due volte osservato Giove con una Stella del segno di Gemini, unito sì fattamente, ch' e' l' occultava, ne però esserne seguito Cometa. In oltre essere manifesta la ragione, con la quale al tutto si toglie anche la probabilità di si fatta sentenza: imperciocchè, dic' egli, le Stelle, quantnuque appariscano di varia, e differente grandezza, appariscono nondimeno indivisibili: Or, chi non vede, che sì come ponendo gran numero di indivisibili insieme, non ne verrebbe grandezza niuna, così per l' appunto avvicinandosi fra di loro molti corpi, che paiono indivisibili, non parrà, che facciano corpo, ò estensione maggiore che d' un solo ? </p>
<p>	A questi Argomenti si può rispondere per Anassagora, e per Democrito. Primieramente non sempre esser la Cometa di Stelle così grandi composta, che mentre son disunite, ci sieno da per loro apparenti, e visibili. Di più essendo per così grande spazio le Stelle fisse superiori all' Erranti, non esser forse possibile, che nel loro congiugnimento uniscano di maniera i lor raggi, che un continuato, e luminoso tratto ne rappresentino. In oltre la ragione addotta per cotanto chiara, e manifesta esser così a se stessa repugnante, e contraria, che a guisa di Penelope, <pb n="5 "/>disfacendo di mano in mano da un capo della tela, quanto ordisce dall' altro, abbatte nel fine della proposizione ciò, che s'afferma, e stabilisce nel suo principio. La prima parte dell' Entimema racchiude due notabili contradizioni: perchè non solamente l' apparire di differente grandezza toglie l' apparire indivisibile, ma il solo apparire adopra il medesimo, non si potendo quel ch' è indivisibile in veruna maniera vedere. Ma posto, che si fatta proposizione fusse vera, falsa è nondimeno la Conclusione, imperciocchè dal non prodursi realmente quantità da molti indivisibili uniti insieme, non è lecito inferire, che 'l medesimo parimente avvenga nell' apparenza, quando gran moltitudine di corpi apparentemente, non realmente indivisibili insieme si accozzano, e fanno contigui. Perchè l' apparire indivisibile altro per avventura non è, ch' essere invisibile, e non apparire: onde se in una distanza di mille braccia un granello di grano non è al nostr' occhio visibile, potremo chiamarlo apparentemente indivisibile: E pure è manifesto, che ammassandone molti, e molti, si faranno visibili, e si mostrerranno in gran mole. Mà non ci partiam da nostra materia. La Via Lattea è cotanto alla Cometa rassomigliante, che Aristotile ha creduto, e scritto, essergli, per modo di dire, Sorella, e d' una medesima esalazion generata. Questa nondimeno, come dal nostro Accademico n' è stato fatto chiaramente vedere, è composta, e formata di piccolissime Stelle, ciascuna da per se al nostr' occhio invisibile, e pure occupa ella così grande spazio del Cielo. Onde si potrebbe per Anassagora, e Democrito ritorcere l' argomento in questa guisa contra 'l Filosofo. La Via Lattea è così alla Cometa di colore, e di lume rassomigliante, ch' ella, è per tuo detto della stessa materia, ma ella è un aggregato di minutissime Stelle, la Cometa dunque è conforme al tuo <pb n="6 "/>discorso composta di molte stelle. Non però essendo false l' opinioni d' Aristotile, è vera la da lui vanamente oppugnata sentenza. Perciocchè; come dice Seneca, vedendo noi spesse volte avvenire congiunzion di Pianeti, non veggiamo tuttavia Comete, come dovrebbe accadere, s' elle in tal maniera si producessero, ne elle tanto tempo durerebbono, anzi svanirieno in un tratto, per la velocità del corso di quelle stelle, onde fussero cagionate, che però brevissimi sono gli eclissi, perchè la medesima celerità, ch' avvicina, e congiugne, discosta parimente, e disunisce le stelle. </p>
<p>	Ne più francamente vien dal medesimo Aristotile impugnata la seconda opinione, altro non le portando in contrario, se non che, dovendo necessariamente, e per lor natura tutte le stelle erranti far le loro revoluzioni sotto 'l Zodiaco, dovrebbero anche le Comete, essendo di lor brigata, apparir sotto 'l medesimo cerchio, e pure essersene molte volte vedute, che si raggiravano fuor di quello. Contra di ciò esclama, e ragionevolmente, Seneca. Chi ha posto questi confini alle stelle? Chi racchiude entro a termini cotanto angusti l' opere, e le meraviglie divine? Ma lasciamo l' esclamazioni. </p>
<p>	Che la Cometa non sia tra le Stelle erranti, la quale ci si faccia visibile in quella maniera, che alcun Pianeta ci si rappresenta or piccolo, or grande, si può, per mio avviso, molto chiaramente dedurre dalla diversità, che si scorge fra l' aggrandirsi, e diminuirsi di questi, ed il comparire, e sparir di quella. Imperciocchè i pianeti avvicinandosi, a poco a poco si fanno maggiori, sin' a che fatti vicinissimi, ci appariscono nella maggior grandezza : quindi, pian piano allontanandosi, si diminuiscono, e con quella stessa uniformità, mantenuta nell' aggrandirsi, si veggono aggiustatamente rappiccolire. Ma la Cometa, <pb n="7 "/>è grande nel suo primo apparire, e indi a poco, ò nulla, e per brevissimo tempo ricresce, diminuendosi poi in tutto' l resto del tempo, sin' a che, fatta piccolissima, per la sua tenuità, del tutto si perde; argomento necessario, che non per circolare rivoluzione da altissima parte, ov' ella per gran distanza ci fosse invisibile, discendendo, ci s' avvicina. In oltre esaminando la lunghezza del suo occultarsi, e la brevità del farsi palese, ed insieme insieme lo spazio trapassato in questo breve tempo del nostro Emisfero, converrà assegnarle un Epiciclo incomparabilmente maggiore di qualsivoglia orbe vastissimo dell' altre stelle vaganti. Imperciocchè, se pure dopo alcun determinato tempo fa ritorno la medesima Cometa, niun' altra anteriore a questa nostra può essere stata la medesima, che quella del 1577. perche questa sola in grandezza, e durzione gli è stata simile : e se tanti anni ci vogliono per compiere, una sua rivoluzione, in quaranta giorni, ch' ella è stata da noi veduta, non può aver trapassato uno intero grado del suo cerchio, e pure, col suo apparente moto, ha passato più d' una quarta del Cerchio massimo della celeste sfera. Or quanti Mondi, e Universi bisognerà assegnarle per ispazio capace dello 'ntero suo rivolgimento, quando una delle quattrocento parti dell' orbe suo, ingombra mezzo il nostro Mondo? Senza che non si potrebbe mai trovar modo di salvar le gran mutazioni, ch' ella fa nella sua grandezza, mentre c' è visibile, per sì piccolo arco del cerchio suo, il quale à noi sarebbe come una linea retta, e paralella al nostro orizzonte. E se per ischivar tanto assurdo altri volesse dire, ch' ella dell' orbe suo, dentro a questi giorni, ha trapassati tanti gradi, quanti bastano per far l' apparente sua mutazione, rispetto al firmamento, incorrerà nell'altro inconveniente, che sarebbe, che 'l suo ritorno dovesse esser dopo pochi mesi, il che non segue. <pb n="8 "/></p>
<p>	Le medesime armi adoperate contro i Secondi volta  Aristotile contro la terza schiera condotta da Eschilo, e Ipocrate Chio, cioè, che le Comete non dovrebbero far lor corso fuor del Zodiaco,  le quali essendo state rintuzzate da Seneca non fanno colpo. Ma sento levarmisi contro un Filosofo, e traendo fuori un acuto Sillogismo della peripatetica faretra, lo scocca verso i Pitagorici, non volendo patire ch' essi se ne vadino così senza battaglia. Se la Cometa, dic' egli, fusse refrazione, ella per certo non si dovrebbe in uno Specchio, o nell' acqua, cioè per mezzo d' un altra o refrazione, o reflessione vedere; ma ella pure è negli specchi, e nel nostro fiume d' Arno con la stessa luce, che in Cielo, si rimirava: adunque non è refrazione. </p>
<p>	Da questo sottilissimo sillogismo, riposto quasi in guato dietro alla Cometa nel trattato della Via Lattea, confesso non avere schermo, o con che coprire, e difendere i miseri, ed infelici Pitagorici. Però umilmente rimettendosi alla mercè, e clemenza d' Aristotile, liberamente confessano, che le loro Comete essendo refrazioni non dovrieno specchiarsi, ma elle il fanno con l' esemplo dell' Iride, e di quel cerchio, ch' è tal volta intorno alla Luna, o al Sole, detto Alone, delle verghe, e de' parelii, i quali essendo per detto del medesimo Aristotile anch' essi refrazioni, o reflessioni, con tutto ciò lo specchiarsi è comportato, e permesso loro. </p>
<p>	Ma è tempo, che sentiamo l' opinion d' Aristotile, e che con qualche diligenza esaminandola, veggiamo s' ella sia appoggiata a più probabili conghietture, o pure s' ella non meno titubi di quell' altre, ch' e' pretende di confutare. Egli suppone la parte del Mondo elementare contigua alla Region celeste, essere una esalazion calda, e secca, la quale, insieme con gran parte dell' aria sottopostale, venga dal movimento del Cielo traportata <pb n="9 "/>intorno alla Terra. Dal qual moto accade talvolta, che essendo cotal vapore ben temperato, s' accenda, e allora si fanno le stelle, che noi chiamiam discorrenti. Ma quando in questa suprema region dell' aria, s' adunerà, e condenserà una materia atta ad incendersi, e dal moto de corpi superiori, le sopragiugnerà un principio di fuoco, in guisa temperato, ch' e' non sia tanto vemente ch' e' l' abbruci, e consumi in un subito, nè tanto debole, che da quella s' estingua, e che insieme insieme da' luoghi bassi, ascenda un' alito ben temperato per fomite, e nutrimento, allora, accendendosi, si fa la cometa di questa, o di quella figura, secondo ch' ella dalla materia ardente vien figurata. Segue poi di porre alcune differenze tra esse comete, facendo loro intorno alcune considerazioni, le quali io non reputo esser necessario proporre, perchè quando, com' io spero, si sia dimostrata vana, e favolosa la presupposta loro generazione, ed essenza, non accaderà perder tempo in riprovare quelle conseguenze, che dependono solamente da cose finte. Dico dunque, che 'l discorso d' Aristotile è, s' io non erro, tutto pien di supposizioni, se non manifestamente false, almeno molto bisognose di prova : e pure quel, che si suppone nelle scienze, doverrebbe esser manifestissimo. E prima, che l' esalazione calda, e secca terminata dentro al concavo della Luna, insieme con gran parte dell' aria a quella contigua, dato che di tali sustanze sia questo spazio ripieno, che pure è molto dubbio, sia portata in giro dalla revoluzion celeste, credo che non sia agevolmente per essere ammesso. imperocchè dovendosi alle celesti spere assegnare una perfettissima figura, e di piu essendo l' esalazione di sustanza tenue, e leggieri, non inclinata per sua natura ad altro moto, ch' al retto, ella sicuramente non sarà rapita dal semplice toccamento della tersa,  e liscia superficie del suo continente, che così ne dimostra l' esperienza. <pb n="10"/> Imperocchè se noi faremo con qual si voglia velocità andar intorno al suo centro un vaso concavo, rotondo, di superficie ben liscia, l' aria contenutavi dentro, resterà tuttavia nella sua quiete, come chiaramente ci mosterrà la piccolissima fiammella d' una candeletta accesa, abbassata dentro alla concavità del vaso, la quale non solamente non verrà spenta, ma ne anche piegata dall' aria contigua alla superficie di esso vaso. E pure quando l' aria con tanta velocità si movesse, dovrebbe qualunque maggior lume restarne estinto. E se l' aria non participa di tal moto, meno lo riceverà altro corpo di lei più leggieri, e sottile. Ora se posto il rivolgimento degli orbi celesti, non però ne seguita la circulazione dell' esalazion contenuta, qual resterà ella negandosi anche tal rivolgimento? Ed è veramente mestiero rimuoverlo in tutto, ed assegnarlo solamente a' nudi, e semplici corpi delle stelle, per non incorrer ne gli inconvenienti, e contradizioni per li nuovi scoprimenti, e osservazioni già manifeste. Ma posto ancora il movimento de gli orbi celesti, e 'l rapimento de supremi elementi, io non veggo però, come da tale agitazione si possa produr calore, e accendimento, più tosto, che freddo, e spegnimento di fuoco. Ne vorrei, che noi insieme con Aristotile, ci lasciassimo indurre in questo concetto, che 'l moto habbia facultà d' eccitar calore, perchè tal proposizione è falsa. Ben' è vero, che una gagliarda compressione, e confricazione di corpi duri è atta, e bastante ad eccitar calore, e anche incendio, benche ella sia fatta con movimento tardissimo. E così le girelle delle taglie insieme co' canapi s' abbrucerebbono, mentre nell' alzare grandissimi pesi, ancorche con moto tardissimo, si soffregano, se col bagnarle non fossero rinfrescate. E se noi con somma velocità faremo andare intorno una grandissima ruota di legno, ò d' altra materia, ella non si scalderà punto, nè nella sua massima <pb n="11 "/>circonferenza, dove il moto è velocissimo, ne in altra sua parte, ma bene s' ecciterà gran calore nel suo asse, nello stropicciarsi co' suoi sostegni, benchè egli sia molto sottile, e però di moto tardissimo, sopra ogn' altra parte di essa ruota. Ed i fabbri, comprimendo con grave martello un ferro, in pochi colpi il riscaldan sì, che ne traggono il fuoco. La compressione, e confricazione de corpi solidi, e duri, non è senza moto, ben sono molti moti senza di lei. E perchè dalla compressione, quantunque lentissima, ne veggiamo eccitar calore, ma non già dal moto, senza fregagione di corpi duri, benchè veloce, perciò l' effetto dello scaldare dal fregamento, si de' riconoscere, e non dal moto, ancorche Aristotile, avendo più la mira alla falsa immaginazion conceputa, ch' alla sensata esperienza, abbia creduto, e scritto, che 'l ferro della freccia, tirata con gran velocità, s' infocasse. Ma io credo tutto 'l contrario, e dico, che tirandosi una freccia col ferro molto ben caldo, egli molto più tosto nella somma velocità si raffredderebbe, che tenendolo fermo. Altri, dal medesimo error persuasi, hanno creduto, ch' una selva, si fusse per un furiosissimo vento abbruciata. Altri hanno pensato, che in mezzo al mar tempestoso si sieno, per la straordinaria velocità dell' acque, e de' venti accese le travi. Ma io crederrò più tosto, che le stoppe, e le tavole della nave, si possano essere accese, comprimendosi, e soffregandosi nel tormento della procella, del quale le scosse, ed i suoi stridori ne fanno fede. E che in un bosco folto d' alberi, possano alcuni di loro, crollati, e scossi dalla furia del vento, essersi insieme tanto gagliardamente arrotati, che ne sieno state suscitate le fiamme. E l' accendere il fuoco, con lo stropicciare due legni, è cosa nota, e usitata in America. E quanto alla freccia ho gran sospetto, che se pure Aristotile s' indusse mai a tal prova, facesse da gagliardo arciere con fortissimo arco <pb n="12 "/>saettare in una grossa tavola, e che pigliando di subito la freccia, e trovatala con la punta calda, si persuadesse nella velocità del moto, essersi ella di tal maniera riscaldata per aria, e non gli venisse altramente in fantasia, che quel ferro si fosse riscaldato nella violentissima confricazione con la tavola nel passarla. Sperienza, che nel succhiello tutto 'l giorno si vede, il quale, benchè lentamente si muova, si scalda molto, nel forare che che si sia. Che dunque un semplice agitazione fatta in acqua, ò in aria, ò in altro corpo tenue, e cedente, possa eccitar calore, ed incendio, io nol credo, perchè nol veggo, anzi veggo tutto 'l contrario. E se 'l luogo, e 'l tempo mi permettessero, di poter quanto fare' di mestiero, esplicar il mio concetto, ardirei quasi di dire, che dal moto, come semplice moto, non può nel corpo mobile esser prodotto nè caldo, ne freddo, nè altra qualsisia alterazione, fuor che la mutazion di luogo, più che s' egli, del tutto immobile se ne restasse. Perchè un moto, che comunemente convenga al tutto con tutte le sue parti, per quanto ad esso, e à quelle s' aspetta, è come se non fusse, nè differisce dalla real quiete, poiche, niuna mutazione tra esse parti ne conseguita: e dove nulla si muta, niuna novità si produce. Ma quando al moto, ò alla compressione, ne seguita l' arrotamento della superficie del corpo mobile con altro corpo solido, ò lo stropicciamento delle interne parti tra di loro, allora ne segue il calore.  E notisi di più, non di qualsivoglino corpi solidi la confricazione produr calore, ma solamente di quelli, che nel fregarsi insieme, amenduni, ò almeno uno, si consuma, e per così dire si polverizza ; che, se, o per essere i corpi sommamente duri, o per esser di superficie terse, e lisce, accadrà, che nello stropicciarsi insieme nulla di loro si stacchi, e consumi, vana sarà ogni fatica per riscaldargli. E però due pezzi di vetro ben lisci, o due pezzi d' acciaio temperati a tutta tempera, giammai, <pb n="13 "/>per istropicciarsi insieme non si riscalderanno. E se, con una lima di tempera crudissima, si limerà un ferro tenero, questo s' infocherà, e la lima a pena si scalderà, e questo anche, non per calore in se stessa eccitato, ma dal toccamento del ferro già riscaldato. I diamanti tenuti per molt' ore, aggravati sopra ruote d' acciaio, velocissimamente girate, non si scaldano oltre la tepidezza, perchè di loro, come durissimi, pochissimo si consuma. Il corpo dunque, che ha da render calore, bisogna che si vada dissolvendo in sottilissime parti, le quali movendosi penetrano per li meati della nostra carne, e nel passar per essa, secondo, che saranno pochi, ò molti, tardi, o veloci, produrranno, col lor toccamento, in noi un certo grato diletico, che noi poi chiamiamo caldo soave, overo una violenta dissoluzion di parti con molto nostro dolore, la quale scottamento, o abbruciamento vien detta. Ma che più? qual materia si vedrà mai produr calore, se non quando ella si va consumando, e in sottilissime parti dissolvendo? I legni, la cera, gl' oli, e in somma ogni materia, scaldando si consuma, e s' abbrucia. Ma tornando al proposito di che si tratta, non ci ha forse maggior conghiettura di tal sublime accendimento, che 'l supporre, che le comete sieno incendi, e che elle s' accendano nella suprema region dell' aria, che è poi un soppor quello, che s' ha da provare. In oltre, se di quella esalazion calda, e secca, insieme con l' aria contigua, talvolta se ne riduce parte à tal temperamento, e disposizione, ond' ella possa infiammarsi per agitazion contribuitale dal moto superiore, gran maraviglia è, che in tanti secoli ella non sia una volta venuta a sì fatta temperie, che tutta s' abbruci, o almeno quella parte, che è fra i tropici, ove per la maggior velocità del moto, ed efficacia del Sole, pare dovess' esser maggior calore, che verso i poli, ne qua' luoghi nondimeno stelle discorrenti si veggono, che sono, per Aristotile dalle medesime, <pb n="14 "/>ò simili infiammagioni prodotte. Dal supporsi poi per lo medesimo Filosofo, che quel principio di fuoco, il qual venendo dal moto celeste, accende la materia della Cometa, sia un fuoco così temperato, che non abbruci velocemente, ne anche così lento, che tosto </p>
<p>si smorzi, ma tale, che possa mantenersi per molti giorni, e per molti mesi: parmi, ch' egli abbia opinione, che 'l durar breve, o lungo tempo l' abbruciamento, dependa in gran parte dalla qualità del fuoco, col quale si da principio allo 'ncendio. Cosa, a mio giudizio, molto lontana dal vero, quasi il fuoco, ch' abbrucia una materia combustibile, sia cosa esterna, e diversa da quello, in che essa materia va risolvendosi. Sì che, secondo la qualità de fuochi, che saranno, per esemplo, appiccati a un fascio di legne, a una candela, a una quantità di polvere d' artiglieria, possa avvenire, che le legne, in un' ora, in quattro, in venti s' abbrucino, la candela parimente, e la polvere, accese con fuoco lento, possan per molt' ore, e molti giorni durare. Io ho sempre creduto, che tal duramento, solo dependa dalla materia, che arde, non dalla materia del fuoco; con cui le si da principio. E son sicuro, ch'un pagliaio acceso con qualsivoglia debolissimo fuoco, non durerà mai ad ardere tanto tempo, quant' una catasta di legne di quercia accese con la fiamma d' un' archibuso. Io so benissimo, ch' un fulmine, e anche un petardo abbrucerà quasi in uno stante una tavola, e ch' un pezzo di legno gettato in una fornace, sarà abbruciato più tosto, che sopra un fuoco di poca paglia ; ma chi volesse con simili esperienze, e discorsi difendere Aristotile, non direbbe cosa a proposito. Prima perchè quì si tratta solamente d' un principio di fuoco, che sia come occasione a una gran quantità di materia combustibile, per cominciar ad ardere, e non di un fuoco amplo, e grande, ch' abbracci, e circondi una piccola quantità di materia. Secondariamente per detto <pb n="15 "/>del Filosofo, questo, che dee accender la Cometa, non è altro che 'l movimento, e agitazione della sua materia, dependente dal moto celeste, sì che la qualità del fuoco non è d' altra sorta, che di quella, della quale essa materia è per se stessa capace. E finalmente, quando pure alcuno dicesse, che 'l fuoco della cometa accesa, dependa da altro fuoco anteriore, conciosiacosa che 'l primo, derivante dal moto celeste è quello, che si eccita nell' esalazione calda, e secca, la quale sta continuamente sotto il concavo della Luna. Ma quel della cometa è da questo acceso in altro alito più condensato, e ben temperato, che di nuovo in quella regione sormonta. Quando, dico altri apportasse un tal refugio pure si troverebbe egli più, che mai inviluppato: perchè quel primo fuoco saria poi tutto il contrario, di quel che richiede il bisogno d' Aristotile, perchè e' non è di que' lenti, e di lunga  durata, essendo quello, che fa le stelle discorrenti, che sono incendi momentanei. Onde la cometa da tal qualità di fuoco accesa, dovrebbe ben tosto consumarsi, e finire. Aggiungasi, che vedendo noi questi, che senza contradizione son veri fuochi, come lampi, fulmini, e alcune fiamme discorrenti, e che parimente siam certi, farsi vicinissimi a Terra, esser momentanei, ò di pochissima durata, non è punto probabile, ch' esalazioni, le quali tantot più in alto si elevano, e che però deono più sottili, e leggieri stimarsi, abbiano poscia a durare ad ardere mesi, e mesi con proporzione così disforme, che sarà centomila volte maggior di quella. Il dire, che dalle parte inferiori sia continuamente somministrato nutrimento con simili aliti ascendenti, per un punto solo, che si metta al riducimento di questa veste, parmi, che se le faccia due, ò tre altri grandi sdruciti. Perchè, essendo il nutrimento, e l' altra materia della cometa tutta una cosa medesima, tenue, e combustibile: non so intendere, come appreso, ch' ell' avesse il fuoco, non dovesse subito tutta <pb n="16 "/>abbruciarsi. Di più quell' alito, ch' ascende a fomentar questo fuoco, non crederrò, ch' alcun dica, da tutta la superficie del globo terrestre partirsi, ma bene, da alcuna region terminata, perchè quando altro non fosse, dalla superficie del mare non si parte gli sicuramente, non derivando di quivi esalazioni, come con esperienza potrei mostrare. Ora dato per esemplo, che da tutta l' Affrica sormonti  alito a pascer la cometa, consideriamo, ch' ella ogni giorno circonda il globo terrestre, e se questo nutrimemto, che ha radice in Affrica e capo della cometa, la dee senza interrompimento seguire, nel traversare il mare atlantico, e 'l pacifico, tante e tante volte, bisogna, che s' allunghi in infinito, e  ch' a guisa d'una lunghissima fascia, con molte rivolte sopra rivolte, vada questi elementi inferiori circondando. Ma se nel valicare i mari s' interrompe la fascia, gran meraviglia è, o che al ritorno così giustamente l'affronti, mutando ella ogni giorno latitudine, cioè movendosi per traverso, molto più che non è la grandezza del capo suo, ovvero, che dagl' aliti interrotti non si generino ogni giorno nuove comete. Tutte queste, ed altre difficultà cascano nel modo di generarsi la Cometa. Ma che essenzialmente ella non sia un incendio, molto probabilmente si raccoglie dalla sua figura ordinatissima, e dal mantenersi sempre con la sua chioma, ò barba diametralmente opposta al Sole senza mutarla mai per qualunque local movimento, condizioni, che in un fuoco tumultuario, e vagante, per niun modo mantenere non si potrebbero. Oltr' a ciò, ch' ella non sia incendio, manifestamente dall' esperienza, e dal detto de' Peripatetici medesimi si raccoglie, i quali affermano niun corpo lucido trasparere. E l' esperienza ci mostra, che la fiamma, e non solamente la grande, ma anche la piccolissima d' una candela, impedisce il veder gli oggetti, che sono oltra di lei. Ora, che dovrebbe fare un fuoco così vasto <pb n="17 "/>qual sarebbe una cometa, appreso di più in materia tenace, e viscosa ? E come per la sua grandissima profondità, che molte braccia, e anche miglia dovrebb' essere, inoltreriensi le spezie delle minutissime stelle, alle quali occultarci basta una rarissima, e sottilissima nuvoletta? E pure per la chioma della cometa esse benissimo traspaiono, e nulla quasi sono offuscate. </p>
<p>	E finalmente il volerla mantenere un' abbruciamento, e costituirla sotto la Luna, è del tutto impossibile, repugnando a ciò la piccolezza della Paralasse, osservata da tanti eccellenti Astronomi, con diligenza esquisita. Ma siaci per ultimo argomento dell' improbabilità di tale opinione il pronostico stesso ch' egli trae dalle comete, il quale è tale. Quell' anno nel quale si saranno vedute molte comete, e grandi, sarà molto asciutto, e ventoso, perche essendo l' esalazione calda e secca materia comune de venti, e delle comete, la frequenza, e grandezza di queste arguisce la gran copia di tale esalazione, &amp; in consequenza la siccità futura, &amp; i venti. Ma se le Comete non sono altro che abbruciamenti di tale esalazione, certo che quanta più sene abbrucia tanto manco ne resta, non avendo la natura mezzo più violento dello 'ncendio per repentinamente divorare, distruggere, e ridurre al niente; onde alla grandezza, e moltitudine delle comete succeder dovrebbe stagione men che mai ventosa, &amp; asciutta, per il gran consumamento fatto della materia arida, e flatuosa. Queste sono, o Accademici, l' opinioni piu famose della cometa, che sin qui mi son venute alle mani, tra le quali mi pareva di potermi assai probabilmente quietare, quanta al suo producimento, in quella de' Pitagorici, ch' ella fusse refrazione della nostra vista al Sole: e che quant' al suo luogo, l' avessero necessariamente dimostrato gli Astronomi altissimo sopra la Luna, quando da nuove <pb n="18 "/>dubitazioni mossemi dal più volte mentovato nostro Accademico, son più che mai rimaso inviluppato nelle difficultà, e dubbiezze, le quali io vi proporrò, acciocchè s' a voi parranno, com' à me paiono, degne di considerazione, alcuno, di me più speculativo, risolvendole, ci tolga ogni ambiguità. </p>
<p>	Sarà dunque il restante del mio discorso intorno alla forza delle ragioni, dalle quali persuasi ultimamente i più celebri Astronomi, non solamente l' hanno stimata cosa celeste, ma anche tra i corpi celesti, assegnatole conveniente ricetto, e con diligenza, e curiosità forse maggiore della probabilità fabbricatone Tavole, ed Efemeridi. Tra queste esaminerò principalmente i maggior fondamenti di Ticon Brae, come di quegli, che, censurando gli scritti di tutti, n'ha trattato più diffusamente, e con maggior confidenza degli altri: Appresso verrò al professore di Matematica del Collegio Romano, il quale in una sua scrittura ultimamente pubblicata; pare, che sottoscriva ad ogni detto d' esso Ticone, aggiugnendovi anche qualche nuova ragione, a confermazion dello stesso parere. Dico dunque, con questi Autori principalmente parlando, che lo 'nferire la molta, o poca distanza degli oggetti dalla piccolezza, o grandezza della Paralasse, che sin qui è stato riputato argomento tanto sicuro, che niuno di quelli, i quali a pieno n'hanno compresa la forza, non vi ha posto difficultà; nondimeno, se noi lo considerremo più acutamente, lo troverremo metodo esso ancora, esposto a molte fallacie, volendocene noi servire intorno a tutti gli oggetti visibili, tra i quali molti ne sono, che nel determinar loro il sito, e la positura, invalido resta cotal' effetto. Sono gli oggetti visibili di due sorte, altri veri, reali, uni, ed immobili: altri sono sole apparenze, reflessioni di lumi, immagini, e simulacri vaganti, li quali hanno nell' esser loro tale, e tanta dependenza dalla vista de' riguardanti, che non solamente <pb n="19 "/>nel mutar questo luogo, essi ancora lo mutano, ma credo, che tolte via le viste quelli altresì del tutto svaniscano. Negli oggetti reali, e permanenti, nell' essenza de' quali non ha che far l' altrui vedere, ne perchè l' occhio si muova, essi di luogo si mutano, opera sicuramente la paralasse; ma non già nelle semplici apparenze; e, per meglio dichiararmi, verrò agli esempli. L' Alone, che pure è generato nelle sottili nugole a noi vicinissimo, non però fa diversità veruna d' aspetto a quelli, che nel tempo medesimo da luoghi non poco infra di loro distanti, il rimirano, poichè egli circonda in maniera il Sole, o la Luna, ch' a chiunque lo vede apparisce puntualmente aver con essi comune il centro. Onde manifesta cosa è, che 'l medesimo riferito alla sfera stellata, non ammette paralasse maggiore, che 'l Sole, o la Luna. Non è egli manifesto, che l' Iride, chiamata da noi l' Arco baleno, si vede in guisa opposta al Sole, che le linee rette, le quali dal centro di esso Sole, per le viste de' riguardanti si stendono, vanno dirittamente a ferir nel centro dell' istesso arco ? E chi non sa, che cotali linee, per molto che i riguardanti fussero tra di loro lontani, prodotte sino alla sfera stellata, intraprenderebbero la medesima paralasse, o insensibilmente maggiore, che quella del Sole ? La quale è nulla, mentre da' medesimi, che riguardano la stessa Iride fusse osservata. E pure e questa, e quella dell' Alone esser dovrebbe grandissima, avendosi alla lor vicinanza riguardo, e alla distanza che possono in terra varij riguardanti aver tra di loro. Lo stesso avviene de'parelij, cioè di quei tre Soli, che talora, con tanta meraviglia del volgo, si son veduti nel Cielo, i quali nel medesimo aspetto sono col Sole veduti da tutti quelli, che nello stesso tempo gli osservano da luoghi per molte miglia tra di loro distanti. Ma vegniamo a cose assai più simili alle comete. Non ci ha alcuno di voi, Accademici, il quale molte volte non abbia veduto, e in particolare verso la sera, mentre l' aria sia nugolosa, <pb n="20 "/>partirsi da alcuna rottura di nugole lunghissimi tratti, e raggi di Sole, e scendere sino in terra, mostrandosi nel lor principio, cioè nella stessa apertura più lucidi, e più stretti, che nel rimanente, dove continuamente allargandosi per immenso spazio si stenderebbono, quando non s'incontrassero nella Terra. Questi, benchè tutto l' Orizzonte sia sparso di tali spezzatte nugole, giammai non si mostrano al nostr' occhio, se non in quella parte, che corrisponde al luogo del Sole, donde pare, che discendano, compresi dentro un determinato angolo, oltr' al quale angolo null' altro di splendido si rimira. Simile apparernza è ben credibile, anzi sicuramente si sa, che nel medesimo tempo è da diversi luoghi veduta, benchè per grande spazio distanti, o verso mezzo giorno, ò verso Tramontana, e a tutti nello stesso modo si rappresenta rincontro al Sole : si che quando ciascheduno dovesse dar conto, o lasciar memoria del suo spettacolo, direbbe avere in quell' ora veduto per aria grandissimi raggi luminosi dirizzati verso il Sole. E perche tra 'l Sole, e diversi luoghi in terra altre, e altre aperture di nugole s' interpongono, altri, e altri sono i raggi da diversi riguardanti veduti. Voi, uditori, vi siete, s' io non m' inganno, talvolta ritrovati in luoghi eminenti, non molto lontani dalla marina, e in tal costituzion d' aria, che quasi nulla distinzione appariva tra 'l Cielo, e la superficie del mare, anzi l'uno, e l' altro una stessa materia continuata appariva: e cominciando il Sole a inchinare verso occidente, avrete veduto una lunghissima striscia luminosa diretta inverso 'l Sole, dal cui splendor vien prodotta sopra la superficie del mare. Una similissima ne veggono altri, ed altri nello stesso tempo da qualsisia luogo, che scuopre, e riguarda la medesima superficie, e pure a tutti si dimostra addiritta nel Sole, e null' altro di lucido apparisce a destra, o a sinistra. Questi dovendo depor ciò, ch' hanno veduto, e non altro, tutti concordemente diranno aver nel tal tempo osservato un grandissimo <pb n="21 "/>lume verso la dirittura del Sole, e conseguentemente verso la medesima parte del firmamento, e, se, come si ritrova in questo caso il Sole elevato, e bassa la superficie del mare, noi c' immaginassimo il Sole sotto l' Orizzonte, e una superficie in vece di quella del mare elevata in alto, potremmo in essa scorgere una simil reflessione del lume solare, rimanendo tutto 'l restante indistinto dallo stesso Cielo, già che anche la superficie del mare talvolta si confonde in modo col Cielo, che niuna distinzion vi si scorge. Che dunque dobbiamo noi dire intorno a questo fatto? Certamente altro non cred' io, se non che veramente tutta la superficie del mare circonvicino è nel medesimo modo sparsa di luce, la quale resta tutta invisibile a chi da qualche luogo determinato vi guarda, fuor che </p>
<p>quella parte, qual si reflette dall' acqua rettamente traposta fra l' occhio, e 'l Sole. Debbesi dire, che da tutte le nugole, e loro rotture, e per tutta la caligine, e vapori sparsi per aria, si diffonde il lume del Sole, del quale ad alcun luogo particolar non si manifesta, se non intorno a quella parte, che soggiace direttamente tra 'l Sole, e 'l riguardante, e che secondo, un determinato angolo declina a destra, e sinistra, oltr' a' quai termini nulla si vede da tali illuminazioni illustrato. Sono tutte le nugole sparse di quel lume, che in esse produce i Parelij, l' Alone, e l' Iride, ma gli occhi de' particolari riguardanti, non ne apprendono se non quella parte, ch' a lor s' aspetta, si che in somma ciaschedun' occhio vede differente Iride, differente Alone, altri, ed altri Parelij : non gl' istessi raggi, ne dalle stesse rotture di nugole, ne dalle stesse parti d' acqua dependenti, ma da diverse son quelli, che da diversi luoghi vengon veduti. Ora se in tutte queste refrazioni, ò reflessioni, immagini, apparenze, ed illusioni non ha forza la paralasse per poter determinare di lor lontananza, poichè alla mutazione di luogo del riguardante esse ancora si mutano, e non solo di luogo, ma d' essenza ancora, io credo che <pb n="22 "/>ella veramente non sia per aver efficacia nelle comete, se prima non vien determinato, ch' elle non sieno di queste cotali reflessioni di lume, ma oggetti uni, fissi, reali, e permanenti. E tanto maggiore mi par l' occasione di dubitare, quanto per avventura tra gl' oggetti visibili reali non se ne troverrà alcuno così alla cometa rassomigliante, quanto tra questi simulacri apparenti, de' quali io non so, se ci sia cosa, che puntualmente l'imiti, come quelle proiezioni di raggi per le rotture delle nugole: tra le quali, e le comete potrei addur molte convenienze, se 'l tempo mel permettesse. E finalmente, acciò la nostra cagion di dubitare si conosca non cavillosa, e proposta solo per muover difficultà, dov' ella non fusse; parmi, che, se noi anderemo sottilmente considerando, quel, che riferisce Arisotile dell' opinioni degli antichi, scorgeremo alcuni Pitagorici nella stessa guisa aver sentito della cometa. Imperocchè nell'assegnar la cagione, ond'avvenga che ne tra i Tropici, ne oltr' al Tropico di Capricorno verso Austro appariscan comete, dicevano, che tra essi l' umore attratto, in cui si fa la reflession della vista al Sole, veniva dal calor del Sole consumato, e che oltre al Tropico di Capricorno la cometa non si faceva per noi, ch' abitiamo verso Settentrione, non perchè quivi non fusse la medesima copia d' umore attratto, ma perche de' paralelli descritti dal moto diurno piccoli archi sopra, e grandi sotto all' Orizzonte restavano; onde per tale obbliquità non si poteva la vista di noi altri settentrionali reflettere inverso 'l Sole. Vedesi dunque, ch' eglino stimavano le comete non esser oggetti visibili reali, ma solo immagini, e simulacri apparenti a chi sì, e a chi no, secondo che la materia, nella quale si producono tali immagini si trova posta, o non posta in luogo atto a reflettere al Sole la vista altrui. E avvegna che de' soprannominati simulacri, in alcuni la paralasse sia nulla, ed in altri operi molto diversamente da quello, ch' ella fa negli oggetti reali, per far, che la cometa, <pb n="23 "/>benchè generata dentro alla sfera elementare, apparisca a tutti i riguardanti senza paralasse, basta che in alto sia diffuso 'l vapore, o la materia, qual ella si sia, atta a refletterci il lume del Sole per regioni, e spazi eguali, e anche alquanto minori delle provincie, dalle quali la cometa si scorge; Perchè immaginandoci noi da qualche stella fissa, o altro punto del firmamento tirato linee rette a quali, e quanti si vogliano luoghi della superficie terrestre: E posto, che in alto sia una distesa di vapori atti a riflettere, o rifrangere il lume del Sole, la quale tagli in traverso la piramide compresa tra esse linee rette, potranno tutte le viste de' riguardanti, che secondo alcuna di tali linee camminano, veder la cometa, e tutte sotto la medesima stella, e punto del firmamento. Io non dico risolutamente, che la cometa si faccia in tal modo, ma dico bene, che come di questo, così son dubbio de gli altri modi assegnati da gli altri autori; i quali, se pretenderanno d' indubitatamente stabilir lor parere, saranno in obbligo di mostrare questa, e tutte l' altre posizioni vane, e fallaci. Resta dunque da queste dubitazioni reso assai sospetto l'argomento preso dalla mancanza di paralasse, per determinare il luogo della cometa. Ma di gran lunga più deboli sono, s' io non m' inganno, le ragioni, o conghietturo prese dalla qualità del suo movimento; e del tutto vana quella, che aveva inteso essere da alcuni stata presa dal poco ingrandimento, che riceve il capo della cometa riguardato col Telescopio, cioè col moderno occhiale, mentre per molte centinaia di volte aggrandisce le superficie degli altri oggetti visibili; stimando questi tali da quello strumento con sì fatta regola aggrandirsi gli oggetti, che assaissimo sieno accresciuti i vicinissimi, meno, e meno i più lontani, secondo la proporzion delle lor maggior lontananze, si che finalmente le stelle fisse, come lontanissime, non ricevano sensibile aggrandimento. Intorno a queste due ragioni, <pb n="24 "/>e particolarmente intorno alla seconda, non avevo io veramente intenzione di dir cosa alcuna, perciochè parendomi ella vanissima e falsa, non credeva ch' ell' avesse avuto a trovare assenso, se non tra persone di così poca autorità, che poco importasse farvi sopra reflessione. Ma l' avere ultimamente veduto nel discorso fatto in Collegio Romano circa questa materia, come da quei Matematici vien fatta sì grande stima di queste ragioni; si che non solamente gli applaudono, ma tassano chi l' ha disprezzate, di poco esperto de' principij di prospettiva, e degli effetti compresi, e osservati da loro nel Telescopio, per lunghe esperienze, e ottiche dimostrazioni, mi ha fatto alquanto ritirare in me stesso, e titubare sopra quelle considerazioni, per le quali, dal nostro Accademico fui persuaso della debolezza di tal fondamento. Il qual nostro Accademico, se non è stato solo, almeno è stato quelli, che più risolutamente, e publicamente d' ogni altro ha contraddetto a cotal discorso, e l' ha riputato di niun valore, molto avanti, che la soprannominata opera si vedesse. Il perchè, mutato consiglio, ho risoluto di proporre a voi uditori, e forse a que' dottissimi Geometri, se mai arriverà lor sentore di questo mio ragionamento, le </p>
<p>considerazion del nostro Accademico, acciò o ne sieno col nostro beneficio le fallacie emendate, o con loro utile, corretti gli errori altrui. Dopo questo verrò a considerar ciò, che si ritragga dalla qualità del moto. Quelli dunque che affermano dal medesimo occhiale aggrandirsi molto gli oggetti visibili vicini, meno i più remoti, e punto, o insensibilmente i lontanissimi, non so a a qual cagione sieno per attribuire l' esserci dal medesimo Telescopio rese visibili innumerabili stelle fisse, delle quali niuna si vede con l' occhio libero. Perche s' e' non le ingrandisce, è forza, che con altra sua piu ammirabile, e inaudita prerogativa, le illumini. Ma se pur egli con aggrandir le loro spezie, come <pb n="25 "/>bisogna per necessità confessare, d'invisibili le fa visibilissime, cioè d' insensibili sensibilissime ce le rende, non so perchè tale aggrandimento si debba poi chiamare insensibile, e non più tosto infinito, che tale è la proporzion del niente a qualche cosa. Gli Astronomi per mio credere, non avrebber distinte le stelle fisse visibili in molte, e varie grandezze, se tale inegualità non apparisse sensibilmente. Anzi la differenza delle minime della sesta, e le massime della prima grandezza, si reputa talmente sensibile, che tra esse altri cinque sensibili gradi si collocano di disegualità. Onde non pur sensibile, ma grandissimo si dovrà chiamare il ricrescimento di quel Telescopio, il quale ci mostra maggior di quelle, della prima grandezza, alcuna delle stelle invisibili, che forse per molti gradi è inferiore alle visibili della sesta. E pure quest' effetto si vede tra le stelle fisse, e maggiormente ancora si vedrebbe, se noi, con l' occhiale, potessimo alcuna di esse piccole stelle incontrare, mentre l' aria fusse alquanto luminosa, cioè nel primo apparire delle maggiori stelle. Il che esquisitamente si vede ne' Pianeti Medicei, i quali incontrandosi agevolmente con la scorta di Giove, si veggono su 'l tramontar del Sole con perfetto Telescopio molto prima, che con la vista semplice le stelle fisse, eziandio della prima grandezza. E perchè le stelle Medicee sono assai men lucide delle fisse, non pare, ch' altro ce le possa render visibili, se non un grandissimo accrescimento ; e pure per la loro piccolezza sono invisibili, non solo alla vista semplice, ma ancora a gli strumenti, che multiplichino in superficie meno di trenta, o quaranta volte. Ma posto, come anche in parte, benchè ingannevolmente, apparisce, che le stelle fisse fossero insensibilmente dal Telescopio aggrandite, io non so quanto ciò dovesse reputarsi effetto della loro massima lontananza, sì che si potesse poi per lo converso concludere, che qualunque oggetto, il qual venisse insensibilmente <pb n="26"/>dall' occhiale aggrandito, fosse per necessità da noi immensamente lontano : e parmi, che possa essere, che essendo vere le amendue proposizioni, il loro congiugnimento sia falso, nel modo, che per avventura cade nella scintillazion delle medesime fisse, le quali è vero, che scintillano, ed è vero, che son lontanissime : ma che dello scintillare ne sia causa la somma lontananza, dalle due nude proposizioni non si convince; E così, dato, che le fisse poco s' aggrandiscano, e sieno lontanissime, non però segue, che 'l poco ingrandirsi dalla massima lontananza necessariamente dependa. Imperciocchè, se ciò veramente fosse, certo è, che tutti gli oggetti visibili, posti nella medesima distanza farieno il medesimo. E così, non pure le stelle fisse, ma gl'intervalli, che sono tra esse dovrebbero apparirci gli stessi col Telescopio, che con l' occhio libero; tuttavia l' esperienze nostre ci mostrano il contrario. Perchè, se pigliando la canna d' un occhiale, e levatone i vetri la dirizzeremo a due stelle fisse, tanto fra di loro vicine, che giustamente si veggano per l' estrema circonferenza del foro opposto, mettendoci poscia i vetri, e ritenendo la stessa grandezza di foro, non solo non le comprenderà più amendue un' occhiata medesima, come dovrebbe seguire, se gli oggetti remotissimi non ricrescessero; ma per passare dall' una all' altra, farà di mestiero muover la canna, come se fossero due oggetti da noi non più lontani d' un miglio, servando nel crescer la stessa proporzione gl' intervalli nel Cielo, che si facciano in terra tutti gli oggetti in queste piccole lontananze. </p>
<p>	Di più, quando tal conclusion fosse vera, ne vedremmo talor seguir mirabile effetto; imperocchè messo in qualche distanza un' oggetto, come per esemplo, un cerchio nero, e un' altro di color bianco alla dirittura medesima quattro, o sei volte più lontano, e tanto maggior del primo, che per la sua interposizione <pb n="27"/>non però ne rimanesse del tutto ricoperto, ma che intorno, intorno restasse apparente una circonferenza bianca: preso poi il Telescopio,  e drizzatolo verso i cerchì, se il vicino s' ingrandisce più del lontano, sicuramente il lontano ne dovrà restar del tutto coperto, e ascoso, e nulla si scorgerà della circonferenza bianca: il quale effetto, quando vero fosse, potrebbe tal volta con gran maraviglia, interporsi la vicina Luna tra l' occhio nostro, e 'l Sole lontanissimo, ed eclissandone una parte all' occhio libero, eclissarlo del tutto al Telescopio, sì che guardando con l' occhiale trovassimo notte oscura, mentre gli altri godessero con l' occhio libero la chiarezza del giorno. Ma non pur questo non accadrà, ma de' due sopraddetti cerchi, quando del più remoto ne apparisca all' occhio libero solamente quanto è un sottil filo, lo stesso si scuopre con l' occhiale per appunto ; argumento necessario gl' ingrandimenti di tali oggetti esser fatti puntualmente con la medesima proporzione. Da queste esperienze mi pare assai dimostrato, come la massima lontananza de gli oggetti, non toglie loro punto d' aggrandimento. Ma perchè pur si vede, che le stelle guardate col Telescopio ci appariscon poco maggiori, che vedute liberamente, non sarà per avventura fuor di proposito l' andare investigandone le vere cagioni, come d' effetto, che uscendo della comune maniera, in che ci appariscono gli altri oggetti visibili può far restare chiunque non ben attentamente lo miri, agevolmente ingannato. Dico dunque che 'l medesimo Telescopio aggrandisce tutti gli oggetti visibili, secondo la medesima proporzione, sien pur essi costituiti in qualunque lontananza si sia. E quelli, ch' altramente hanno creduto, son rimasi ingannati, o perchè rimirando diversi oggetti, e sommamente tra di loro diseguali, hanno creduto di riguardare il medesimo, o perchè parendo loro d' adoprar lo stesso strumento, si son serviti di diversissimi Telescopi. <pb n="28"/>Manifesta cosa è, che le stelle, e non solo le fisse, ma, trattone la Luna, anche l'erranti assai più grandi appariscono all' occhio libero, vedute nell' oscurità della notte, che nella chiarezza del crepuscolo, sul lor primiero apparire: e Venere, e Giove veduti nell'aria illuminata, non sono ne ancho la centesima parte di quel, che ci s' appresentano nelle tenebre : ne perciò cred' io, che alcuno stimi la corporale, e vera grandezza loro, ch' è quella, che si vede di giorno, farsi maggior nella notte, ma sì bene ch' ella acquisti un irraggiamento grande, dentro del quale resta indistinto 'l piccol corpicello di quella stella, onde la notturna visibile immagine è diversissima, &amp; incomparabilmente maggiore della diurna. Ora se alcuno, per far prova della multiplicazione del telescopio riguarderà di notte una stella, comparando il suo nudo corpicello aggrandito dallo strumento, con l' inghirlandato di raggi veduto con l' occhio libero, veramente errerà, e farà paragone di diversi oggetti, mentre si crede di  considerare il medesimo , e senza dubbio non troverrà l' accrescimento, che si vede, riguardando 'l medesimo oggetto, perchè quel, che si vede con l' occhiale, è il semplice corpo, e reale della stella veduta, e quel, che si scorge con la vista libera, è l' irraggiato. Onde lo 'ngrandimento del Telescopio par piccolissimo, tal volta nulla, e tal volta ancora può apparire sensibilmente diminuirsi. In confermazione di quant' io dico, aggiustisi il Telescopio, per esemplo, al Cane, avanti giorno, egli ci apparirà non molto maggiore, che veduto senza l' occhiale. Andiamo poi seguitandolo sino al nascer del Sole, sempre lo vedremo nello strumento della grandezza medesima, ma alla semplice vista egli andrà pian piano diminuendosi, in guisa che di qualunque minima stella veduta di notte parrà minore. E finalmente nascendo 'l Sole, egli, fatto infinitamente piccolo, al tutto si perderà, e pur tuttavia si vedrà benissimo nel Telescopio, <pb n="29"/>e sempre d' eguale apparenza. Venere, e Giove, ed in somma ogni altra stella, guardata con lo strumento, non ci appariscono niente maggiori la notte, che 'l giorno, ma si bene i medesimi veduti con l' occhio libero grandissimi sono nelle tenebre, e piccolissimi nell' aria lucida, sicuro argomento, che quel che si vede per lo strumento, è l' oggetto puro, e spogliato de' raggi stranieri , il che anche si raccoglie dalla sua perfetta, e terminata figura, falcata tal volta in Venere, ovata in Saturno, e circolare nell' altre stelle. La fallacia dunque depende non dall'immensità della lontananza, ma dallo splendor dell'oggetto. Anzi lo stesso si vede accadere ne'nostri lumi terreni per brevi intervalli remoti , sì che a chi stesse pure ostinato, che per provar l'immensità della lontananza concludesse l'argomento preso dal poco aggrandimento del Telescopio, si potrebbe agevolmente dare ad intendere, che una candela accesa, e posta in altezza di cento, o dugento braccia fosse tra le stelle fisse, poichè pochissimo viene dall'occhiale ingrandita. Ma sento oppormi, per atterrar tutto questo discorso, che pur' anche gli oggetti non risplendenti, quanto più son vicini, tanto maggiore accrescimento ricevono dal medesimo Telescopio. Sì che, se, per esemplo un' oggetto veduto in distanza di cento braccia, ci apparisce cento volte maggiore, lo stesso, in distanza di dieci, apparirà dugento volte, e quattrocento, e mille, e dumila, se si porrà in distanza di due braccia, d' uno, o d' un mezzo: in somma, con avvicinarlo, il potremo smisuratamente ad arbitrio nostro multiplicare. Tutto ciò è verissimo, e benissimo osservato, e inteso dal nostro accademico, e forse prima, che da niun altro, ma bene allo 'ncontro mi pare, che quei, che reputano ciò essere effetto dell'avvicinamento dell' oggetto, non s' avveggano del loro inganno. Però avrei caro d' intender da questi, se quando vogliono distintamente vedere un' oggetto posto in distanza di <pb n="30"/>dieci braccia e'ritengono nell' occhiale la medesima lunghezza di canna, e in conseguenza la medesima distanza tra vetro, e vetro, che quando il medesimo oggetto è in lontananza di cento braccia. Certamente diranno, che allungano detta canna, e che molto più l' allungano per vederlo in lontananza di quattro braccia, e per la distanza d' un braccio, o d' un mezzo confesseranno allungarlo il doppio, il triplo, e anche il quadruplo di quel, che bastava per gli oggetti lontani. Ed io allora gli avvertirò, che questo non è riguardare con lo stesso strumento, ma con diversi, e che la cagion del maggiore, o minore ingrandimento degli oggetti veduti, non depende dal loro avvicinamento, ma dal servirsi di maggiori, e maggiori Telescopi. E che ciò sia vero, provino a fermarne uno a vista di qualche oggetto posto, V. G. in distanza di mille braccia, e non lo movendo di luogo allunghino solamente un dito, o due la canna, subito vedranno accrescimento notabile nell' oggetto, e pur' egli non ci s' è avvicinato, anzi più tosto ci s'è fatto lontan dall' occhio quel poco più, che 'l cannone s'è allungato, ma allo 'ncontro, ritenendo pur fermo lo strumento facciasi avvicinar l' oggetto, non dirò un dito, o due, ma dieci, venti, trenta braccia, e anche cento, o dugento, non si vedrà accrescimento veruno, fuor di quello, che 'l semplice appressamento arreca sempre mai ancora dell' occhio libero. Sì che, se nella distanza di mille braccia l' oggetto nel Telescopio ci appariva per esemplo dieci volte maggiore del veduto naturalmente, nella distanza parimente di novecento, di secento, e di quattrocento non ci apparirà, se non con lo stesso decuplo accrescimento. Ed in somma questa multiplicazione non s' accrescerà mai, sin che non s' allunga la canna, e s' accresce la distanza fra i vetri. Ora siemi detto da questi, se quando hanno guardato la Luna, la quale, per loro affermazione ricresce assai, per vedere di poi gli oggetti più lontani, e anche <pb n="31"/>le stelle fisse, fa lor mestieri d' accorciar la canna? certo no, anzi che non solamente nelle distanze, oltr' alla Luna remota da noi tante migliaia di miglia, ma in nessuna da mezzo miglio in là, non fa bisogno scorciarla pure un capello, onde ne venga diminuito l' accrescimento delle cose vedute , ma, usata nella medesima lunghezza, perfettamente ne mostra ogni oggetto, e tutti con la medesima proporzion gli aggrandisce. </p>
<p>	Concludiamo dunque per verissimo gli oggetti tutti venir dal medesimo Telescopio con la medesima proporzione ingranditi: e se i vicinissimi sembrano ingrandirsi più, ciò avviene dall'usare strumento più lungo, e quanto a' lontanissimi,  solo gli splendidi mostrano ingannevolmente ingrandirsi meno, mercè dell' accidentario loro splendore, ma non già per la grandissima lontananza:  del qual effetto non ne essendo sin' ora da altri stata assegnata la vera cagione, voglio credere, che grato vi possa essere il sentirla, imperocchè non par, che sia senza maraviglia, com' esser possa, che accrescendoci sommamente il Telescopio tutti gli oggetti visibili, solo i lucidi, e che per certa distanza di nuovi raggi, s' inghirlandano, non mostrino nello stesso modo aggrandirsi, se non nel lume primiero. Ma la chioma quantunque essa ancora oggetto visibile, nessunno accrescimento riceva. Qui prima è necessario, che noi depogniamo una falsa opinione intorno all' essenza del medesimo irraggiamento, se però ci ha alcuno, il quale habbia prestato fede a quello, ch' hanno scritto alcuni Filosofi in questo proposito, cioè, che le stelle, le fiaccole, e gli altri corpi luminosi, quali egli si sieno, accendano, e rendano splendida ancora parte dell'aria circonvicina, la quale poi in debita distanza più vivamente, e terminatamente lo suo splendor dimostri, il perchè tutta la fiaccola assai ci apparisca maggiore. Il qual discorso è tanto falso, quanto la verità è, prima che l' aria non s'accende, ne si fa splendida, dipoi, che tale <pb n="32"/>l'irraggiamento non è altrimenti intorno all' oggetto luminoso, ma è così vicino a noi, che se non è dentro all' occhio nostro stesso, almeno è nella sua superficie, forse cagionato dal lume principal dell' oggetto, rifratto in quella umidità, che continuamente è sopra la pupilla dell' occhio, mantenuta dalle palpebre. Di che habbiamo diverse conghietture, qual è, ch' a gli occhi più umidi, e lagrimosi maggiore apparisce cotale irradiazione: in oltre serrando in parte, e comprimendo le palpebre, appariscono parimente raggi lunghissimi, segno evidente, che tale splendore ha fondamento nell' occhio, ed in esso risiede. Il che finalmente si conclude per necessità essere in questa guisa, perchè, se noi, intraponendo fra l' occhio, e il lume la mano, o altro corpo opaco, l' andremo movendo pian piano, quasi che noi volessimo esso lume occultarci, l' irradiazione sua mai punto non s' asconde, fin che la stessa fiamma reale non si cela, ma appariscono i medesimi raggi tra la mano, e l' occhio in nessuna parte alterati, che non avverrebbe se i raggi fussero intorno al lume, cioè di là dalla mano. Ma come prima comincia la mano a intaccar parte del vero lume, cominciano anco parte de' detti raggi a sparire, quelli cioè ch' apparivano derivare dalla parte opposta di essa luce, cioè se alzando la mano si verrà ad occultar la parte inferiore della fiamma, si cominciano a perder que'raggi che parevano spuntar dalla parte superiore, e per l' opposito, se messa la mano più alta del lume si verrà con abbassarla ad occultarne la parte superiore, i raggi inferiori si perderanno. Con altra evidentissima esperienza si prova lo stesso, imperocchè, se, riguardando tai raggi, andremo inclinando la testa or verso la destra, or verso la sinistra spalla, ed in conseguenza piegando nello stesso modo gli occhi, vedremo far lo stesso a' raggi, ma non gia alla fiammella della candela, la quale resta immobile. Argomento, che tanto necessariamente <pb n="33"/>conclude quegli esser negli occhi, quanto è vero questa esserne fuori, e lontana. Ora, </p>
<p>se tale irradiazione è nell' occhio nostro, com'è manifesto, che meraviglia è se 'l Telescopio non l' aggrandisce? il quale non multiplica se non quelle spezie, che passano pe' cristalli, e che sono di là da essi, e non quelle che sono verso l' occhio, e non passano per i vetri. Questa sono le nostre esperienze, queste le conclusioni dependenti da' nostri principj, e dalle nostre ragioni di prospettiva. Se le nostre conclusioni, e le nostre sperienze saranno false, e difettose, i nostri fondamenti saranno deboli, ma s' elle saranno vere, e false quelle degli altri, contentinsi gli altri, che noi possiamo sospettare della fermezza de' fondamenti de' lor principj, e di essi con ragione far quel giudizio, ch' essi di noi avevan fatto senza ragione. Stabilite queste cose, io non veggo, che altro si possa nella cometa inferire dal suo poco aggrandimento col Telescopio, se non ch' ell' è cosa luminosa, delle quali tutte è proprietà di apparire in certa distanza all' occhio libero irradiate, e maggiori. Ma vegniamo ormai alla considerazione dell' argomento preso dalla qualità del moto, per dimostrarla celeste, il quale non sarà forse più saldo degli altri, cadendoci intorno molto da dubitare. E prima io lascio stare, che 'l porre quelle distinzioni di sfere, e orbi celesti, ne' quali fermamente le stelle fussero affisse, e che solo al movimento di quegli andassero in volta, è ormai tanto notoriamente pieno d' inverisimili, e di repugnanze, che 'nsino a buona parte de' più ostinati contradittori s' inducono a deporgli, e a credere i pianeti esser mobili per loro stessi : ma posto ancora che altri pur volesse assegnare spera, e Cielo particolare per le comete, dal quale subito nate fussero portate in volta (non essendo verisimile elle nascere con tal pratica, e scienza) bisognerebbe porre non un solo orbe, ma molti, rispetto a' movimenti di quelle tra di loro in maniera diversi <pb n="34"/>non meno nelle inclinazioni, che nelle velocità, che non bene si possono attribuire a qualunque moto si assegnasse a un particolar Cielo. Di che vi potrei addur molti esempli ; ma per maggiore intelligenza, e vostro minor tedio, consideriamo solamente qual differenza caschi tra la cometa de mesi passati, e quella del settanzette con tanta diligenza descritta da Ticon Brae. </p>
<p>	La cometa del settanzette appariva muoversi in un cerchio, che segava l' Eclittica intorno al ventunesimo grado del Sagittario : questa passata la segava nel grado quattordicesimo dello Scorpione. Il cerchio di quella era inclinato all' Eclittica meno di trenta gradi, e questo assai più di sessanta , onde i poli di questi due orbi sarebbono diversissimi, e lontanissimi tra di loro. Quella si moveva nel suo apparente cerchio nel principio della sua apparizione più di cinque gradi il giorno, e questa tre. E finalmente i movimenti loro sono stati del tutto contrari, poichè quella si moveva secondo l' ordine de' segni, e questa contra: accidenti, che per essere incompatibili in una medesima sfera, ci forzerebbono a porne tante, quante fossero le Comete passate, e anche per avventura le future. Or questa multiplicità di sfere oziosa sempre in aspettare che in esse venga, Dio sa quando, una cometa per portarla breve tempo in volta, e anche per poca parte di suo cerchio, non so veder come si possa accordare con la somma esquisitezza, che mantien la natura in tutte l' altre sue opere di non esser nè superflua, nè oziosa. Il dire con Ticone, che come a stelle imperfette, e quasi scherzi della natura, e trastulli delle vere stelle, ma però, benchè caduche, d' indole ad ogni modo, e di costumi celesti, basta una tale quale condizion divina , ha tanto più della piacevolezza poetica, che della fermezza, e severità filosofica, che non merita, che vi si ponga considerazione alcuna, perchè la natura non si diletta <pb n="35"/>di poesie. L' argomento poi preso dalla regolarità del moto, e dall' esser egli fatto in un cerchio massimo, è molto difettoso. Perchè quanto alla regolarità l' osservazioni, e deposizioni de' medesimi, che l' hanno fatte, il mostrano irregolare, essendosi sempre andato ritardando in modo, che la cometa del settanzette era venti volte più veloce nel principio, che nella fine, e la passata intorno al doppio. E benchè Ticone si sforzi di ridurlo a equabilità con assegnarli un' orbe d' intorno al Sole, nulla di meno egli non può tanto palliare il vero, ch' egli non confessi esser forzato a porlo anco nel proprio orbe ineguale, e anche si lascerebbe andare a porlo per linea non circolare : dissimulando ora per soddisfare a questa sua nuova fantasia, ch' una delle principali cagioni, che hanno fatto partire e lui, e 'l Copernico dal sistema di Tolommeo, sia stata il non poter salvare l' apparenze con movimenti assolutamente circolari, ed equabilissimi  ne' lor cerchi, e  </p>
<p>intorno a' lor propri centri; dissimulando anche l' altra non minore disorbitanza, la quale è, che essendo manifesto in tutti i Sistemi, tutti i movimenti propri de' pianeti esser per un medesimo verso, egli si lascia indurre a por solamente quest' orbe destinato per le comete a muoversi al contrario. Cosa veramente improbabilissima. Al poter con sicurezza chiamar tal moto per cerchio massimo, mancano gran punti da dimostrare, i quali tralasciati danno indizio d' imperfetto Loico. Perchè ancorch' e' sia vero, ch' all' occhio posto nel centro della sfera, i cerchi massimi, e i moti fatti in essi appariscano linee rette, e i cerchi minori linee curve, non però è necessario il converso, come richiederebbe il bisogno di Ticone, e dell' autor del problema, cioè, che qualunque moto ci appare retto, sia per necessità fatto in un cerchio massimo. Perchè, se questo fosse, un movimento veramente fatto per una linea retta dovrebbe apparir fatto per una curva, che è falso. Bisogna <pb n="36"/>dunque dire, che al riguardante due sorte di movimenti appariscon retti, cioè quelli, che sono realmente retti, e i circolari fatti ne' cerchi massimi: e questo dico, parlando solamente de' moti semplici, perchè trattando in generale, tutti i movimenti, che saranno fatti in uno stesso piano, appariranno, per linea retta, all' occhio costituito nel medesimo piano. E però, chi voleva senza difetto provare, che 'l movimento della cometa fosse per cerchio massimo, era in obbligo di provare prima, ch' e' non fusse realmente, o in se stesso per linea retta, il che non è stato fatto, ne forse agevolmente poteva farsi. I buoni Astronomi, per provare che 'l movimento, verbi grazia, del Sole, da Levante, a Ponente, è circolare, e non retto, benchè sembri fatto in una linea retta, l' argomentano dall' apparir suo nel mezzo del Cielo della medesima grandezza, che verso gli estremi: ed in oltre dall' apparirci anche il suo movimento uniforme, supposto, che tal'egli sia ancora in se stesso, i quali due rincontri non avrebbon luogo nel movimento per linea retta, che essendo in se stesso uniforme, apparirebbe disforme, cioè veloce nelle parti di mezzo, come più vicine all' occhio, il perchè anche l'oggetto parrebbe maggiore, e più, e più tardo verso l' estreme, dove il medesim' oggetto assai minore si mosterrebbe. Ma se noi vorremo sopra queste buone conghietture discorrer circa la cometa, mi pare, che molto più ragionevolmente potrem venire in pensiero che il movimento di lei fosse un continuo allontanamento da noi, fatto per linea retta, perchè, quanto alla sua visibil grandezza, sempre s' andò diminuendo sino alla total perdita, e la velocità sua apparentemente ritardandosi. Ma le apparenze, e rincontri, che favorirebbono tale opinione non son questi soli, anzi pur ve ne son de gli altri, la probabilità de' quali tanto più manifesta si scorge, quanta essi molto aggiustatamente s' adattano al moderare gli assurdi, che par, che seguano al por quest' <pb n="37 "/>orbe cometario, e per chiara intelligenza del tutto, seguendo, dico. L' aver tanti Filosofi antichi creduto la cometa essere una stella vagante, la quale non apparisse, se non quando allontanandosi dal Sole uscisse della sua irradiazione, nel modo, che Venere, e Mercurio per simil separazione si fanno visibili, restando tutto 'l resto del tempo invisibili per la vicinanza di quello, ci è chiaro argomento, che le comete per lunghissime osservazioni, comunemente dal loro primo apparire, si vanno successivamente allontanando dal Sole, si come è accaduto di queste, delle quali principalmente favelliamo, avendo d' una, fresche, e sensate osservazioni, e dell' altra molto diligente storia in Ticone, e altri, che l' osservarono. E perchè alcune hanno il lor nascimento vespertino, come quella del settanzette, e altre mattutino, come la nostra, quindi è, che dovendosi andar discostando dal Sole, bisogna, che quelle si muovano, secondo l' ordine de' segni, e queste in contrario. La qual contrarietà di moti è sconvenevolissima cosa a doversi porre o nella medesima sfera, o in diverse, destinate per movimento di materie d' una stessa natura. Ma oltr' a tutte le improbabilità allegate, notisi da voi Accademici quali altre sorte d' assurdi sien trapassate da quelli, i quali troppo ansiosamente vorrebbono, che le cose naturali s' accomodassero, e rispondessero al concetto, che essi casualmente di quelle si son formati. Ticone dall' avere osservato, che la cometa del settanzette separandosi nel principio dal Sole, da quello digredi sino a certo termine, e poi cominciò a ravvicinarsegli, e che in oltre successivamente dopo sua apparizione s' andò diminuendo, e perciò conghietturalmente da noi allontanandosi, imitando le digressioni di Venere, e di Mercurio, pensò di ciascuno di questi effetti addurre competente ragione, con assegnarle un rivolgimento intorno al Sole, simile a quelli delle due nominate stelle: ma in un' orbe tanto <pb n="38"/>maggiore di quel di Venere, quanto la digressione della cometa, che fu intorno sessanta gradi, apparve maggior di questa di Venere, che è intorno a quarantotto. Ne del tutto l' assunto fu inverisimilie, benchè altra più semplice, e natural cagione, e più aggiustatamente all' apparenze corrispondente, se ne può per mio parere arrecare, come appresso dirò. </p>
<p>	Il Matematico del Collegio Romano, ha parimente, per questa ultima cometa ricevuto la medesima ipotesi, e a così affermare, oltr' a quel poco, che n' è scritto dall' autore, che consuona con la posizion di Ticone, m' induce ancora il vedere in tutto 'l rimanente dell' opera quanto e' concordi con le altre Ticoniche immaginazioni. Stante dunque che tale sia l' orbe delle comete, quale questi autori si figurano, gran cagione mi resta di maravigliarmi, che quei del Collegio si sieno poi persuasi di poter conservare, e nominare prole celeste questa, che quasi triforme Dea bisognerà farla abitatrice del Cielo, degli elementi, e altresì dell' Inferno. Perchè avendo le digressioni della nostra cometa dal Sole passati novanta gradi, piccola scintilla di geometria basta a far vedere, che l' orbe di lei, circondando 'l Sole, bisogna, che dopo lungo trascorrer per lo Cielo, traversi gli elementi, e penetri anche per l' infernali viscere della terra : avvegnachè la digressione precisa di novanta gradi, formando con la linea del moto solare angoli retti, viene ad essere la tangente dell' orbe della stella, che digredisce, e a toccar la superficie della terra, e passar per la vista de' riguardanti. Tal mostruosità non posso credere, che l' autor del problema sia per voler sostenere, e son sicuro, che se gli verrà in pensiero per mantenimento del primo detto, d' assegnare alla cometa forse una conversione non intorno al Sole, simile a quella di Venere, e di Mercurio, ma intorno alla terra senza comprendere il Sole, imitando la Luna, o pur comprendendolo al modo de tre <pb n="39"/>pianeti superiori, son dico sicuro, ch' in ogni maniera, esaminando diligentemente tutte le conseguenze, incontrerrà di duri, e pericolosi scogli. </p>
<p>	A me, al quale non ha nel pensiero avuto mai luogo quella vana distinzione, anzi contrarietà tra gli elementi, ed i cieli, niun fastidio, o difficultà arreca, che la materia, in cui s' è formata la cometa avesse tal volta ingombrate queste nostre basse regioni, e quindi sublimatasi, avesse sormontato l' aria, e quello, che oltre di quella si diffonde per gl' immensi spazi dell' universo, il che credoa certo ella aver potuto fare senza trovar resistenza, o intoppi così duri, che la 'mpedissero dal suo viaggio, o pure un breve momento la ritardassero. Anzi di simil sublimazioni di fumi, vapori, esalazioni, o di qualsisieno altre sottili, e leggier materie elementari, parmi, che spesse volte ne abbiamo ancora degli altri rincontri, e so, Accademici, che molti di voi avranno più d' una volta veduto 'l Cielo nell' ore notturne, nelle parti verso Settentrione, illuminato in modo, che di lucidità non cede alla più candida Aurora, nè lontana allo spuntar del Sole; effetto, che per mio credere, non ha origine altronde, che dall' essersi parte dell' aria vaporosa, che circonda la terra, per qualche cagione in modo più del consueto assottigliata, che sublimandosi assai più del suo consueto, abbia sormontato il cono dell' ombra terrestre, sì che essendo la sua parte superiore ferita dal Sole abbia potuto rifletterci il suo splendore, e formarci questa boreale aurora. La quale apparenza ha bello, e probabile incontro, poichè ella si vede solo, o più frequentemente la state, quando 'l Sole fatto settentrionale, per minor distanza resta sotto l' Orizzonte, e la' nclinazion del cono dell' ombra terrestre inverso Austro è tanto maggiore, ch' assai meno, che in altro tempo hanno a sollevarsi i vapori per uscirne fuora, e liberarsi dall' ombra, ed esporsi in vista al Sole. Ma per più <pb n="40"/>propinqua conghiettura, ricordiamoci, che per alcuni giorni avanti il comparir della nostra cometa fu veduta la mattina innanzi giorno, mentre s' osservava il trave, tutta la parte Orientale ripiena, assai più del solito, di vapori molto luminosi, anzi tanto poco meno rispledenti della stessa cometa, ch' ella su 'l principio pareva quasi più tosto distinta dal resto del Cielo per due strisce laterali alquanto men lucide, che perchè ella grandemente superasse di luce tutto 'l rimanente del Cielo. In oltre, che per i celesti campi vadano simili fumosità vagando, e producendosi, e dissolvendosi, quel che prima sensatamente, e poi dimostrativamente è stato proposto, e provato dal nostro Accademico delle macchie del Sole, ce ne rende in modo sicuri, che ragionevolmente non resta luogo di dubitarne. Ora venendo a moderar gl' inconvenienti, che seguir si veggono nell' assegnata sfera delle comete, dico, che assai probabilmente, e con agevolezza, con un solo, e semplice movimento, viene ogni repugnanza rimossa : Imperocchè non abbiamo a chimerizzare altro, ch' un semplicissimo, ed equabil moto per linea retta dalla superficie della terra verso 'l Cielo. </p>
<p>	E ciò, prima soddisfa, come s' è detto, all' apparir per linea retta, essendo egli veramente tale, ed essendo eguale in se stesso, ci parrà sempre più tardo mediante il discostamento maggiore, ci mosterrà diminuzione nella grandezza visibile dell' oggetto, e finalmente, senza bisogno d' introdur niuna contrarietà di movimenti, sia pur la cometa orientale, o occidentale, mattutina, o vespertina, sempre ci apparirà discostarsi dal Sole. E per più chiara intelligenza del tutto; veggasi la presente figura, nella quale per lo cerchio ABC intendasi il globo terrestre, e sia in A l' occhio del riguardante, il cui orizzonte sia secondo la linea retta AG la qual vada anche verso il Sol nascente, e intendasi pur verso la regione orientale, la linea <pb n="41 "/>retta ascendente perpendicolarmente, verso 'l Cielo, secondo la quale si muova la materia della cometa, o sia questa la linea. DEF. nella quale sieno segnate alcune parti equali. SO. ON. NI. IF. che sieno, per esemplo gli spazi passati di giorno in giorno da essa cometa, e sia O il luogo della sua prima apparizione: non si essendo veduta innanzi, per esser troppo sotto i raggi del Sole. Veggasi poi il secondo giorno in N, il terzo in I, il quarto in F. ec. È manifesto primieramente, <pb n="42"/>che essendo ella nella sua prima apparizione più che in altro tempo vicina all' occhio, maggiore apparirà in O, che, in N, e in N, che in I, se non forse, in quanto l' essere in O più sotto i raggi del Sole, e nella chiarezza del crepusculo offuscasse tanto della sua luce, che per due, o tre giorni ci apparisse andar più tosto accrescendosi: ma poi uscita dall' albòre del crepuscolo, s' andrà ella sempre diminuendo, e 'l suo moto apparente sarà sempre più tardo, perchè gli angoli OAS, NAO, IAN, FAI, ec. che sono le misure di essi moti, son sempre conseguentemente minori, e minori, come agevolmente si dimostra. Perchè essendo nel triangolo ASN, l' angolo S ottuso, sarà la linea AN maggiore della AS, e però quando l' angolo NAS fosse segato in parti eguali dalla linea AO, la parte del lato opposto NO, sarebbe maggiore dell' OS, dunque perchè si pone essergli eguale, è forza, che l' angolo NAO sia minore dell' angolo OAS, e nello stesso modo si dimostra gli angoli conseguenti esser sempre minori de' precedenti, ch' è cagione dell' apparente ritardazione del moto. In oltre, mostrandocisi ella nelle parti orientali, ci apparirà nel suo ascendere acquistar del Cielo sempre verso Occidente, ed in conseguenza il suo movimento esser retrogrado, cioè contro l'ordine de' segni, come appunto è accaduto di quest' ultima ; che s' ella si mosterrà verso Occidente, ci apparirà per lo suo ascendere ritirarsi verso Levante, e 'l movimento esser diretto, cioè secondo l' ordine de' segni, come avvenne nella cometa del settanzette. Di più e nell' una, e nell' altra positura ci apparirà ella continuamente dilungarsi dal Sole, venendo tale allontanamento misurato dall' angolo OAG, NAG, IAC, il quale si va successivamente ampliando per l'aggiunta di giorno in giorno dell'angolo del suo moto apparente. Ma però qui cade una differenza degna di considerazione, ed è, che quando la cometa <pb n="43"/>sarà orientale, com' è stata quest' ultima, ella s' andrà discostando dal Sole, non solamente mediante il suo moto apparente, e retrogrado, ma eziandio per lo moto proprio del Sole, il quale sempre è diretto, ma quando ella sarà occidentale, e avrà però lo suo movimento diretto, essendo diretto parimente quel del Sole, ella non continuerà a discostarsi da quello, se non sin' a tanto, che 'l suo movimento apparente sarà maggior di quel del Sole: ma andandosi il suo diminuendo, e mantenendosi <pb n="44 "/>quel del Sole, potrà accadere, che fatta più tarda, non più s' accresca, ma si vada diminuendo successivamente la sua distanza da quello. E questi due accidenti si sono esattamente verificati nelle due comete, delle quali noi favelliamo: conciossiacosa che quest' ultima, essendo orientale sempre si sia andata allontanando dal Sole, ma l' altra del settanzette, che fu occidentale, su 'l principio s' andò allontanando circa quattro gradi il giorno, che di tanto superava 'l movimento di quello, andando poi successivamente languendo, si che in poco più di venti giorni si ridusse con velocità eguale con esso Sole, onde più non se gli allontanava, e dopo restando vinta, cominciò il Sole a racquistarla, in tanto che nel fine le si avvicinava quasi mezzo grado per giorno. Io non voglio in questa parte dissimular di comprendere, che quando la materia, in cui si forma la cometa, non avesse altro movimento che 'l retto, e perpendicolare  alla superficie del globo terrestre, cioè dal centro verso 'l Cielo, egli a noi dovrebbe parere indirizzato precisamente verso il nostro vertice, e Zenit, il che non avendo ella fatto, ma declinato verso Settentrione, ci costrigne a dovere o mutare il sin qui detto, quantunque in tanti altri rincontri così ben s' assesti all' apparenze, o vero ritenendolo aggiugner qualch' altra cagione di tale apparente deviazione. Io ne l' uno saprei, ne l' altro ardirei di fare. Conobbe Seneca, e lo scrisse, quanto importasse per la sicura determinazione di queste cose, l' avere una ferma, e indubitabil cognizione dell' ordine, disposizione, stati, e movimenti delle parti dell' universo, della quale il nostro secolo riman privo: però a noi conviene contentarci di quel poco, che possiamo conghietturare così tra l' ombre, sin che ci sia additata la vera costituzion delle parti del Mondo, poichè la promessaci da Ticone rimase imperfetta. E già che abbiamo con qualche diligenza esaminato tanti particolari, non sarà <pb n="45"/>se non aene, che facciamo alcuna considerazione sopra la curvità della chioma, ò barba della cometa, intorno al quale accidente, non veggo avere scritto altri, che Ticone, ma, per mio credere, non più veridicameute, che degli altri particolari dependenti dall' umana conghiettura. Esaminerò dunque quanto egli ne scrive, e ritrovatolo al sicuro nulla concludeute, tenterò s' io possa produr cosa di probabilità. </p>
<p>	Stima Ticone, che 'l tratto della chioma non sia altramente in se stesso, e realmente curvo, ma diritto, e che accidentalmente apparisca piegato, e torto: &amp; in questo credo io aver' egli conforme al vero giudicato; e la cometa moderna si mostrò tal volta con la chioma incurvata, e alcuna volta dirittamente la distendeva. Ma nell' assegnare, ch' egli fa della cagione di tal accidentale apparenza, credo, ch' egli torca dal vero, più  che la chioma dal retto. Egli riferisce la cagion di ciò all' esserci gli estremi della cometa disegualmente lontani dall' occhio, e dice, che in tutti gli oggetti visibili, che realmente sien dirittissimi, tuttavolta, che un de' suoi termini sarà più vicino al nostr' occhio dell' altro, accade che incurvati, e non diretti ci appaiano: e soggiugne di tale effetto esserne certe dimostrazioni di prospettiva in Vitellione, e Alazzeno. Io essendo primieramente sicuro della falsità della conclusione, volli vedere i luoghi de' citati autori, parendomi cosa strana, che scrittori di quella fatta avessero tanto solennemente traviato dal vero, ch' e' si persuadessero d' aver dimostrato quel ch' è indimostrabile, e falso. E anche parendomi gran cosa ch' un par di Ticone potesse essersi abbagliato nello 'ntendere le conclusioni di quegli scrittori. Tuttavia 'l primo ingannato sono stat' io, perchè veramente Ticone non ha inteso quel, che, nelle da lui citate proposizioni, hanno Vitellione, e Alazzeno dimostrato,<pb n="46"/>i quali parlano di cosa lontanissima da tal proposito. Quel, che i detti autori cercano ne' luoghi addotti è, da quali indizi la nostra virtù giudicativa comprenda, quando una superficie piana veduta da noi sia esposta rettamente, e in maestà alla nostra vista, o pure obbliquamente, e in iscorcio. E dicono, che noi conosciamo la positura essere in maestà, perchè essendo le parti estreme dell' oggetto egualmente dall' occhio lontane, cadendo il raggio perpendicolare della vista sopra 'l mezzo dell' oggetto, con simile, e eguale distinzione veggiamo le parti destre, e le sinistre, perchè di qua, e di là son punti egualmente lontani dall' occhio : ma quando 'l medesimo oggetto sarà esposto in obbliquo, cioè con un' estremità vicina, e l' altra remota dall' occhio, allora, non trovando egli pur due punti egualmente da se lontani, dal veder noi le parti vicine distintamente, e le più remote di mano in mano più confuse, giudica la nostra facultà distintiva quelle esserci vicine, e queste lontane; che è conoscere, che tale oggetto sia esposto all' occhio obbliquamente, e in iscorcio. Sì che quivi non viene altrimenti scritto, che un' oggetto diritto appaia mai torto, e la parola obbliquo, non significa curvo, come richiede 'l bisogno di Ticone, ma vale quel, che  noi diciamo in iscorcio, e a scancìo. Se la conclusion di Ticone fusse pur vera, altri potrebbe più agevolmente scusarlo, dell' avere, in trascorrendo superficialmente que' luoghi, franteso 'l lor senso, e parutogli al suo proposito accommodato, ove che la manifesta falsità della conclusione doveva rendergli que' luoghi non pur sospetti, ma senz' altro processo dannati. Sono poi tante, e sì frequenti le sperienze, che ci mostrano la falsità di tal conclusione, che grandemente mi maraviglio potere alcuno, ancor che di mediocre senso, rimanere ingannato. Non veggiamo noi continuamente antenne, picche, strade, torri, campanili, <pb n="47"/>e mill' altre cose diritte, le quali da nessuna veduta, quanto si voglia in iscorcio, </p>
<p>giammai curve non appariscono? anzi tanto è falso, ch' una cosa diritta possa ingannarci, e parerci inarcata, mentre una delle sue estremità c' è più dell' altra vicina, ch' allo 'ncontro meglio non ci possiamo noi accertar di sua dirittura, che co 'l porre una delle sue estremità quanto sia possibil vicina all' occhio, e l' altra più, che si possa lontana: e in cotal guisa i legnaiuoli, con una semplice occhiata, comprendono la dirittura d' un legno: E di più soggiungo tanto essere il discorso di Ticone diametralmente opposto al vero, che se mai può accadere, ch' una linea diritta paia piegata, ciò avverrà quando le sue estremità saranno in pari lontananza dall' occhio. E così V.G. una cortina di muraglia dirittissima ci potrà parere, che si vada a destra, e a sinistra inclinando, mentre noi staremo a dirimpetto al suo mezzo, dove ella apparirà più alta, e più larga, che verso l' estremità, per la qual cosa il suo termine superiore apparirà inclinarsi verso gli estremi. Della nullità dunque delle ragioni di Ticone siamo noi ben certi. Ora proporrò quel, che sopra di ciò mi sovviene, più per darvi occasione di scoprire quel che di buono, o di reo ci si contenga, che perchè io risolutamente mi reputi d' interamente soddisfare al dubbio.Dico dunque eessere assai manifesto, e comunemente ricevuto, l' ambiente, che circonda la terra essere non aria semplice, e pura, ma sino a certa altezza mescolata con fumi, e vapori grossi, da' quali ella vien resa notabilmente più densa, e corpulenta, che 'l rimanente dell' etere superiore, il quale poi sincero, e limpido per immensi spazi si spande. E perchè tali vaporia circondano un corpo di figura sferica, cioè il globo terrestre, essi </p>
<p>ancora si fanno a  simil figura, sì che la loro superficie esteriore è sferica convessa. Onde un oggetto visivo, che si <pb n="48"/>ritrovi fuori di tal region vaporosa, dovendo nel venire all' occhio nostro constituito sempre entro alla profondità di cota' vapori, passare per un secondo diafano denso, è forza che nella superficie di quello talvolta si rifranga, e di figura alterata si rappresenti: </p>
<p>il che acciò meglio s' intenda, doviamo prima ridurci a memoria una general proposizione da' Maestri di prospettiva insegnataci, cioè ch' ogni refrazione si fa nello stesso piano, il quale perpendicularmente sega la superficie del corpo diafano, che del rifrangersi è cagione , sì che il raggio incidente, che da un punto dell' oggetto casca sopra la superficie del corpo diafano, lo stesso punto della 'ncidenza, il raggio rifratto, è l' occhio sono sempre in un medesimo piano, il quale passa ancora per la perpendicolare, che sopra la superficie del diafano rifrangente dal punto dell' incidenza si eleva. Ora fatta questa supposizione, e intendendo noi di parlare d' un oggetto di figura lunga, e distesa in linea retta, qual' è la cometa, dico, che all' occhio posto dentro all' orbe vaporoso egli può in due maniere rappresentarsi, imperciocchè, o l' occhio è posto nel piano, che, passando per la lunghezza dell' oggetto, si distende anche per lo centro della sfera vaporosa, o vero è fuori di tal piano. Se l' occhio sarà in cotal piano egli vedrà l' oggetto, quanto è alla figura, in niuna parte alterato, perche segando egli la sfera per lo centro, viene ad esser sopra la di lei superficie perpendicolarmente eretto: e però le refrazioni di tutti i punti dell' oggetto nello stesso piano si producono: ond' egli diritto all' occhio si rappresenta; anzi che, se l' occhio, oltre all' essere in cotal piano, fosse ancora nel centro, comprenderebbe tutte le parti dell' oggetto senza niuna rifrazione, perchè di tutti i punti di esso, le linee incidenti sarebbono perpendicolari alla superficie del diafano, e perciò rifratte al centro, e all' occhio perverrebbono: ma <pb n="49"/>quando l' occhio sarà fuori d' esso piano è impossibile, che l' oggetto gli apparisca piu diritto, perchè il piano, che passa per l' occhio, e per la lunghezza dell' oggetto, non passando per lo centro dell' orbe vaporoso, non sega più la superficie di quello perpendicolarmente : onde in cotal piano, non possono più farsi le rifrazioni de' raggi dependenti da' punti dell' oggetto: ne si faccendo elleno nel comun segamento di tal piano, e della superficie dell' orbe vaporoso, ma in altra linea, è forza, ch' ella inarcata all' occhio, si rappresenti: perchè delle linee segnate nella superficie d' una sfera niuna apparisce diritta, se non quella, che vien fatta dal segamento d' una superficie piana, che passi per l' occhio. Questo, di che, per quanto in questo luogo si poteva, vi ho assai evidente demostrazione arrecato, può anche da voi Accademici, per esperienza esser veduto, perchè se piglierete una lente di cristallo assai grande colma da una parte, e piana dall'altra, e tenendo il piano verso l' occhio, porrete incontro al colmo una linea retta, vedrete col mutare la positura dell'occhio, e dell' oggetto, l' opposta linea or diritta, e ora inarcata, e comprenderete essa diritta dimostrarsi qualvolta il piano per essa, e per l' occhio, immaginariamente prodotto, sega la lente ad angoli retti: ma quando tale immaginato piano la segherà molto obbliquamente, essa linea piegata si scorgerà. Ora nel caso nostro, avvegnachè l' occhio non sia altramente nel centro dell' orbe vaporoso, la cometa, che in se stessa è realmente diritta, tale non ci apparirà ella giammai, se non quando ella fusse distesa in un piano, che passasse per l'occhio nostro, e per lo centro de' vapori, ch' è in somma il medesimo, che l' essere in alcuno de' nostri cerchi verticali: ma quando ella gli taglierà, sempre la vedremo incurvata e più, e meno, secondo che ella più, o meno trasversalmente gli segherà. E però costituito alcuno de' suoi <pb n="50"/>punti nel nostro Zenit, retta apparirà, imperocchè ella si distenderà necessariamente per un verticale, e se non molto dal Zenit s' allontanerà, insensibilmente s' incurverà, benchè tagliasse alcuni verticali. E questo avviene imperocchè ad alcun altro ella resta quasi che paralella, ma abbassandosi verso l' Orizzonte, e quasi a quello paralella, distendendosi più, e più sempre apparirà incurvata, le quali diversità massimamente accascano, perchè il piano, che passa per l'occhio, e per la lunghezza della cometa, quanto più ella è elevata dall'Orizzonte, tanto meno obbliquamente sega la superficie dell' orbe vaporoso, onde i raggi incidenti meno dal retto inclinando, con minor rifrazione si conducono all' occhio, ed in conseguenza meno alterano la retta figura dell' oggetto. E poichè virtuosi uditori, da quanto sin qui si è discorso, s' è, per mio credere agevolata non poco la strada a meglio filosofare intorno alle conclusioni da noi esaminate, di quello, che non s' è fatto da Ticone, e da' suoi aderenti; io non voglio restare ancora di porger loro la mano in aiuto a distrigarsi d' un altro forse maggior viluppo, nel quale ritrovandosi esso Ticone, strettamente ne chiede aiuto, se non da alcuno più valoroso, almeno da più fortunato matematico. Egli costantissimamente scrive, e pretende di dimostrar la chioma, o barba della sua cometa essere stata sempre direttamente opposta non al Sole, ma alla stella di Venere, e bench' egli abbia le relazioni di molti grandi Astronomi affermanti moltissime altre comete essere da loro state diligentemente osservate aver tutte la chioma opposta sempre al Sole, vuol più tosto mettere in dubbio le attestazioni di tutti, e creder che tutti possano essersi abbagliati, forse per non avere avuto strumenti di tanto prezzo, quanto i suoi, che dubitar di se solo, e delle osservazioni proprie: Dall' altro canto poi dovendo la cometa originariamente <pb n="51"/>depender da Venere, gli pare alquanto duro, come il lume suo, che pure è piccolo, e di poca efficacia, possa aver fatta una tanta riflessione, o refrazione, e cotanto splendida, e per quanto da quest' altro accidente depende, non sarebbe renitente a farla prole dell' immenso lume del Sole, ma non penetra poi, come ella potesse declinare dalla diretta opposizion di quello. Ora, incominciando a sciorre il nodo; dico primieramente la cometa non esser in verun modo refrazion del lume di Venere, il quale, e per la piccolezza, e per la debolezza, non essendo altro, ch' un lume reflesso del Sole in piccolissimo corpicello, non può fare un' altra seconda così grande, e lucida, rifrazione. In oltre, se nella materia della cometa si rifrangeva il lume di Venere, perchè non anche nel medesimo tempo vi si faceva rifrazione di quel del Sole, formando un' altra cometa in grandezza, e lucidità all' altra di gran lunga superiore? Certo, che nessuno ostacolo veniva interposto tra la cometa, e 'l Sole, cha potesse impedire la 'ncidenza de' raggi suoi: e non si essendo fatto altro, ch' una sola cometa, è ben più credibile che sia mancata la dependente da Venere, che la prodotta dal Sole. E finalmente, chi volesse pur sostenere la cometa di Ticone esser fatta da Venere, bisogna per necessità, che ei dica tutte l'altre parimente dal medesimo fonte esser derivate, e vane, e fallaci essere state tutte le conghietture, e osservazioni di tutti gli altri autori, che l' hanno osservate, e riconosciute dal Sole: la ragione è assai manifesta, imperocchè se alcune nascessero dal Sole, e alcun' altre da Venere, le solari sicuramente dovrieno essere infinitamente più splendenti delle Veneree, cioè tanto più, quanto il Sole è più splendido di Venere: ma non si è veduta, ne sentita alcuna notabil differenza quanto è alla splendidezza tra cometa, e cometa, adunque se la Ticonica è prole di Venere, tutte l'altre ancora da Venere hanno <pb n="52"/>avuta origine, il che poi io non credo ch' alcuno sia per credere, ne per credere, che avendo Venere, che pur sempre si trattiene intorno al Sole, mille volte incontrato materia disposta a rifrangere il lume suo, e formarne comete, il Sole giammai non abbia avuta una tale occasione: ma crederò bene, che rifrangendosi i raggi del Sole, formino le comete, alla cui formazione restino que' di Venere, e d' ogni altra stella di grandissima lunga impotenti. Sciolto questo vengo all' altro capo, e dico tener per fermo, che Ticone si sia ingannato nel credere, e affermativamente replicar mille volte, che la chioma della sua cometa fosse dirittamente opposta a Venere, e non al Sole, ed ha lo 'nganno suo avuto origine dal non gliele avere addirizzata a ragione, e parmi ch' egli troppo d'autorità, e d'arbitrio riduca la curvità di essa chioma alla dirittura d'una linea retta, che si produce dal mezzo dell'estremità de'capelli per lo centro del capo, potendo ella ridursi alla dirittura d'infinite altre linee rette verso altre, ed altre parti prodotte, avvegna chè in tante guise si possa ridurre a dirittezza una linea incurvata, in quante, mentre fu retta, si potette piegare. Ora d'una linea retta si può lasciar nel suo stato uno de suoi estremi termini, e incurvar tutto 'l resto, e così si piega la pertica di quegli, che lavorano a tornio. Si può anche lasciare immobile il punto di mezzo, ed inclinare il resto all'una, e all'altra mano, e così si piega un arco: e finalmente si può fissare qualsivoglia punto di essa linea e piegar tutte l' altre parti di quà, e di là. Così all'incontro nel raddirizzarla possiamo ritener qualsivoglia suo punto immobile, movendo tutti gli altri verso la dirittezza: ch'è il medesimo in somma, come se noi dicessimo, che una linea si può ridurre alla dirittura, di tutte le rette linee tangenti l'arco in qualunque suo punto, le quali sono infinite, e verso infiniti luoghi riguardano. Se Ticone havesse fatta <pb n="53"/>questa considerazione, e l'avesse poi accoppiata con l'altre cose, cheegli scrive, veramente, che trovava la chioma della sua cometa esser opposta rettamente al Sole, e non a Venere. Concio sia cosa che egli primieramente dice, che la sua curvità è solo apparente, e non reale, e ch'è una illusione della vista, per essere un'estremità della cometa vicina all'occhio, e l'altre parti più, e più lontane, dal che depende l'apparir curva. Dice poi, che quando la cometa derivasse dal Sole, il capo d'essa sarebbe lontano, e l'estremità della chioma vicina all' occhio del riguardante, tal che procedendo lo 'ncurvamento, secondo che le parti della chioma più, e più s'allontanano dall'occhio, esso incurvamento si viene a fare restando nel suo vero essere l' estremità verso l'occhio, e inclinandosi conseguentemente tutti gli altri punti della sua lunghezza; e però nel ridirizzarla bisogna ridurla alla tangente dell' arco, nel termine verso l'occhio. Ora prendiamo la medesima figura posta da Ticone, e tiriamo questa tangente, che la troverremo andar giusto a ferir nel centro del Sole. Questa conclusion vera poteva Ticone dedurre dal suo principio, benchè falso in quello, ch'appartiene alla cagion dell'apparir la chioma inarcata, come di sopra si è dichiarato: ma perchè l'effetto, cioè l'apparire incurvata è vero, e vero è ancora, che la curvatura si può ridurre a varie linee rette tangenti, non dovrà appresso di noi rimaner dubbio alcuno, che tra queste vi è anche quella, che va a ferire il Sole, la qual poi è la vera direttrice della curvità. E finalmente, avvegnachè non tutte le comete sempre si mostrino inarcate, anzi che la medesima è talvolta diritta, e talora piegata, secondo ch'ell'è molto, o poco elevata sopra l'orizzonte, e più, o meno volta verso il nostro vertice, come di questa ultima è accaduto, poteva Ticone consigliarsi con le dirette, che sicuramente l'avrebbe trovate che elle riguardano il Sole. <pb n="54"/>	Questo è, gentilissimi Accademici, quanto io, in suggetto così controverso, e dubbioso, francheggiato anche dell'altrui fatiche, ho saputo arrecarvi. Conosco, che avanti a questa dottissima corona d' auditori, non conghietture, ma si bene saldissimi discorsi, e finissimi componimenti si suole, e debbe portare, ma non avendo io per ora cosa maggiore, ho amato meglio quanto io ho appresentarvi, che con le man vote comparire al vostro cospetto: perchè in materia di scienze, e d'ingegno io non approvo, ne seguo il parere di Euripide. </p>
<lb/>Povero essendo a te ricco non voglio 
<lb/>Donare acciò 'l dator tu non derida, 
<lb/>Ne creda, che nel dare io t' addimandi. 
<p>	Dall'esser da voi derisi questi miei poveri doni n'assicura la benignità vostra; confesso bene di pretendere di agumentar con essi infinitamente il mio poco avere, non avendo ad altro fine oggi queste dubitazioni postevi innanzi, se non acciò elle ne' vostri elevati, e purgatissimi intelletti, quasi seme in ben fondato, e fecondo terreno apprendendosi, vi acquistino virtù, e germoglino al mondo certissime dimostrazioni, onde vegniamo in piena cognizion di quel vero, </p>
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Mario Guiducci's Discorso delle comete (1619): A Basic TEI Edition Galileo’s Library Digitization Project Ingrid Horton OCR cleaning Bram Hollis XML creation the TEI Archiving, Publishing, and Access Service (TAPAS)
360 Huntington Avenue Northeastern University Boston, MA 02115
Creative Commons BY-NC-SA
Based on the e-rara.ch copy at ETH Bibliothek Zürich. Discorso delle Comete di Mario Guiducci fatto da lui nell'Accademia Fiorentina nel suo medesimo Consolato. In Firenze Nella Stamperia di Pietro Cecconcelli, Alle Stelle Medicee. 1619. Con licenzia de' superiori. Guiducci, Mario; Galilei, Galileo Florence Cecconcelli, Pietro 1619.

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Discorso delle comete DI MARIO GVIDVCCI FATTO DA LUI NELL' ACCADEMIA FIORENTINA NEL SUO MEDESIMO CONSOLATO. lb/>IN FIRENZE Nella Stamperia di Pietro Cecconcelli, Alle Stelle Medicee.1619. CON LICENZIA DE' SVPERIORI AL SERENISSIMO LEOPOLDO ARCIDUCA D' AUSTRIA.

Io ho preso animo di dedicare a V. A. S. questo mio breve discorso delle comete, assicurato primieramente dal trovare appo di lei ne' riposi de' suoi reali affari luogo non vile il favor delle lettere, e in particolare la speculazion delle cose del Cielo, come oggetto più d' ogni altro proporzionato all' altezza della sua Mente, maggiore dello 'mperio, per cui l' augusta sua Casa domina così gran parte del Mondo. Oltre a questo mi hanno reso ardito l' eccessive significazioni d' affetto, che ella passando di Firenze si degnò di mostrare inverso'l Signor Galileo Galilei, Matematico, e Filosofo di questa Serenissima Altezza; poichè non essendo altro il principal fondamento di questi miei scritti, se non l' opinioni ch' egli ha tenuto delle comete; non ho dubitato punto di poterle comparire avanti con questa piccola offerta, come cosa, nella quale ha si gran parte quello ingegno sovrano cotanto stimato da lei. Finalmente più d' ogni altro mi ha fatto risolvere il desiderio di V.A. dimostrato con sue benignissime lettere al medesimo Galilei d' intendere l' opinion sua intorno questa materia. Per le quali tutte cagioni ho sperato dalla benignità sua non solo aggradimento, ma protezione. Supplico dunque l' A. V. a soddisfare alle mie speranze, e riconoscere in me la divozion dovuta da tutto 'l Mondo all' eroica sua virtù, ma particolarmente da noi, i quali ci gloriamo d' esser sudditi, e vassalli della Serenissima Arciduchessa GranDuchessa di Toscana degna sorella di V. A. la quale, come feconda pianta in questo nostro terreno traslata, ha così felicemente que' frutti prodotti, ne' quali, come che non maturi, si riconoscono però i pregi della real stirpe Austriaca: la quale insieme con la Serenissima Persona di V. A. il Datore d' ogni bene per singulare interesse della Cristianità, segua di prosperare, si come nel prego con tutto l' animo, col quale a V. A. fo umilissima riverenza.

Di Firenze, il dì 8. di Giugno 1619. Di V. A. Serenissima Umilissimo, e divotissimo servo Mario Guiducci. DISCORSO SOPRA LA COMETA.

Quantunque, Valorosi Accademici, la maravigliosa fabbrica di questa universal macchina del mondo sia esposta a gl' occhi di chiunque la vuol' riguardare, ne niuno ci abbia, che da così ammirabile spettacolo sia discacciato, ci ha nondimeno una parte, la quale essendo più veneranda dell' altre, non ammette dentro se qualsivoglia, ma solamente si può da coloro penetrare, i quali sono à una molto subblime dignità innalzati. Questo luogo così eccelso è la ragione, con la quale tutta questa artifiziosissima mole si governa, alla cui contemplazione solamente gl' iniziati nella filosofia vengono introdotti. Ma ne ancor' essi, quanto loro aggrada, possono gl' occhi per ciascuna sua parte affisare, avvenga che sia tanto grande lo splendore, che da tutti i lati vi si diffonde; e così folta la caligine, che riempie la detta parte, ch' e' vi si confonda l' animo, e tanto, ò quanto ogni sua potenza vi si smarrisca. Onde essendo molto limitata la licenza d' estrarre da così ricco sacrario alcuna gioia di qualche notizia, quelli che qualcheduna ce ne hanno arrecato, deono, come fortunati, e dispensatori magnifici, esser tenuti in grande stima : sì come deono essere ancora scusati, se la scarsità del tempo, che è loro stato permesso di dimorare in tal luogo, non ha loro lasciato, quanto bisognava, scerre le cose migliori dalle peggiori, sì che talora, in vece della ragion d' un' effetto, che avevamo loro domandata, non ce ne abbiano portata un' altra. Ma, sì come eglino largamente meritano scusa, così non dobbiamo essere incolpati noi, se cotali ragioni diligentemente esaminando, tutte ugualmente non approviamo. Imperciocchè non è la mano, la quale le porge, che le ci renda pregiate, ma il peso, il colore, e tutte l' altre condizioni, per cui l' oro della verità si separa dall' alchimia, dalla mondiglia, e da tutte l' altre imposture. Ora quanto le nuove, o di rado veduto cose, svegghiano ne' nostri animi maraviglia maggiore, che le comunali, e consuete, tanto ad' apprenderne le cagioni debbono il nostro desiderio infiammare, e per conseguenza, intorno à quelle, che da altri son recate, o che alla nostra mente sovvengono fare il sopraddetto cimento. Onde essendo a' mesi passati un nuovo splendore in Cielo apparito, sì come è stato degno motivo della vostra maraviglia, così sarà al presente non indegno oggetto della vostra investigazione. Per la qual cosa proponendo quello, che in somiglianti accidenti di Comete hanno profferito gli antichi Filosofi, e moderni Astronomi, e le loro opinioni diligentemente esaminando, vedrete se elle lo' ntelletto vi appagano. Appresso vi porterò quanto io non affermativamente, ma solo probabilmente, e dubitativamente stimo in materia così oscura, e dubbia potersi dire : dove vi proporrò quelle conghietture, che nell' animo del vostro Accademico Galilei anno trovato luogo, le quali, traendo origine da quel nobile, e sublime ingegno, che, mediante il ritrovamento di tante meraviglie nel Cielo, ha non meno il presente secolo, che questa sua Patria illustrato; non dubito, che non vi debbano al pari delle altrui conclusioni esser graziose, e care. Così fosse conceduto à me di saperlevi vivamente spiegare, che io non pregerei meno la lode di essere stato buon copiatore, di quella, che hanno voluto usurparsi coloro, che d' altre sue opinioni si son voluti fare inventori, e fingersi Apelli, quando co' mal coloriti, e peggio lineati disegni loro, hanno dato a divedere, che e' non pareggiano nella pittura, ne anche i maestri di mezzano valore.

Dico dunque che l' opinioni più celebri degli' antichi sono verisimilmente, oltre à quella d' Aristotile, le tre riferite da lui, d' Anassagora, e di Democrito, d' alcuni Pitagorici, o Stoici, e d' Ipocrate Chio, e d' Eschilo pur anch' essi Pitagorici.

Fu parer d' Anassagora, e di Democrito, che le Comete fussero un gruppo di più Stelle erranti, le quali unissero insieme il lor lume, confermando ciò l' essersi nel loro disfacimento osservato alcune stelle apparire.

Altri dissero la Cometa essere una stella, per così dire, coeva all' altre, anch' ella con suo periodo, e moto ordinato, e che il suo comparire, e ascondersi dependesse dal sommamente avvicinarsi, e dall' allontanarsi da noi, nella stessa guisa, che Marte, per la medesima cagione, ci appare nella sua maggior grandezza, e quindi tanto si sminuisce, che perdendosi di vista, ha dato talora occasion di favoleggiare di suo esilio dalla celeste regione.

Ipocrate Chio, ed Eschilo, amendue Pitagorici, stimarono, che avvicinandosi alla Terra una tal particolare Stella, ne attraesse vapore, e umidità, dove rifrangendosi il nostro vedere al Sole, ci facesse apparir quella Chioma.

Oppone Aristotile contro Anassagora, e Democrito, che non alcuna volta, ma sempre, bisognerebbe nel dissolversi le Comete, vederle dividere in istelle, il che però non accade. Di più, non solo ne' congressi de' Pianeti tra di loro, ma nelle congiunzioni de' medesimi con le Stelle fisse (che pure, come dice egli, secondo gli Egizzii si fanno) dovrebbero delle Comete apparire: e nondimeno aver' egli ben due volte osservato Giove con una Stella del segno di Gemini, unito sì fattamente, ch' e' l' occultava, ne però esserne seguito Cometa. In oltre essere manifesta la ragione, con la quale al tutto si toglie anche la probabilità di si fatta sentenza: imperciocchè, dic' egli, le Stelle, quantnuque appariscano di varia, e differente grandezza, appariscono nondimeno indivisibili: Or, chi non vede, che sì come ponendo gran numero di indivisibili insieme, non ne verrebbe grandezza niuna, così per l' appunto avvicinandosi fra di loro molti corpi, che paiono indivisibili, non parrà, che facciano corpo, ò estensione maggiore che d' un solo ?

A questi Argomenti si può rispondere per Anassagora, e per Democrito. Primieramente non sempre esser la Cometa di Stelle così grandi composta, che mentre son disunite, ci sieno da per loro apparenti, e visibili. Di più essendo per così grande spazio le Stelle fisse superiori all' Erranti, non esser forse possibile, che nel loro congiugnimento uniscano di maniera i lor raggi, che un continuato, e luminoso tratto ne rappresentino. In oltre la ragione addotta per cotanto chiara, e manifesta esser così a se stessa repugnante, e contraria, che a guisa di Penelope, disfacendo di mano in mano da un capo della tela, quanto ordisce dall' altro, abbatte nel fine della proposizione ciò, che s'afferma, e stabilisce nel suo principio. La prima parte dell' Entimema racchiude due notabili contradizioni: perchè non solamente l' apparire di differente grandezza toglie l' apparire indivisibile, ma il solo apparire adopra il medesimo, non si potendo quel ch' è indivisibile in veruna maniera vedere. Ma posto, che si fatta proposizione fusse vera, falsa è nondimeno la Conclusione, imperciocchè dal non prodursi realmente quantità da molti indivisibili uniti insieme, non è lecito inferire, che 'l medesimo parimente avvenga nell' apparenza, quando gran moltitudine di corpi apparentemente, non realmente indivisibili insieme si accozzano, e fanno contigui. Perchè l' apparire indivisibile altro per avventura non è, ch' essere invisibile, e non apparire: onde se in una distanza di mille braccia un granello di grano non è al nostr' occhio visibile, potremo chiamarlo apparentemente indivisibile: E pure è manifesto, che ammassandone molti, e molti, si faranno visibili, e si mostrerranno in gran mole. Mà non ci partiam da nostra materia. La Via Lattea è cotanto alla Cometa rassomigliante, che Aristotile ha creduto, e scritto, essergli, per modo di dire, Sorella, e d' una medesima esalazion generata. Questa nondimeno, come dal nostro Accademico n' è stato fatto chiaramente vedere, è composta, e formata di piccolissime Stelle, ciascuna da per se al nostr' occhio invisibile, e pure occupa ella così grande spazio del Cielo. Onde si potrebbe per Anassagora, e Democrito ritorcere l' argomento in questa guisa contra 'l Filosofo. La Via Lattea è così alla Cometa di colore, e di lume rassomigliante, ch' ella, è per tuo detto della stessa materia, ma ella è un aggregato di minutissime Stelle, la Cometa dunque è conforme al tuo discorso composta di molte stelle. Non però essendo false l' opinioni d' Aristotile, è vera la da lui vanamente oppugnata sentenza. Perciocchè; come dice Seneca, vedendo noi spesse volte avvenire congiunzion di Pianeti, non veggiamo tuttavia Comete, come dovrebbe accadere, s' elle in tal maniera si producessero, ne elle tanto tempo durerebbono, anzi svanirieno in un tratto, per la velocità del corso di quelle stelle, onde fussero cagionate, che però brevissimi sono gli eclissi, perchè la medesima celerità, ch' avvicina, e congiugne, discosta parimente, e disunisce le stelle.

Ne più francamente vien dal medesimo Aristotile impugnata la seconda opinione, altro non le portando in contrario, se non che, dovendo necessariamente, e per lor natura tutte le stelle erranti far le loro revoluzioni sotto 'l Zodiaco, dovrebbero anche le Comete, essendo di lor brigata, apparir sotto 'l medesimo cerchio, e pure essersene molte volte vedute, che si raggiravano fuor di quello. Contra di ciò esclama, e ragionevolmente, Seneca. Chi ha posto questi confini alle stelle? Chi racchiude entro a termini cotanto angusti l' opere, e le meraviglie divine? Ma lasciamo l' esclamazioni.

Che la Cometa non sia tra le Stelle erranti, la quale ci si faccia visibile in quella maniera, che alcun Pianeta ci si rappresenta or piccolo, or grande, si può, per mio avviso, molto chiaramente dedurre dalla diversità, che si scorge fra l' aggrandirsi, e diminuirsi di questi, ed il comparire, e sparir di quella. Imperciocchè i pianeti avvicinandosi, a poco a poco si fanno maggiori, sin' a che fatti vicinissimi, ci appariscono nella maggior grandezza : quindi, pian piano allontanandosi, si diminuiscono, e con quella stessa uniformità, mantenuta nell' aggrandirsi, si veggono aggiustatamente rappiccolire. Ma la Cometa, è grande nel suo primo apparire, e indi a poco, ò nulla, e per brevissimo tempo ricresce, diminuendosi poi in tutto' l resto del tempo, sin' a che, fatta piccolissima, per la sua tenuità, del tutto si perde; argomento necessario, che non per circolare rivoluzione da altissima parte, ov' ella per gran distanza ci fosse invisibile, discendendo, ci s' avvicina. In oltre esaminando la lunghezza del suo occultarsi, e la brevità del farsi palese, ed insieme insieme lo spazio trapassato in questo breve tempo del nostro Emisfero, converrà assegnarle un Epiciclo incomparabilmente maggiore di qualsivoglia orbe vastissimo dell' altre stelle vaganti. Imperciocchè, se pure dopo alcun determinato tempo fa ritorno la medesima Cometa, niun' altra anteriore a questa nostra può essere stata la medesima, che quella del 1577. perche questa sola in grandezza, e durzione gli è stata simile : e se tanti anni ci vogliono per compiere, una sua rivoluzione, in quaranta giorni, ch' ella è stata da noi veduta, non può aver trapassato uno intero grado del suo cerchio, e pure, col suo apparente moto, ha passato più d' una quarta del Cerchio massimo della celeste sfera. Or quanti Mondi, e Universi bisognerà assegnarle per ispazio capace dello 'ntero suo rivolgimento, quando una delle quattrocento parti dell' orbe suo, ingombra mezzo il nostro Mondo? Senza che non si potrebbe mai trovar modo di salvar le gran mutazioni, ch' ella fa nella sua grandezza, mentre c' è visibile, per sì piccolo arco del cerchio suo, il quale à noi sarebbe come una linea retta, e paralella al nostro orizzonte. E se per ischivar tanto assurdo altri volesse dire, ch' ella dell' orbe suo, dentro a questi giorni, ha trapassati tanti gradi, quanti bastano per far l' apparente sua mutazione, rispetto al firmamento, incorrerà nell'altro inconveniente, che sarebbe, che 'l suo ritorno dovesse esser dopo pochi mesi, il che non segue.

Le medesime armi adoperate contro i Secondi volta Aristotile contro la terza schiera condotta da Eschilo, e Ipocrate Chio, cioè, che le Comete non dovrebbero far lor corso fuor del Zodiaco, le quali essendo state rintuzzate da Seneca non fanno colpo. Ma sento levarmisi contro un Filosofo, e traendo fuori un acuto Sillogismo della peripatetica faretra, lo scocca verso i Pitagorici, non volendo patire ch' essi se ne vadino così senza battaglia. Se la Cometa, dic' egli, fusse refrazione, ella per certo non si dovrebbe in uno Specchio, o nell' acqua, cioè per mezzo d' un altra o refrazione, o reflessione vedere; ma ella pure è negli specchi, e nel nostro fiume d' Arno con la stessa luce, che in Cielo, si rimirava: adunque non è refrazione.

Da questo sottilissimo sillogismo, riposto quasi in guato dietro alla Cometa nel trattato della Via Lattea, confesso non avere schermo, o con che coprire, e difendere i miseri, ed infelici Pitagorici. Però umilmente rimettendosi alla mercè, e clemenza d' Aristotile, liberamente confessano, che le loro Comete essendo refrazioni non dovrieno specchiarsi, ma elle il fanno con l' esemplo dell' Iride, e di quel cerchio, ch' è tal volta intorno alla Luna, o al Sole, detto Alone, delle verghe, e de' parelii, i quali essendo per detto del medesimo Aristotile anch' essi refrazioni, o reflessioni, con tutto ciò lo specchiarsi è comportato, e permesso loro.

Ma è tempo, che sentiamo l' opinion d' Aristotile, e che con qualche diligenza esaminandola, veggiamo s' ella sia appoggiata a più probabili conghietture, o pure s' ella non meno titubi di quell' altre, ch' e' pretende di confutare. Egli suppone la parte del Mondo elementare contigua alla Region celeste, essere una esalazion calda, e secca, la quale, insieme con gran parte dell' aria sottopostale, venga dal movimento del Cielo traportata intorno alla Terra. Dal qual moto accade talvolta, che essendo cotal vapore ben temperato, s' accenda, e allora si fanno le stelle, che noi chiamiam discorrenti. Ma quando in questa suprema region dell' aria, s' adunerà, e condenserà una materia atta ad incendersi, e dal moto de corpi superiori, le sopragiugnerà un principio di fuoco, in guisa temperato, ch' e' non sia tanto vemente ch' e' l' abbruci, e consumi in un subito, nè tanto debole, che da quella s' estingua, e che insieme insieme da' luoghi bassi, ascenda un' alito ben temperato per fomite, e nutrimento, allora, accendendosi, si fa la cometa di questa, o di quella figura, secondo ch' ella dalla materia ardente vien figurata. Segue poi di porre alcune differenze tra esse comete, facendo loro intorno alcune considerazioni, le quali io non reputo esser necessario proporre, perchè quando, com' io spero, si sia dimostrata vana, e favolosa la presupposta loro generazione, ed essenza, non accaderà perder tempo in riprovare quelle conseguenze, che dependono solamente da cose finte. Dico dunque, che 'l discorso d' Aristotile è, s' io non erro, tutto pien di supposizioni, se non manifestamente false, almeno molto bisognose di prova : e pure quel, che si suppone nelle scienze, doverrebbe esser manifestissimo. E prima, che l' esalazione calda, e secca terminata dentro al concavo della Luna, insieme con gran parte dell' aria a quella contigua, dato che di tali sustanze sia questo spazio ripieno, che pure è molto dubbio, sia portata in giro dalla revoluzion celeste, credo che non sia agevolmente per essere ammesso. imperocchè dovendosi alle celesti spere assegnare una perfettissima figura, e di piu essendo l' esalazione di sustanza tenue, e leggieri, non inclinata per sua natura ad altro moto, ch' al retto, ella sicuramente non sarà rapita dal semplice toccamento della tersa, e liscia superficie del suo continente, che così ne dimostra l' esperienza. Imperocchè se noi faremo con qual si voglia velocità andar intorno al suo centro un vaso concavo, rotondo, di superficie ben liscia, l' aria contenutavi dentro, resterà tuttavia nella sua quiete, come chiaramente ci mosterrà la piccolissima fiammella d' una candeletta accesa, abbassata dentro alla concavità del vaso, la quale non solamente non verrà spenta, ma ne anche piegata dall' aria contigua alla superficie di esso vaso. E pure quando l' aria con tanta velocità si movesse, dovrebbe qualunque maggior lume restarne estinto. E se l' aria non participa di tal moto, meno lo riceverà altro corpo di lei più leggieri, e sottile. Ora se posto il rivolgimento degli orbi celesti, non però ne seguita la circulazione dell' esalazion contenuta, qual resterà ella negandosi anche tal rivolgimento? Ed è veramente mestiero rimuoverlo in tutto, ed assegnarlo solamente a' nudi, e semplici corpi delle stelle, per non incorrer ne gli inconvenienti, e contradizioni per li nuovi scoprimenti, e osservazioni già manifeste. Ma posto ancora il movimento de gli orbi celesti, e 'l rapimento de supremi elementi, io non veggo però, come da tale agitazione si possa produr calore, e accendimento, più tosto, che freddo, e spegnimento di fuoco. Ne vorrei, che noi insieme con Aristotile, ci lasciassimo indurre in questo concetto, che 'l moto habbia facultà d' eccitar calore, perchè tal proposizione è falsa. Ben' è vero, che una gagliarda compressione, e confricazione di corpi duri è atta, e bastante ad eccitar calore, e anche incendio, benche ella sia fatta con movimento tardissimo. E così le girelle delle taglie insieme co' canapi s' abbrucerebbono, mentre nell' alzare grandissimi pesi, ancorche con moto tardissimo, si soffregano, se col bagnarle non fossero rinfrescate. E se noi con somma velocità faremo andare intorno una grandissima ruota di legno, ò d' altra materia, ella non si scalderà punto, nè nella sua massima circonferenza, dove il moto è velocissimo, ne in altra sua parte, ma bene s' ecciterà gran calore nel suo asse, nello stropicciarsi co' suoi sostegni, benchè egli sia molto sottile, e però di moto tardissimo, sopra ogn' altra parte di essa ruota. Ed i fabbri, comprimendo con grave martello un ferro, in pochi colpi il riscaldan sì, che ne traggono il fuoco. La compressione, e confricazione de corpi solidi, e duri, non è senza moto, ben sono molti moti senza di lei. E perchè dalla compressione, quantunque lentissima, ne veggiamo eccitar calore, ma non già dal moto, senza fregagione di corpi duri, benchè veloce, perciò l' effetto dello scaldare dal fregamento, si de' riconoscere, e non dal moto, ancorche Aristotile, avendo più la mira alla falsa immaginazion conceputa, ch' alla sensata esperienza, abbia creduto, e scritto, che 'l ferro della freccia, tirata con gran velocità, s' infocasse. Ma io credo tutto 'l contrario, e dico, che tirandosi una freccia col ferro molto ben caldo, egli molto più tosto nella somma velocità si raffredderebbe, che tenendolo fermo. Altri, dal medesimo error persuasi, hanno creduto, ch' una selva, si fusse per un furiosissimo vento abbruciata. Altri hanno pensato, che in mezzo al mar tempestoso si sieno, per la straordinaria velocità dell' acque, e de' venti accese le travi. Ma io crederrò più tosto, che le stoppe, e le tavole della nave, si possano essere accese, comprimendosi, e soffregandosi nel tormento della procella, del quale le scosse, ed i suoi stridori ne fanno fede. E che in un bosco folto d' alberi, possano alcuni di loro, crollati, e scossi dalla furia del vento, essersi insieme tanto gagliardamente arrotati, che ne sieno state suscitate le fiamme. E l' accendere il fuoco, con lo stropicciare due legni, è cosa nota, e usitata in America. E quanto alla freccia ho gran sospetto, che se pure Aristotile s' indusse mai a tal prova, facesse da gagliardo arciere con fortissimo arco saettare in una grossa tavola, e che pigliando di subito la freccia, e trovatala con la punta calda, si persuadesse nella velocità del moto, essersi ella di tal maniera riscaldata per aria, e non gli venisse altramente in fantasia, che quel ferro si fosse riscaldato nella violentissima confricazione con la tavola nel passarla. Sperienza, che nel succhiello tutto 'l giorno si vede, il quale, benchè lentamente si muova, si scalda molto, nel forare che che si sia. Che dunque un semplice agitazione fatta in acqua, ò in aria, ò in altro corpo tenue, e cedente, possa eccitar calore, ed incendio, io nol credo, perchè nol veggo, anzi veggo tutto 'l contrario. E se 'l luogo, e 'l tempo mi permettessero, di poter quanto fare' di mestiero, esplicar il mio concetto, ardirei quasi di dire, che dal moto, come semplice moto, non può nel corpo mobile esser prodotto nè caldo, ne freddo, nè altra qualsisia alterazione, fuor che la mutazion di luogo, più che s' egli, del tutto immobile se ne restasse. Perchè un moto, che comunemente convenga al tutto con tutte le sue parti, per quanto ad esso, e à quelle s' aspetta, è come se non fusse, nè differisce dalla real quiete, poiche, niuna mutazione tra esse parti ne conseguita: e dove nulla si muta, niuna novità si produce. Ma quando al moto, ò alla compressione, ne seguita l' arrotamento della superficie del corpo mobile con altro corpo solido, ò lo stropicciamento delle interne parti tra di loro, allora ne segue il calore. E notisi di più, non di qualsivoglino corpi solidi la confricazione produr calore, ma solamente di quelli, che nel fregarsi insieme, amenduni, ò almeno uno, si consuma, e per così dire si polverizza ; che, se, o per essere i corpi sommamente duri, o per esser di superficie terse, e lisce, accadrà, che nello stropicciarsi insieme nulla di loro si stacchi, e consumi, vana sarà ogni fatica per riscaldargli. E però due pezzi di vetro ben lisci, o due pezzi d' acciaio temperati a tutta tempera, giammai, per istropicciarsi insieme non si riscalderanno. E se, con una lima di tempera crudissima, si limerà un ferro tenero, questo s' infocherà, e la lima a pena si scalderà, e questo anche, non per calore in se stessa eccitato, ma dal toccamento del ferro già riscaldato. I diamanti tenuti per molt' ore, aggravati sopra ruote d' acciaio, velocissimamente girate, non si scaldano oltre la tepidezza, perchè di loro, come durissimi, pochissimo si consuma. Il corpo dunque, che ha da render calore, bisogna che si vada dissolvendo in sottilissime parti, le quali movendosi penetrano per li meati della nostra carne, e nel passar per essa, secondo, che saranno pochi, ò molti, tardi, o veloci, produrranno, col lor toccamento, in noi un certo grato diletico, che noi poi chiamiamo caldo soave, overo una violenta dissoluzion di parti con molto nostro dolore, la quale scottamento, o abbruciamento vien detta. Ma che più? qual materia si vedrà mai produr calore, se non quando ella si va consumando, e in sottilissime parti dissolvendo? I legni, la cera, gl' oli, e in somma ogni materia, scaldando si consuma, e s' abbrucia. Ma tornando al proposito di che si tratta, non ci ha forse maggior conghiettura di tal sublime accendimento, che 'l supporre, che le comete sieno incendi, e che elle s' accendano nella suprema region dell' aria, che è poi un soppor quello, che s' ha da provare. In oltre, se di quella esalazion calda, e secca, insieme con l' aria contigua, talvolta se ne riduce parte à tal temperamento, e disposizione, ond' ella possa infiammarsi per agitazion contribuitale dal moto superiore, gran maraviglia è, che in tanti secoli ella non sia una volta venuta a sì fatta temperie, che tutta s' abbruci, o almeno quella parte, che è fra i tropici, ove per la maggior velocità del moto, ed efficacia del Sole, pare dovess' esser maggior calore, che verso i poli, ne qua' luoghi nondimeno stelle discorrenti si veggono, che sono, per Aristotile dalle medesime, ò simili infiammagioni prodotte. Dal supporsi poi per lo medesimo Filosofo, che quel principio di fuoco, il qual venendo dal moto celeste, accende la materia della Cometa, sia un fuoco così temperato, che non abbruci velocemente, ne anche così lento, che tosto

si smorzi, ma tale, che possa mantenersi per molti giorni, e per molti mesi: parmi, ch' egli abbia opinione, che 'l durar breve, o lungo tempo l' abbruciamento, dependa in gran parte dalla qualità del fuoco, col quale si da principio allo 'ncendio. Cosa, a mio giudizio, molto lontana dal vero, quasi il fuoco, ch' abbrucia una materia combustibile, sia cosa esterna, e diversa da quello, in che essa materia va risolvendosi. Sì che, secondo la qualità de fuochi, che saranno, per esemplo, appiccati a un fascio di legne, a una candela, a una quantità di polvere d' artiglieria, possa avvenire, che le legne, in un' ora, in quattro, in venti s' abbrucino, la candela parimente, e la polvere, accese con fuoco lento, possan per molt' ore, e molti giorni durare. Io ho sempre creduto, che tal duramento, solo dependa dalla materia, che arde, non dalla materia del fuoco; con cui le si da principio. E son sicuro, ch'un pagliaio acceso con qualsivoglia debolissimo fuoco, non durerà mai ad ardere tanto tempo, quant' una catasta di legne di quercia accese con la fiamma d' un' archibuso. Io so benissimo, ch' un fulmine, e anche un petardo abbrucerà quasi in uno stante una tavola, e ch' un pezzo di legno gettato in una fornace, sarà abbruciato più tosto, che sopra un fuoco di poca paglia ; ma chi volesse con simili esperienze, e discorsi difendere Aristotile, non direbbe cosa a proposito. Prima perchè quì si tratta solamente d' un principio di fuoco, che sia come occasione a una gran quantità di materia combustibile, per cominciar ad ardere, e non di un fuoco amplo, e grande, ch' abbracci, e circondi una piccola quantità di materia. Secondariamente per detto del Filosofo, questo, che dee accender la Cometa, non è altro che 'l movimento, e agitazione della sua materia, dependente dal moto celeste, sì che la qualità del fuoco non è d' altra sorta, che di quella, della quale essa materia è per se stessa capace. E finalmente, quando pure alcuno dicesse, che 'l fuoco della cometa accesa, dependa da altro fuoco anteriore, conciosiacosa che 'l primo, derivante dal moto celeste è quello, che si eccita nell' esalazione calda, e secca, la quale sta continuamente sotto il concavo della Luna. Ma quel della cometa è da questo acceso in altro alito più condensato, e ben temperato, che di nuovo in quella regione sormonta. Quando, dico altri apportasse un tal refugio pure si troverebbe egli più, che mai inviluppato: perchè quel primo fuoco saria poi tutto il contrario, di quel che richiede il bisogno d' Aristotile, perchè e' non è di que' lenti, e di lunga durata, essendo quello, che fa le stelle discorrenti, che sono incendi momentanei. Onde la cometa da tal qualità di fuoco accesa, dovrebbe ben tosto consumarsi, e finire. Aggiungasi, che vedendo noi questi, che senza contradizione son veri fuochi, come lampi, fulmini, e alcune fiamme discorrenti, e che parimente siam certi, farsi vicinissimi a Terra, esser momentanei, ò di pochissima durata, non è punto probabile, ch' esalazioni, le quali tantot più in alto si elevano, e che però deono più sottili, e leggieri stimarsi, abbiano poscia a durare ad ardere mesi, e mesi con proporzione così disforme, che sarà centomila volte maggior di quella. Il dire, che dalle parte inferiori sia continuamente somministrato nutrimento con simili aliti ascendenti, per un punto solo, che si metta al riducimento di questa veste, parmi, che se le faccia due, ò tre altri grandi sdruciti. Perchè, essendo il nutrimento, e l' altra materia della cometa tutta una cosa medesima, tenue, e combustibile: non so intendere, come appreso, ch' ell' avesse il fuoco, non dovesse subito tutta abbruciarsi. Di più quell' alito, ch' ascende a fomentar questo fuoco, non crederrò, ch' alcun dica, da tutta la superficie del globo terrestre partirsi, ma bene, da alcuna region terminata, perchè quando altro non fosse, dalla superficie del mare non si parte gli sicuramente, non derivando di quivi esalazioni, come con esperienza potrei mostrare. Ora dato per esemplo, che da tutta l' Affrica sormonti alito a pascer la cometa, consideriamo, ch' ella ogni giorno circonda il globo terrestre, e se questo nutrimemto, che ha radice in Affrica e capo della cometa, la dee senza interrompimento seguire, nel traversare il mare atlantico, e 'l pacifico, tante e tante volte, bisogna, che s' allunghi in infinito, e ch' a guisa d'una lunghissima fascia, con molte rivolte sopra rivolte, vada questi elementi inferiori circondando. Ma se nel valicare i mari s' interrompe la fascia, gran meraviglia è, o che al ritorno così giustamente l'affronti, mutando ella ogni giorno latitudine, cioè movendosi per traverso, molto più che non è la grandezza del capo suo, ovvero, che dagl' aliti interrotti non si generino ogni giorno nuove comete. Tutte queste, ed altre difficultà cascano nel modo di generarsi la Cometa. Ma che essenzialmente ella non sia un incendio, molto probabilmente si raccoglie dalla sua figura ordinatissima, e dal mantenersi sempre con la sua chioma, ò barba diametralmente opposta al Sole senza mutarla mai per qualunque local movimento, condizioni, che in un fuoco tumultuario, e vagante, per niun modo mantenere non si potrebbero. Oltr' a ciò, ch' ella non sia incendio, manifestamente dall' esperienza, e dal detto de' Peripatetici medesimi si raccoglie, i quali affermano niun corpo lucido trasparere. E l' esperienza ci mostra, che la fiamma, e non solamente la grande, ma anche la piccolissima d' una candela, impedisce il veder gli oggetti, che sono oltra di lei. Ora, che dovrebbe fare un fuoco così vasto qual sarebbe una cometa, appreso di più in materia tenace, e viscosa ? E come per la sua grandissima profondità, che molte braccia, e anche miglia dovrebb' essere, inoltreriensi le spezie delle minutissime stelle, alle quali occultarci basta una rarissima, e sottilissima nuvoletta? E pure per la chioma della cometa esse benissimo traspaiono, e nulla quasi sono offuscate.

E finalmente il volerla mantenere un' abbruciamento, e costituirla sotto la Luna, è del tutto impossibile, repugnando a ciò la piccolezza della Paralasse, osservata da tanti eccellenti Astronomi, con diligenza esquisita. Ma siaci per ultimo argomento dell' improbabilità di tale opinione il pronostico stesso ch' egli trae dalle comete, il quale è tale. Quell' anno nel quale si saranno vedute molte comete, e grandi, sarà molto asciutto, e ventoso, perche essendo l' esalazione calda e secca materia comune de venti, e delle comete, la frequenza, e grandezza di queste arguisce la gran copia di tale esalazione, & in consequenza la siccità futura, & i venti. Ma se le Comete non sono altro che abbruciamenti di tale esalazione, certo che quanta più sene abbrucia tanto manco ne resta, non avendo la natura mezzo più violento dello 'ncendio per repentinamente divorare, distruggere, e ridurre al niente; onde alla grandezza, e moltitudine delle comete succeder dovrebbe stagione men che mai ventosa, & asciutta, per il gran consumamento fatto della materia arida, e flatuosa. Queste sono, o Accademici, l' opinioni piu famose della cometa, che sin qui mi son venute alle mani, tra le quali mi pareva di potermi assai probabilmente quietare, quanta al suo producimento, in quella de' Pitagorici, ch' ella fusse refrazione della nostra vista al Sole: e che quant' al suo luogo, l' avessero necessariamente dimostrato gli Astronomi altissimo sopra la Luna, quando da nuove dubitazioni mossemi dal più volte mentovato nostro Accademico, son più che mai rimaso inviluppato nelle difficultà, e dubbiezze, le quali io vi proporrò, acciocchè s' a voi parranno, com' à me paiono, degne di considerazione, alcuno, di me più speculativo, risolvendole, ci tolga ogni ambiguità.

Sarà dunque il restante del mio discorso intorno alla forza delle ragioni, dalle quali persuasi ultimamente i più celebri Astronomi, non solamente l' hanno stimata cosa celeste, ma anche tra i corpi celesti, assegnatole conveniente ricetto, e con diligenza, e curiosità forse maggiore della probabilità fabbricatone Tavole, ed Efemeridi. Tra queste esaminerò principalmente i maggior fondamenti di Ticon Brae, come di quegli, che, censurando gli scritti di tutti, n'ha trattato più diffusamente, e con maggior confidenza degli altri: Appresso verrò al professore di Matematica del Collegio Romano, il quale in una sua scrittura ultimamente pubblicata; pare, che sottoscriva ad ogni detto d' esso Ticone, aggiugnendovi anche qualche nuova ragione, a confermazion dello stesso parere. Dico dunque, con questi Autori principalmente parlando, che lo 'nferire la molta, o poca distanza degli oggetti dalla piccolezza, o grandezza della Paralasse, che sin qui è stato riputato argomento tanto sicuro, che niuno di quelli, i quali a pieno n'hanno compresa la forza, non vi ha posto difficultà; nondimeno, se noi lo considerremo più acutamente, lo troverremo metodo esso ancora, esposto a molte fallacie, volendocene noi servire intorno a tutti gli oggetti visibili, tra i quali molti ne sono, che nel determinar loro il sito, e la positura, invalido resta cotal' effetto. Sono gli oggetti visibili di due sorte, altri veri, reali, uni, ed immobili: altri sono sole apparenze, reflessioni di lumi, immagini, e simulacri vaganti, li quali hanno nell' esser loro tale, e tanta dependenza dalla vista de' riguardanti, che non solamente nel mutar questo luogo, essi ancora lo mutano, ma credo, che tolte via le viste quelli altresì del tutto svaniscano. Negli oggetti reali, e permanenti, nell' essenza de' quali non ha che far l' altrui vedere, ne perchè l' occhio si muova, essi di luogo si mutano, opera sicuramente la paralasse; ma non già nelle semplici apparenze; e, per meglio dichiararmi, verrò agli esempli. L' Alone, che pure è generato nelle sottili nugole a noi vicinissimo, non però fa diversità veruna d' aspetto a quelli, che nel tempo medesimo da luoghi non poco infra di loro distanti, il rimirano, poichè egli circonda in maniera il Sole, o la Luna, ch' a chiunque lo vede apparisce puntualmente aver con essi comune il centro. Onde manifesta cosa è, che 'l medesimo riferito alla sfera stellata, non ammette paralasse maggiore, che 'l Sole, o la Luna. Non è egli manifesto, che l' Iride, chiamata da noi l' Arco baleno, si vede in guisa opposta al Sole, che le linee rette, le quali dal centro di esso Sole, per le viste de' riguardanti si stendono, vanno dirittamente a ferir nel centro dell' istesso arco ? E chi non sa, che cotali linee, per molto che i riguardanti fussero tra di loro lontani, prodotte sino alla sfera stellata, intraprenderebbero la medesima paralasse, o insensibilmente maggiore, che quella del Sole ? La quale è nulla, mentre da' medesimi, che riguardano la stessa Iride fusse osservata. E pure e questa, e quella dell' Alone esser dovrebbe grandissima, avendosi alla lor vicinanza riguardo, e alla distanza che possono in terra varij riguardanti aver tra di loro. Lo stesso avviene de'parelij, cioè di quei tre Soli, che talora, con tanta meraviglia del volgo, si son veduti nel Cielo, i quali nel medesimo aspetto sono col Sole veduti da tutti quelli, che nello stesso tempo gli osservano da luoghi per molte miglia tra di loro distanti. Ma vegniamo a cose assai più simili alle comete. Non ci ha alcuno di voi, Accademici, il quale molte volte non abbia veduto, e in particolare verso la sera, mentre l' aria sia nugolosa, partirsi da alcuna rottura di nugole lunghissimi tratti, e raggi di Sole, e scendere sino in terra, mostrandosi nel lor principio, cioè nella stessa apertura più lucidi, e più stretti, che nel rimanente, dove continuamente allargandosi per immenso spazio si stenderebbono, quando non s'incontrassero nella Terra. Questi, benchè tutto l' Orizzonte sia sparso di tali spezzatte nugole, giammai non si mostrano al nostr' occhio, se non in quella parte, che corrisponde al luogo del Sole, donde pare, che discendano, compresi dentro un determinato angolo, oltr' al quale angolo null' altro di splendido si rimira. Simile apparernza è ben credibile, anzi sicuramente si sa, che nel medesimo tempo è da diversi luoghi veduta, benchè per grande spazio distanti, o verso mezzo giorno, ò verso Tramontana, e a tutti nello stesso modo si rappresenta rincontro al Sole : si che quando ciascheduno dovesse dar conto, o lasciar memoria del suo spettacolo, direbbe avere in quell' ora veduto per aria grandissimi raggi luminosi dirizzati verso il Sole. E perche tra 'l Sole, e diversi luoghi in terra altre, e altre aperture di nugole s' interpongono, altri, e altri sono i raggi da diversi riguardanti veduti. Voi, uditori, vi siete, s' io non m' inganno, talvolta ritrovati in luoghi eminenti, non molto lontani dalla marina, e in tal costituzion d' aria, che quasi nulla distinzione appariva tra 'l Cielo, e la superficie del mare, anzi l'uno, e l' altro una stessa materia continuata appariva: e cominciando il Sole a inchinare verso occidente, avrete veduto una lunghissima striscia luminosa diretta inverso 'l Sole, dal cui splendor vien prodotta sopra la superficie del mare. Una similissima ne veggono altri, ed altri nello stesso tempo da qualsisia luogo, che scuopre, e riguarda la medesima superficie, e pure a tutti si dimostra addiritta nel Sole, e null' altro di lucido apparisce a destra, o a sinistra. Questi dovendo depor ciò, ch' hanno veduto, e non altro, tutti concordemente diranno aver nel tal tempo osservato un grandissimo lume verso la dirittura del Sole, e conseguentemente verso la medesima parte del firmamento, e, se, come si ritrova in questo caso il Sole elevato, e bassa la superficie del mare, noi c' immaginassimo il Sole sotto l' Orizzonte, e una superficie in vece di quella del mare elevata in alto, potremmo in essa scorgere una simil reflessione del lume solare, rimanendo tutto 'l restante indistinto dallo stesso Cielo, già che anche la superficie del mare talvolta si confonde in modo col Cielo, che niuna distinzion vi si scorge. Che dunque dobbiamo noi dire intorno a questo fatto? Certamente altro non cred' io, se non che veramente tutta la superficie del mare circonvicino è nel medesimo modo sparsa di luce, la quale resta tutta invisibile a chi da qualche luogo determinato vi guarda, fuor che

quella parte, qual si reflette dall' acqua rettamente traposta fra l' occhio, e 'l Sole. Debbesi dire, che da tutte le nugole, e loro rotture, e per tutta la caligine, e vapori sparsi per aria, si diffonde il lume del Sole, del quale ad alcun luogo particolar non si manifesta, se non intorno a quella parte, che soggiace direttamente tra 'l Sole, e 'l riguardante, e che secondo, un determinato angolo declina a destra, e sinistra, oltr' a' quai termini nulla si vede da tali illuminazioni illustrato. Sono tutte le nugole sparse di quel lume, che in esse produce i Parelij, l' Alone, e l' Iride, ma gli occhi de' particolari riguardanti, non ne apprendono se non quella parte, ch' a lor s' aspetta, si che in somma ciaschedun' occhio vede differente Iride, differente Alone, altri, ed altri Parelij : non gl' istessi raggi, ne dalle stesse rotture di nugole, ne dalle stesse parti d' acqua dependenti, ma da diverse son quelli, che da diversi luoghi vengon veduti. Ora se in tutte queste refrazioni, ò reflessioni, immagini, apparenze, ed illusioni non ha forza la paralasse per poter determinare di lor lontananza, poichè alla mutazione di luogo del riguardante esse ancora si mutano, e non solo di luogo, ma d' essenza ancora, io credo che ella veramente non sia per aver efficacia nelle comete, se prima non vien determinato, ch' elle non sieno di queste cotali reflessioni di lume, ma oggetti uni, fissi, reali, e permanenti. E tanto maggiore mi par l' occasione di dubitare, quanto per avventura tra gl' oggetti visibili reali non se ne troverrà alcuno così alla cometa rassomigliante, quanto tra questi simulacri apparenti, de' quali io non so, se ci sia cosa, che puntualmente l'imiti, come quelle proiezioni di raggi per le rotture delle nugole: tra le quali, e le comete potrei addur molte convenienze, se 'l tempo mel permettesse. E finalmente, acciò la nostra cagion di dubitare si conosca non cavillosa, e proposta solo per muover difficultà, dov' ella non fusse; parmi, che, se noi anderemo sottilmente considerando, quel, che riferisce Arisotile dell' opinioni degli antichi, scorgeremo alcuni Pitagorici nella stessa guisa aver sentito della cometa. Imperocchè nell'assegnar la cagione, ond'avvenga che ne tra i Tropici, ne oltr' al Tropico di Capricorno verso Austro appariscan comete, dicevano, che tra essi l' umore attratto, in cui si fa la reflession della vista al Sole, veniva dal calor del Sole consumato, e che oltre al Tropico di Capricorno la cometa non si faceva per noi, ch' abitiamo verso Settentrione, non perchè quivi non fusse la medesima copia d' umore attratto, ma perche de' paralelli descritti dal moto diurno piccoli archi sopra, e grandi sotto all' Orizzonte restavano; onde per tale obbliquità non si poteva la vista di noi altri settentrionali reflettere inverso 'l Sole. Vedesi dunque, ch' eglino stimavano le comete non esser oggetti visibili reali, ma solo immagini, e simulacri apparenti a chi sì, e a chi no, secondo che la materia, nella quale si producono tali immagini si trova posta, o non posta in luogo atto a reflettere al Sole la vista altrui. E avvegna che de' soprannominati simulacri, in alcuni la paralasse sia nulla, ed in altri operi molto diversamente da quello, ch' ella fa negli oggetti reali, per far, che la cometa, benchè generata dentro alla sfera elementare, apparisca a tutti i riguardanti senza paralasse, basta che in alto sia diffuso 'l vapore, o la materia, qual ella si sia, atta a refletterci il lume del Sole per regioni, e spazi eguali, e anche alquanto minori delle provincie, dalle quali la cometa si scorge; Perchè immaginandoci noi da qualche stella fissa, o altro punto del firmamento tirato linee rette a quali, e quanti si vogliano luoghi della superficie terrestre: E posto, che in alto sia una distesa di vapori atti a riflettere, o rifrangere il lume del Sole, la quale tagli in traverso la piramide compresa tra esse linee rette, potranno tutte le viste de' riguardanti, che secondo alcuna di tali linee camminano, veder la cometa, e tutte sotto la medesima stella, e punto del firmamento. Io non dico risolutamente, che la cometa si faccia in tal modo, ma dico bene, che come di questo, così son dubbio de gli altri modi assegnati da gli altri autori; i quali, se pretenderanno d' indubitatamente stabilir lor parere, saranno in obbligo di mostrare questa, e tutte l' altre posizioni vane, e fallaci. Resta dunque da queste dubitazioni reso assai sospetto l'argomento preso dalla mancanza di paralasse, per determinare il luogo della cometa. Ma di gran lunga più deboli sono, s' io non m' inganno, le ragioni, o conghietturo prese dalla qualità del suo movimento; e del tutto vana quella, che aveva inteso essere da alcuni stata presa dal poco ingrandimento, che riceve il capo della cometa riguardato col Telescopio, cioè col moderno occhiale, mentre per molte centinaia di volte aggrandisce le superficie degli altri oggetti visibili; stimando questi tali da quello strumento con sì fatta regola aggrandirsi gli oggetti, che assaissimo sieno accresciuti i vicinissimi, meno, e meno i più lontani, secondo la proporzion delle lor maggior lontananze, si che finalmente le stelle fisse, come lontanissime, non ricevano sensibile aggrandimento. Intorno a queste due ragioni, e particolarmente intorno alla seconda, non avevo io veramente intenzione di dir cosa alcuna, perciochè parendomi ella vanissima e falsa, non credeva ch' ell' avesse avuto a trovare assenso, se non tra persone di così poca autorità, che poco importasse farvi sopra reflessione. Ma l' avere ultimamente veduto nel discorso fatto in Collegio Romano circa questa materia, come da quei Matematici vien fatta sì grande stima di queste ragioni; si che non solamente gli applaudono, ma tassano chi l' ha disprezzate, di poco esperto de' principij di prospettiva, e degli effetti compresi, e osservati da loro nel Telescopio, per lunghe esperienze, e ottiche dimostrazioni, mi ha fatto alquanto ritirare in me stesso, e titubare sopra quelle considerazioni, per le quali, dal nostro Accademico fui persuaso della debolezza di tal fondamento. Il qual nostro Accademico, se non è stato solo, almeno è stato quelli, che più risolutamente, e publicamente d' ogni altro ha contraddetto a cotal discorso, e l' ha riputato di niun valore, molto avanti, che la soprannominata opera si vedesse. Il perchè, mutato consiglio, ho risoluto di proporre a voi uditori, e forse a que' dottissimi Geometri, se mai arriverà lor sentore di questo mio ragionamento, le

considerazion del nostro Accademico, acciò o ne sieno col nostro beneficio le fallacie emendate, o con loro utile, corretti gli errori altrui. Dopo questo verrò a considerar ciò, che si ritragga dalla qualità del moto. Quelli dunque che affermano dal medesimo occhiale aggrandirsi molto gli oggetti visibili vicini, meno i più remoti, e punto, o insensibilmente i lontanissimi, non so a a qual cagione sieno per attribuire l' esserci dal medesimo Telescopio rese visibili innumerabili stelle fisse, delle quali niuna si vede con l' occhio libero. Perche s' e' non le ingrandisce, è forza, che con altra sua piu ammirabile, e inaudita prerogativa, le illumini. Ma se pur egli con aggrandir le loro spezie, come bisogna per necessità confessare, d'invisibili le fa visibilissime, cioè d' insensibili sensibilissime ce le rende, non so perchè tale aggrandimento si debba poi chiamare insensibile, e non più tosto infinito, che tale è la proporzion del niente a qualche cosa. Gli Astronomi per mio credere, non avrebber distinte le stelle fisse visibili in molte, e varie grandezze, se tale inegualità non apparisse sensibilmente. Anzi la differenza delle minime della sesta, e le massime della prima grandezza, si reputa talmente sensibile, che tra esse altri cinque sensibili gradi si collocano di disegualità. Onde non pur sensibile, ma grandissimo si dovrà chiamare il ricrescimento di quel Telescopio, il quale ci mostra maggior di quelle, della prima grandezza, alcuna delle stelle invisibili, che forse per molti gradi è inferiore alle visibili della sesta. E pure quest' effetto si vede tra le stelle fisse, e maggiormente ancora si vedrebbe, se noi, con l' occhiale, potessimo alcuna di esse piccole stelle incontrare, mentre l' aria fusse alquanto luminosa, cioè nel primo apparire delle maggiori stelle. Il che esquisitamente si vede ne' Pianeti Medicei, i quali incontrandosi agevolmente con la scorta di Giove, si veggono su 'l tramontar del Sole con perfetto Telescopio molto prima, che con la vista semplice le stelle fisse, eziandio della prima grandezza. E perchè le stelle Medicee sono assai men lucide delle fisse, non pare, ch' altro ce le possa render visibili, se non un grandissimo accrescimento ; e pure per la loro piccolezza sono invisibili, non solo alla vista semplice, ma ancora a gli strumenti, che multiplichino in superficie meno di trenta, o quaranta volte. Ma posto, come anche in parte, benchè ingannevolmente, apparisce, che le stelle fisse fossero insensibilmente dal Telescopio aggrandite, io non so quanto ciò dovesse reputarsi effetto della loro massima lontananza, sì che si potesse poi per lo converso concludere, che qualunque oggetto, il qual venisse insensibilmente dall' occhiale aggrandito, fosse per necessità da noi immensamente lontano : e parmi, che possa essere, che essendo vere le amendue proposizioni, il loro congiugnimento sia falso, nel modo, che per avventura cade nella scintillazion delle medesime fisse, le quali è vero, che scintillano, ed è vero, che son lontanissime : ma che dello scintillare ne sia causa la somma lontananza, dalle due nude proposizioni non si convince; E così, dato, che le fisse poco s' aggrandiscano, e sieno lontanissime, non però segue, che 'l poco ingrandirsi dalla massima lontananza necessariamente dependa. Imperciocchè, se ciò veramente fosse, certo è, che tutti gli oggetti visibili, posti nella medesima distanza farieno il medesimo. E così, non pure le stelle fisse, ma gl'intervalli, che sono tra esse dovrebbero apparirci gli stessi col Telescopio, che con l' occhio libero; tuttavia l' esperienze nostre ci mostrano il contrario. Perchè, se pigliando la canna d' un occhiale, e levatone i vetri la dirizzeremo a due stelle fisse, tanto fra di loro vicine, che giustamente si veggano per l' estrema circonferenza del foro opposto, mettendoci poscia i vetri, e ritenendo la stessa grandezza di foro, non solo non le comprenderà più amendue un' occhiata medesima, come dovrebbe seguire, se gli oggetti remotissimi non ricrescessero; ma per passare dall' una all' altra, farà di mestiero muover la canna, come se fossero due oggetti da noi non più lontani d' un miglio, servando nel crescer la stessa proporzione gl' intervalli nel Cielo, che si facciano in terra tutti gli oggetti in queste piccole lontananze.

Di più, quando tal conclusion fosse vera, ne vedremmo talor seguir mirabile effetto; imperocchè messo in qualche distanza un' oggetto, come per esemplo, un cerchio nero, e un' altro di color bianco alla dirittura medesima quattro, o sei volte più lontano, e tanto maggior del primo, che per la sua interposizione non però ne rimanesse del tutto ricoperto, ma che intorno, intorno restasse apparente una circonferenza bianca: preso poi il Telescopio, e drizzatolo verso i cerchì, se il vicino s' ingrandisce più del lontano, sicuramente il lontano ne dovrà restar del tutto coperto, e ascoso, e nulla si scorgerà della circonferenza bianca: il quale effetto, quando vero fosse, potrebbe tal volta con gran maraviglia, interporsi la vicina Luna tra l' occhio nostro, e 'l Sole lontanissimo, ed eclissandone una parte all' occhio libero, eclissarlo del tutto al Telescopio, sì che guardando con l' occhiale trovassimo notte oscura, mentre gli altri godessero con l' occhio libero la chiarezza del giorno. Ma non pur questo non accadrà, ma de' due sopraddetti cerchi, quando del più remoto ne apparisca all' occhio libero solamente quanto è un sottil filo, lo stesso si scuopre con l' occhiale per appunto ; argumento necessario gl' ingrandimenti di tali oggetti esser fatti puntualmente con la medesima proporzione. Da queste esperienze mi pare assai dimostrato, come la massima lontananza de gli oggetti, non toglie loro punto d' aggrandimento. Ma perchè pur si vede, che le stelle guardate col Telescopio ci appariscon poco maggiori, che vedute liberamente, non sarà per avventura fuor di proposito l' andare investigandone le vere cagioni, come d' effetto, che uscendo della comune maniera, in che ci appariscono gli altri oggetti visibili può far restare chiunque non ben attentamente lo miri, agevolmente ingannato. Dico dunque che 'l medesimo Telescopio aggrandisce tutti gli oggetti visibili, secondo la medesima proporzione, sien pur essi costituiti in qualunque lontananza si sia. E quelli, ch' altramente hanno creduto, son rimasi ingannati, o perchè rimirando diversi oggetti, e sommamente tra di loro diseguali, hanno creduto di riguardare il medesimo, o perchè parendo loro d' adoprar lo stesso strumento, si son serviti di diversissimi Telescopi. Manifesta cosa è, che le stelle, e non solo le fisse, ma, trattone la Luna, anche l'erranti assai più grandi appariscono all' occhio libero, vedute nell' oscurità della notte, che nella chiarezza del crepuscolo, sul lor primiero apparire: e Venere, e Giove veduti nell'aria illuminata, non sono ne ancho la centesima parte di quel, che ci s' appresentano nelle tenebre : ne perciò cred' io, che alcuno stimi la corporale, e vera grandezza loro, ch' è quella, che si vede di giorno, farsi maggior nella notte, ma sì bene ch' ella acquisti un irraggiamento grande, dentro del quale resta indistinto 'l piccol corpicello di quella stella, onde la notturna visibile immagine è diversissima, & incomparabilmente maggiore della diurna. Ora se alcuno, per far prova della multiplicazione del telescopio riguarderà di notte una stella, comparando il suo nudo corpicello aggrandito dallo strumento, con l' inghirlandato di raggi veduto con l' occhio libero, veramente errerà, e farà paragone di diversi oggetti, mentre si crede di considerare il medesimo , e senza dubbio non troverrà l' accrescimento, che si vede, riguardando 'l medesimo oggetto, perchè quel, che si vede con l' occhiale, è il semplice corpo, e reale della stella veduta, e quel, che si scorge con la vista libera, è l' irraggiato. Onde lo 'ngrandimento del Telescopio par piccolissimo, tal volta nulla, e tal volta ancora può apparire sensibilmente diminuirsi. In confermazione di quant' io dico, aggiustisi il Telescopio, per esemplo, al Cane, avanti giorno, egli ci apparirà non molto maggiore, che veduto senza l' occhiale. Andiamo poi seguitandolo sino al nascer del Sole, sempre lo vedremo nello strumento della grandezza medesima, ma alla semplice vista egli andrà pian piano diminuendosi, in guisa che di qualunque minima stella veduta di notte parrà minore. E finalmente nascendo 'l Sole, egli, fatto infinitamente piccolo, al tutto si perderà, e pur tuttavia si vedrà benissimo nel Telescopio, e sempre d' eguale apparenza. Venere, e Giove, ed in somma ogni altra stella, guardata con lo strumento, non ci appariscono niente maggiori la notte, che 'l giorno, ma si bene i medesimi veduti con l' occhio libero grandissimi sono nelle tenebre, e piccolissimi nell' aria lucida, sicuro argomento, che quel che si vede per lo strumento, è l' oggetto puro, e spogliato de' raggi stranieri , il che anche si raccoglie dalla sua perfetta, e terminata figura, falcata tal volta in Venere, ovata in Saturno, e circolare nell' altre stelle. La fallacia dunque depende non dall'immensità della lontananza, ma dallo splendor dell'oggetto. Anzi lo stesso si vede accadere ne'nostri lumi terreni per brevi intervalli remoti , sì che a chi stesse pure ostinato, che per provar l'immensità della lontananza concludesse l'argomento preso dal poco aggrandimento del Telescopio, si potrebbe agevolmente dare ad intendere, che una candela accesa, e posta in altezza di cento, o dugento braccia fosse tra le stelle fisse, poichè pochissimo viene dall'occhiale ingrandita. Ma sento oppormi, per atterrar tutto questo discorso, che pur' anche gli oggetti non risplendenti, quanto più son vicini, tanto maggiore accrescimento ricevono dal medesimo Telescopio. Sì che, se, per esemplo un' oggetto veduto in distanza di cento braccia, ci apparisce cento volte maggiore, lo stesso, in distanza di dieci, apparirà dugento volte, e quattrocento, e mille, e dumila, se si porrà in distanza di due braccia, d' uno, o d' un mezzo: in somma, con avvicinarlo, il potremo smisuratamente ad arbitrio nostro multiplicare. Tutto ciò è verissimo, e benissimo osservato, e inteso dal nostro accademico, e forse prima, che da niun altro, ma bene allo 'ncontro mi pare, che quei, che reputano ciò essere effetto dell'avvicinamento dell' oggetto, non s' avveggano del loro inganno. Però avrei caro d' intender da questi, se quando vogliono distintamente vedere un' oggetto posto in distanza di dieci braccia e'ritengono nell' occhiale la medesima lunghezza di canna, e in conseguenza la medesima distanza tra vetro, e vetro, che quando il medesimo oggetto è in lontananza di cento braccia. Certamente diranno, che allungano detta canna, e che molto più l' allungano per vederlo in lontananza di quattro braccia, e per la distanza d' un braccio, o d' un mezzo confesseranno allungarlo il doppio, il triplo, e anche il quadruplo di quel, che bastava per gli oggetti lontani. Ed io allora gli avvertirò, che questo non è riguardare con lo stesso strumento, ma con diversi, e che la cagion del maggiore, o minore ingrandimento degli oggetti veduti, non depende dal loro avvicinamento, ma dal servirsi di maggiori, e maggiori Telescopi. E che ciò sia vero, provino a fermarne uno a vista di qualche oggetto posto, V. G. in distanza di mille braccia, e non lo movendo di luogo allunghino solamente un dito, o due la canna, subito vedranno accrescimento notabile nell' oggetto, e pur' egli non ci s' è avvicinato, anzi più tosto ci s'è fatto lontan dall' occhio quel poco più, che 'l cannone s'è allungato, ma allo 'ncontro, ritenendo pur fermo lo strumento facciasi avvicinar l' oggetto, non dirò un dito, o due, ma dieci, venti, trenta braccia, e anche cento, o dugento, non si vedrà accrescimento veruno, fuor di quello, che 'l semplice appressamento arreca sempre mai ancora dell' occhio libero. Sì che, se nella distanza di mille braccia l' oggetto nel Telescopio ci appariva per esemplo dieci volte maggiore del veduto naturalmente, nella distanza parimente di novecento, di secento, e di quattrocento non ci apparirà, se non con lo stesso decuplo accrescimento. Ed in somma questa multiplicazione non s' accrescerà mai, sin che non s' allunga la canna, e s' accresce la distanza fra i vetri. Ora siemi detto da questi, se quando hanno guardato la Luna, la quale, per loro affermazione ricresce assai, per vedere di poi gli oggetti più lontani, e anche le stelle fisse, fa lor mestieri d' accorciar la canna? certo no, anzi che non solamente nelle distanze, oltr' alla Luna remota da noi tante migliaia di miglia, ma in nessuna da mezzo miglio in là, non fa bisogno scorciarla pure un capello, onde ne venga diminuito l' accrescimento delle cose vedute , ma, usata nella medesima lunghezza, perfettamente ne mostra ogni oggetto, e tutti con la medesima proporzion gli aggrandisce.

Concludiamo dunque per verissimo gli oggetti tutti venir dal medesimo Telescopio con la medesima proporzione ingranditi: e se i vicinissimi sembrano ingrandirsi più, ciò avviene dall'usare strumento più lungo, e quanto a' lontanissimi, solo gli splendidi mostrano ingannevolmente ingrandirsi meno, mercè dell' accidentario loro splendore, ma non già per la grandissima lontananza: del qual effetto non ne essendo sin' ora da altri stata assegnata la vera cagione, voglio credere, che grato vi possa essere il sentirla, imperocchè non par, che sia senza maraviglia, com' esser possa, che accrescendoci sommamente il Telescopio tutti gli oggetti visibili, solo i lucidi, e che per certa distanza di nuovi raggi, s' inghirlandano, non mostrino nello stesso modo aggrandirsi, se non nel lume primiero. Ma la chioma quantunque essa ancora oggetto visibile, nessunno accrescimento riceva. Qui prima è necessario, che noi depogniamo una falsa opinione intorno all' essenza del medesimo irraggiamento, se però ci ha alcuno, il quale habbia prestato fede a quello, ch' hanno scritto alcuni Filosofi in questo proposito, cioè, che le stelle, le fiaccole, e gli altri corpi luminosi, quali egli si sieno, accendano, e rendano splendida ancora parte dell'aria circonvicina, la quale poi in debita distanza più vivamente, e terminatamente lo suo splendor dimostri, il perchè tutta la fiaccola assai ci apparisca maggiore. Il qual discorso è tanto falso, quanto la verità è, prima che l' aria non s'accende, ne si fa splendida, dipoi, che tale l'irraggiamento non è altrimenti intorno all' oggetto luminoso, ma è così vicino a noi, che se non è dentro all' occhio nostro stesso, almeno è nella sua superficie, forse cagionato dal lume principal dell' oggetto, rifratto in quella umidità, che continuamente è sopra la pupilla dell' occhio, mantenuta dalle palpebre. Di che habbiamo diverse conghietture, qual è, ch' a gli occhi più umidi, e lagrimosi maggiore apparisce cotale irradiazione: in oltre serrando in parte, e comprimendo le palpebre, appariscono parimente raggi lunghissimi, segno evidente, che tale splendore ha fondamento nell' occhio, ed in esso risiede. Il che finalmente si conclude per necessità essere in questa guisa, perchè, se noi, intraponendo fra l' occhio, e il lume la mano, o altro corpo opaco, l' andremo movendo pian piano, quasi che noi volessimo esso lume occultarci, l' irradiazione sua mai punto non s' asconde, fin che la stessa fiamma reale non si cela, ma appariscono i medesimi raggi tra la mano, e l' occhio in nessuna parte alterati, che non avverrebbe se i raggi fussero intorno al lume, cioè di là dalla mano. Ma come prima comincia la mano a intaccar parte del vero lume, cominciano anco parte de' detti raggi a sparire, quelli cioè ch' apparivano derivare dalla parte opposta di essa luce, cioè se alzando la mano si verrà ad occultar la parte inferiore della fiamma, si cominciano a perder que'raggi che parevano spuntar dalla parte superiore, e per l' opposito, se messa la mano più alta del lume si verrà con abbassarla ad occultarne la parte superiore, i raggi inferiori si perderanno. Con altra evidentissima esperienza si prova lo stesso, imperocchè, se, riguardando tai raggi, andremo inclinando la testa or verso la destra, or verso la sinistra spalla, ed in conseguenza piegando nello stesso modo gli occhi, vedremo far lo stesso a' raggi, ma non gia alla fiammella della candela, la quale resta immobile. Argomento, che tanto necessariamente conclude quegli esser negli occhi, quanto è vero questa esserne fuori, e lontana. Ora,

se tale irradiazione è nell' occhio nostro, com'è manifesto, che meraviglia è se 'l Telescopio non l' aggrandisce? il quale non multiplica se non quelle spezie, che passano pe' cristalli, e che sono di là da essi, e non quelle che sono verso l' occhio, e non passano per i vetri. Questa sono le nostre esperienze, queste le conclusioni dependenti da' nostri principj, e dalle nostre ragioni di prospettiva. Se le nostre conclusioni, e le nostre sperienze saranno false, e difettose, i nostri fondamenti saranno deboli, ma s' elle saranno vere, e false quelle degli altri, contentinsi gli altri, che noi possiamo sospettare della fermezza de' fondamenti de' lor principj, e di essi con ragione far quel giudizio, ch' essi di noi avevan fatto senza ragione. Stabilite queste cose, io non veggo, che altro si possa nella cometa inferire dal suo poco aggrandimento col Telescopio, se non ch' ell' è cosa luminosa, delle quali tutte è proprietà di apparire in certa distanza all' occhio libero irradiate, e maggiori. Ma vegniamo ormai alla considerazione dell' argomento preso dalla qualità del moto, per dimostrarla celeste, il quale non sarà forse più saldo degli altri, cadendoci intorno molto da dubitare. E prima io lascio stare, che 'l porre quelle distinzioni di sfere, e orbi celesti, ne' quali fermamente le stelle fussero affisse, e che solo al movimento di quegli andassero in volta, è ormai tanto notoriamente pieno d' inverisimili, e di repugnanze, che 'nsino a buona parte de' più ostinati contradittori s' inducono a deporgli, e a credere i pianeti esser mobili per loro stessi : ma posto ancora che altri pur volesse assegnare spera, e Cielo particolare per le comete, dal quale subito nate fussero portate in volta (non essendo verisimile elle nascere con tal pratica, e scienza) bisognerebbe porre non un solo orbe, ma molti, rispetto a' movimenti di quelle tra di loro in maniera diversi non meno nelle inclinazioni, che nelle velocità, che non bene si possono attribuire a qualunque moto si assegnasse a un particolar Cielo. Di che vi potrei addur molti esempli ; ma per maggiore intelligenza, e vostro minor tedio, consideriamo solamente qual differenza caschi tra la cometa de mesi passati, e quella del settanzette con tanta diligenza descritta da Ticon Brae.

La cometa del settanzette appariva muoversi in un cerchio, che segava l' Eclittica intorno al ventunesimo grado del Sagittario : questa passata la segava nel grado quattordicesimo dello Scorpione. Il cerchio di quella era inclinato all' Eclittica meno di trenta gradi, e questo assai più di sessanta , onde i poli di questi due orbi sarebbono diversissimi, e lontanissimi tra di loro. Quella si moveva nel suo apparente cerchio nel principio della sua apparizione più di cinque gradi il giorno, e questa tre. E finalmente i movimenti loro sono stati del tutto contrari, poichè quella si moveva secondo l' ordine de' segni, e questa contra: accidenti, che per essere incompatibili in una medesima sfera, ci forzerebbono a porne tante, quante fossero le Comete passate, e anche per avventura le future. Or questa multiplicità di sfere oziosa sempre in aspettare che in esse venga, Dio sa quando, una cometa per portarla breve tempo in volta, e anche per poca parte di suo cerchio, non so veder come si possa accordare con la somma esquisitezza, che mantien la natura in tutte l' altre sue opere di non esser nè superflua, nè oziosa. Il dire con Ticone, che come a stelle imperfette, e quasi scherzi della natura, e trastulli delle vere stelle, ma però, benchè caduche, d' indole ad ogni modo, e di costumi celesti, basta una tale quale condizion divina , ha tanto più della piacevolezza poetica, che della fermezza, e severità filosofica, che non merita, che vi si ponga considerazione alcuna, perchè la natura non si diletta di poesie. L' argomento poi preso dalla regolarità del moto, e dall' esser egli fatto in un cerchio massimo, è molto difettoso. Perchè quanto alla regolarità l' osservazioni, e deposizioni de' medesimi, che l' hanno fatte, il mostrano irregolare, essendosi sempre andato ritardando in modo, che la cometa del settanzette era venti volte più veloce nel principio, che nella fine, e la passata intorno al doppio. E benchè Ticone si sforzi di ridurlo a equabilità con assegnarli un' orbe d' intorno al Sole, nulla di meno egli non può tanto palliare il vero, ch' egli non confessi esser forzato a porlo anco nel proprio orbe ineguale, e anche si lascerebbe andare a porlo per linea non circolare : dissimulando ora per soddisfare a questa sua nuova fantasia, ch' una delle principali cagioni, che hanno fatto partire e lui, e 'l Copernico dal sistema di Tolommeo, sia stata il non poter salvare l' apparenze con movimenti assolutamente circolari, ed equabilissimi ne' lor cerchi, e

intorno a' lor propri centri; dissimulando anche l' altra non minore disorbitanza, la quale è, che essendo manifesto in tutti i Sistemi, tutti i movimenti propri de' pianeti esser per un medesimo verso, egli si lascia indurre a por solamente quest' orbe destinato per le comete a muoversi al contrario. Cosa veramente improbabilissima. Al poter con sicurezza chiamar tal moto per cerchio massimo, mancano gran punti da dimostrare, i quali tralasciati danno indizio d' imperfetto Loico. Perchè ancorch' e' sia vero, ch' all' occhio posto nel centro della sfera, i cerchi massimi, e i moti fatti in essi appariscano linee rette, e i cerchi minori linee curve, non però è necessario il converso, come richiederebbe il bisogno di Ticone, e dell' autor del problema, cioè, che qualunque moto ci appare retto, sia per necessità fatto in un cerchio massimo. Perchè, se questo fosse, un movimento veramente fatto per una linea retta dovrebbe apparir fatto per una curva, che è falso. Bisogna dunque dire, che al riguardante due sorte di movimenti appariscon retti, cioè quelli, che sono realmente retti, e i circolari fatti ne' cerchi massimi: e questo dico, parlando solamente de' moti semplici, perchè trattando in generale, tutti i movimenti, che saranno fatti in uno stesso piano, appariranno, per linea retta, all' occhio costituito nel medesimo piano. E però, chi voleva senza difetto provare, che 'l movimento della cometa fosse per cerchio massimo, era in obbligo di provare prima, ch' e' non fusse realmente, o in se stesso per linea retta, il che non è stato fatto, ne forse agevolmente poteva farsi. I buoni Astronomi, per provare che 'l movimento, verbi grazia, del Sole, da Levante, a Ponente, è circolare, e non retto, benchè sembri fatto in una linea retta, l' argomentano dall' apparir suo nel mezzo del Cielo della medesima grandezza, che verso gli estremi: ed in oltre dall' apparirci anche il suo movimento uniforme, supposto, che tal'egli sia ancora in se stesso, i quali due rincontri non avrebbon luogo nel movimento per linea retta, che essendo in se stesso uniforme, apparirebbe disforme, cioè veloce nelle parti di mezzo, come più vicine all' occhio, il perchè anche l'oggetto parrebbe maggiore, e più, e più tardo verso l' estreme, dove il medesim' oggetto assai minore si mosterrebbe. Ma se noi vorremo sopra queste buone conghietture discorrer circa la cometa, mi pare, che molto più ragionevolmente potrem venire in pensiero che il movimento di lei fosse un continuo allontanamento da noi, fatto per linea retta, perchè, quanto alla sua visibil grandezza, sempre s' andò diminuendo sino alla total perdita, e la velocità sua apparentemente ritardandosi. Ma le apparenze, e rincontri, che favorirebbono tale opinione non son questi soli, anzi pur ve ne son de gli altri, la probabilità de' quali tanto più manifesta si scorge, quanta essi molto aggiustatamente s' adattano al moderare gli assurdi, che par, che seguano al por quest' orbe cometario, e per chiara intelligenza del tutto, seguendo, dico. L' aver tanti Filosofi antichi creduto la cometa essere una stella vagante, la quale non apparisse, se non quando allontanandosi dal Sole uscisse della sua irradiazione, nel modo, che Venere, e Mercurio per simil separazione si fanno visibili, restando tutto 'l resto del tempo invisibili per la vicinanza di quello, ci è chiaro argomento, che le comete per lunghissime osservazioni, comunemente dal loro primo apparire, si vanno successivamente allontanando dal Sole, si come è accaduto di queste, delle quali principalmente favelliamo, avendo d' una, fresche, e sensate osservazioni, e dell' altra molto diligente storia in Ticone, e altri, che l' osservarono. E perchè alcune hanno il lor nascimento vespertino, come quella del settanzette, e altre mattutino, come la nostra, quindi è, che dovendosi andar discostando dal Sole, bisogna, che quelle si muovano, secondo l' ordine de' segni, e queste in contrario. La qual contrarietà di moti è sconvenevolissima cosa a doversi porre o nella medesima sfera, o in diverse, destinate per movimento di materie d' una stessa natura. Ma oltr' a tutte le improbabilità allegate, notisi da voi Accademici quali altre sorte d' assurdi sien trapassate da quelli, i quali troppo ansiosamente vorrebbono, che le cose naturali s' accomodassero, e rispondessero al concetto, che essi casualmente di quelle si son formati. Ticone dall' avere osservato, che la cometa del settanzette separandosi nel principio dal Sole, da quello digredi sino a certo termine, e poi cominciò a ravvicinarsegli, e che in oltre successivamente dopo sua apparizione s' andò diminuendo, e perciò conghietturalmente da noi allontanandosi, imitando le digressioni di Venere, e di Mercurio, pensò di ciascuno di questi effetti addurre competente ragione, con assegnarle un rivolgimento intorno al Sole, simile a quelli delle due nominate stelle: ma in un' orbe tanto maggiore di quel di Venere, quanto la digressione della cometa, che fu intorno sessanta gradi, apparve maggior di questa di Venere, che è intorno a quarantotto. Ne del tutto l' assunto fu inverisimilie, benchè altra più semplice, e natural cagione, e più aggiustatamente all' apparenze corrispondente, se ne può per mio parere arrecare, come appresso dirò.

Il Matematico del Collegio Romano, ha parimente, per questa ultima cometa ricevuto la medesima ipotesi, e a così affermare, oltr' a quel poco, che n' è scritto dall' autore, che consuona con la posizion di Ticone, m' induce ancora il vedere in tutto 'l rimanente dell' opera quanto e' concordi con le altre Ticoniche immaginazioni. Stante dunque che tale sia l' orbe delle comete, quale questi autori si figurano, gran cagione mi resta di maravigliarmi, che quei del Collegio si sieno poi persuasi di poter conservare, e nominare prole celeste questa, che quasi triforme Dea bisognerà farla abitatrice del Cielo, degli elementi, e altresì dell' Inferno. Perchè avendo le digressioni della nostra cometa dal Sole passati novanta gradi, piccola scintilla di geometria basta a far vedere, che l' orbe di lei, circondando 'l Sole, bisogna, che dopo lungo trascorrer per lo Cielo, traversi gli elementi, e penetri anche per l' infernali viscere della terra : avvegnachè la digressione precisa di novanta gradi, formando con la linea del moto solare angoli retti, viene ad essere la tangente dell' orbe della stella, che digredisce, e a toccar la superficie della terra, e passar per la vista de' riguardanti. Tal mostruosità non posso credere, che l' autor del problema sia per voler sostenere, e son sicuro, che se gli verrà in pensiero per mantenimento del primo detto, d' assegnare alla cometa forse una conversione non intorno al Sole, simile a quella di Venere, e di Mercurio, ma intorno alla terra senza comprendere il Sole, imitando la Luna, o pur comprendendolo al modo de tre pianeti superiori, son dico sicuro, ch' in ogni maniera, esaminando diligentemente tutte le conseguenze, incontrerrà di duri, e pericolosi scogli.

A me, al quale non ha nel pensiero avuto mai luogo quella vana distinzione, anzi contrarietà tra gli elementi, ed i cieli, niun fastidio, o difficultà arreca, che la materia, in cui s' è formata la cometa avesse tal volta ingombrate queste nostre basse regioni, e quindi sublimatasi, avesse sormontato l' aria, e quello, che oltre di quella si diffonde per gl' immensi spazi dell' universo, il che credoa certo ella aver potuto fare senza trovar resistenza, o intoppi così duri, che la 'mpedissero dal suo viaggio, o pure un breve momento la ritardassero. Anzi di simil sublimazioni di fumi, vapori, esalazioni, o di qualsisieno altre sottili, e leggier materie elementari, parmi, che spesse volte ne abbiamo ancora degli altri rincontri, e so, Accademici, che molti di voi avranno più d' una volta veduto 'l Cielo nell' ore notturne, nelle parti verso Settentrione, illuminato in modo, che di lucidità non cede alla più candida Aurora, nè lontana allo spuntar del Sole; effetto, che per mio credere, non ha origine altronde, che dall' essersi parte dell' aria vaporosa, che circonda la terra, per qualche cagione in modo più del consueto assottigliata, che sublimandosi assai più del suo consueto, abbia sormontato il cono dell' ombra terrestre, sì che essendo la sua parte superiore ferita dal Sole abbia potuto rifletterci il suo splendore, e formarci questa boreale aurora. La quale apparenza ha bello, e probabile incontro, poichè ella si vede solo, o più frequentemente la state, quando 'l Sole fatto settentrionale, per minor distanza resta sotto l' Orizzonte, e la' nclinazion del cono dell' ombra terrestre inverso Austro è tanto maggiore, ch' assai meno, che in altro tempo hanno a sollevarsi i vapori per uscirne fuora, e liberarsi dall' ombra, ed esporsi in vista al Sole. Ma per più propinqua conghiettura, ricordiamoci, che per alcuni giorni avanti il comparir della nostra cometa fu veduta la mattina innanzi giorno, mentre s' osservava il trave, tutta la parte Orientale ripiena, assai più del solito, di vapori molto luminosi, anzi tanto poco meno rispledenti della stessa cometa, ch' ella su 'l principio pareva quasi più tosto distinta dal resto del Cielo per due strisce laterali alquanto men lucide, che perchè ella grandemente superasse di luce tutto 'l rimanente del Cielo. In oltre, che per i celesti campi vadano simili fumosità vagando, e producendosi, e dissolvendosi, quel che prima sensatamente, e poi dimostrativamente è stato proposto, e provato dal nostro Accademico delle macchie del Sole, ce ne rende in modo sicuri, che ragionevolmente non resta luogo di dubitarne. Ora venendo a moderar gl' inconvenienti, che seguir si veggono nell' assegnata sfera delle comete, dico, che assai probabilmente, e con agevolezza, con un solo, e semplice movimento, viene ogni repugnanza rimossa : Imperocchè non abbiamo a chimerizzare altro, ch' un semplicissimo, ed equabil moto per linea retta dalla superficie della terra verso 'l Cielo.

E ciò, prima soddisfa, come s' è detto, all' apparir per linea retta, essendo egli veramente tale, ed essendo eguale in se stesso, ci parrà sempre più tardo mediante il discostamento maggiore, ci mosterrà diminuzione nella grandezza visibile dell' oggetto, e finalmente, senza bisogno d' introdur niuna contrarietà di movimenti, sia pur la cometa orientale, o occidentale, mattutina, o vespertina, sempre ci apparirà discostarsi dal Sole. E per più chiara intelligenza del tutto; veggasi la presente figura, nella quale per lo cerchio ABC intendasi il globo terrestre, e sia in A l' occhio del riguardante, il cui orizzonte sia secondo la linea retta AG la qual vada anche verso il Sol nascente, e intendasi pur verso la regione orientale, la linea retta ascendente perpendicolarmente, verso 'l Cielo, secondo la quale si muova la materia della cometa, o sia questa la linea. DEF. nella quale sieno segnate alcune parti equali. SO. ON. NI. IF. che sieno, per esemplo gli spazi passati di giorno in giorno da essa cometa, e sia O il luogo della sua prima apparizione: non si essendo veduta innanzi, per esser troppo sotto i raggi del Sole. Veggasi poi il secondo giorno in N, il terzo in I, il quarto in F. ec. È manifesto primieramente, che essendo ella nella sua prima apparizione più che in altro tempo vicina all' occhio, maggiore apparirà in O, che, in N, e in N, che in I, se non forse, in quanto l' essere in O più sotto i raggi del Sole, e nella chiarezza del crepusculo offuscasse tanto della sua luce, che per due, o tre giorni ci apparisse andar più tosto accrescendosi: ma poi uscita dall' albòre del crepuscolo, s' andrà ella sempre diminuendo, e 'l suo moto apparente sarà sempre più tardo, perchè gli angoli OAS, NAO, IAN, FAI, ec. che sono le misure di essi moti, son sempre conseguentemente minori, e minori, come agevolmente si dimostra. Perchè essendo nel triangolo ASN, l' angolo S ottuso, sarà la linea AN maggiore della AS, e però quando l' angolo NAS fosse segato in parti eguali dalla linea AO, la parte del lato opposto NO, sarebbe maggiore dell' OS, dunque perchè si pone essergli eguale, è forza, che l' angolo NAO sia minore dell' angolo OAS, e nello stesso modo si dimostra gli angoli conseguenti esser sempre minori de' precedenti, ch' è cagione dell' apparente ritardazione del moto. In oltre, mostrandocisi ella nelle parti orientali, ci apparirà nel suo ascendere acquistar del Cielo sempre verso Occidente, ed in conseguenza il suo movimento esser retrogrado, cioè contro l'ordine de' segni, come appunto è accaduto di quest' ultima ; che s' ella si mosterrà verso Occidente, ci apparirà per lo suo ascendere ritirarsi verso Levante, e 'l movimento esser diretto, cioè secondo l' ordine de' segni, come avvenne nella cometa del settanzette. Di più e nell' una, e nell' altra positura ci apparirà ella continuamente dilungarsi dal Sole, venendo tale allontanamento misurato dall' angolo OAG, NAG, IAC, il quale si va successivamente ampliando per l'aggiunta di giorno in giorno dell'angolo del suo moto apparente. Ma però qui cade una differenza degna di considerazione, ed è, che quando la cometa sarà orientale, com' è stata quest' ultima, ella s' andrà discostando dal Sole, non solamente mediante il suo moto apparente, e retrogrado, ma eziandio per lo moto proprio del Sole, il quale sempre è diretto, ma quando ella sarà occidentale, e avrà però lo suo movimento diretto, essendo diretto parimente quel del Sole, ella non continuerà a discostarsi da quello, se non sin' a tanto, che 'l suo movimento apparente sarà maggior di quel del Sole: ma andandosi il suo diminuendo, e mantenendosi quel del Sole, potrà accadere, che fatta più tarda, non più s' accresca, ma si vada diminuendo successivamente la sua distanza da quello. E questi due accidenti si sono esattamente verificati nelle due comete, delle quali noi favelliamo: conciossiacosa che quest' ultima, essendo orientale sempre si sia andata allontanando dal Sole, ma l' altra del settanzette, che fu occidentale, su 'l principio s' andò allontanando circa quattro gradi il giorno, che di tanto superava 'l movimento di quello, andando poi successivamente languendo, si che in poco più di venti giorni si ridusse con velocità eguale con esso Sole, onde più non se gli allontanava, e dopo restando vinta, cominciò il Sole a racquistarla, in tanto che nel fine le si avvicinava quasi mezzo grado per giorno. Io non voglio in questa parte dissimular di comprendere, che quando la materia, in cui si forma la cometa, non avesse altro movimento che 'l retto, e perpendicolare alla superficie del globo terrestre, cioè dal centro verso 'l Cielo, egli a noi dovrebbe parere indirizzato precisamente verso il nostro vertice, e Zenit, il che non avendo ella fatto, ma declinato verso Settentrione, ci costrigne a dovere o mutare il sin qui detto, quantunque in tanti altri rincontri così ben s' assesti all' apparenze, o vero ritenendolo aggiugner qualch' altra cagione di tale apparente deviazione. Io ne l' uno saprei, ne l' altro ardirei di fare. Conobbe Seneca, e lo scrisse, quanto importasse per la sicura determinazione di queste cose, l' avere una ferma, e indubitabil cognizione dell' ordine, disposizione, stati, e movimenti delle parti dell' universo, della quale il nostro secolo riman privo: però a noi conviene contentarci di quel poco, che possiamo conghietturare così tra l' ombre, sin che ci sia additata la vera costituzion delle parti del Mondo, poichè la promessaci da Ticone rimase imperfetta. E già che abbiamo con qualche diligenza esaminato tanti particolari, non sarà se non aene, che facciamo alcuna considerazione sopra la curvità della chioma, ò barba della cometa, intorno al quale accidente, non veggo avere scritto altri, che Ticone, ma, per mio credere, non più veridicameute, che degli altri particolari dependenti dall' umana conghiettura. Esaminerò dunque quanto egli ne scrive, e ritrovatolo al sicuro nulla concludeute, tenterò s' io possa produr cosa di probabilità.

Stima Ticone, che 'l tratto della chioma non sia altramente in se stesso, e realmente curvo, ma diritto, e che accidentalmente apparisca piegato, e torto: & in questo credo io aver' egli conforme al vero giudicato; e la cometa moderna si mostrò tal volta con la chioma incurvata, e alcuna volta dirittamente la distendeva. Ma nell' assegnare, ch' egli fa della cagione di tal accidentale apparenza, credo, ch' egli torca dal vero, più che la chioma dal retto. Egli riferisce la cagion di ciò all' esserci gli estremi della cometa disegualmente lontani dall' occhio, e dice, che in tutti gli oggetti visibili, che realmente sien dirittissimi, tuttavolta, che un de' suoi termini sarà più vicino al nostr' occhio dell' altro, accade che incurvati, e non diretti ci appaiano: e soggiugne di tale effetto esserne certe dimostrazioni di prospettiva in Vitellione, e Alazzeno. Io essendo primieramente sicuro della falsità della conclusione, volli vedere i luoghi de' citati autori, parendomi cosa strana, che scrittori di quella fatta avessero tanto solennemente traviato dal vero, ch' e' si persuadessero d' aver dimostrato quel ch' è indimostrabile, e falso. E anche parendomi gran cosa ch' un par di Ticone potesse essersi abbagliato nello 'ntendere le conclusioni di quegli scrittori. Tuttavia 'l primo ingannato sono stat' io, perchè veramente Ticone non ha inteso quel, che, nelle da lui citate proposizioni, hanno Vitellione, e Alazzeno dimostrato, i quali parlano di cosa lontanissima da tal proposito. Quel, che i detti autori cercano ne' luoghi addotti è, da quali indizi la nostra virtù giudicativa comprenda, quando una superficie piana veduta da noi sia esposta rettamente, e in maestà alla nostra vista, o pure obbliquamente, e in iscorcio. E dicono, che noi conosciamo la positura essere in maestà, perchè essendo le parti estreme dell' oggetto egualmente dall' occhio lontane, cadendo il raggio perpendicolare della vista sopra 'l mezzo dell' oggetto, con simile, e eguale distinzione veggiamo le parti destre, e le sinistre, perchè di qua, e di là son punti egualmente lontani dall' occhio : ma quando 'l medesimo oggetto sarà esposto in obbliquo, cioè con un' estremità vicina, e l' altra remota dall' occhio, allora, non trovando egli pur due punti egualmente da se lontani, dal veder noi le parti vicine distintamente, e le più remote di mano in mano più confuse, giudica la nostra facultà distintiva quelle esserci vicine, e queste lontane; che è conoscere, che tale oggetto sia esposto all' occhio obbliquamente, e in iscorcio. Sì che quivi non viene altrimenti scritto, che un' oggetto diritto appaia mai torto, e la parola obbliquo, non significa curvo, come richiede 'l bisogno di Ticone, ma vale quel, che noi diciamo in iscorcio, e a scancìo. Se la conclusion di Ticone fusse pur vera, altri potrebbe più agevolmente scusarlo, dell' avere, in trascorrendo superficialmente que' luoghi, franteso 'l lor senso, e parutogli al suo proposito accommodato, ove che la manifesta falsità della conclusione doveva rendergli que' luoghi non pur sospetti, ma senz' altro processo dannati. Sono poi tante, e sì frequenti le sperienze, che ci mostrano la falsità di tal conclusione, che grandemente mi maraviglio potere alcuno, ancor che di mediocre senso, rimanere ingannato. Non veggiamo noi continuamente antenne, picche, strade, torri, campanili, e mill' altre cose diritte, le quali da nessuna veduta, quanto si voglia in iscorcio,

giammai curve non appariscono? anzi tanto è falso, ch' una cosa diritta possa ingannarci, e parerci inarcata, mentre una delle sue estremità c' è più dell' altra vicina, ch' allo 'ncontro meglio non ci possiamo noi accertar di sua dirittura, che co 'l porre una delle sue estremità quanto sia possibil vicina all' occhio, e l' altra più, che si possa lontana: e in cotal guisa i legnaiuoli, con una semplice occhiata, comprendono la dirittura d' un legno: E di più soggiungo tanto essere il discorso di Ticone diametralmente opposto al vero, che se mai può accadere, ch' una linea diritta paia piegata, ciò avverrà quando le sue estremità saranno in pari lontananza dall' occhio. E così V.G. una cortina di muraglia dirittissima ci potrà parere, che si vada a destra, e a sinistra inclinando, mentre noi staremo a dirimpetto al suo mezzo, dove ella apparirà più alta, e più larga, che verso l' estremità, per la qual cosa il suo termine superiore apparirà inclinarsi verso gli estremi. Della nullità dunque delle ragioni di Ticone siamo noi ben certi. Ora proporrò quel, che sopra di ciò mi sovviene, più per darvi occasione di scoprire quel che di buono, o di reo ci si contenga, che perchè io risolutamente mi reputi d' interamente soddisfare al dubbio.Dico dunque eessere assai manifesto, e comunemente ricevuto, l' ambiente, che circonda la terra essere non aria semplice, e pura, ma sino a certa altezza mescolata con fumi, e vapori grossi, da' quali ella vien resa notabilmente più densa, e corpulenta, che 'l rimanente dell' etere superiore, il quale poi sincero, e limpido per immensi spazi si spande. E perchè tali vaporia circondano un corpo di figura sferica, cioè il globo terrestre, essi

ancora si fanno a simil figura, sì che la loro superficie esteriore è sferica convessa. Onde un oggetto visivo, che si ritrovi fuori di tal region vaporosa, dovendo nel venire all' occhio nostro constituito sempre entro alla profondità di cota' vapori, passare per un secondo diafano denso, è forza che nella superficie di quello talvolta si rifranga, e di figura alterata si rappresenti:

il che acciò meglio s' intenda, doviamo prima ridurci a memoria una general proposizione da' Maestri di prospettiva insegnataci, cioè ch' ogni refrazione si fa nello stesso piano, il quale perpendicularmente sega la superficie del corpo diafano, che del rifrangersi è cagione , sì che il raggio incidente, che da un punto dell' oggetto casca sopra la superficie del corpo diafano, lo stesso punto della 'ncidenza, il raggio rifratto, è l' occhio sono sempre in un medesimo piano, il quale passa ancora per la perpendicolare, che sopra la superficie del diafano rifrangente dal punto dell' incidenza si eleva. Ora fatta questa supposizione, e intendendo noi di parlare d' un oggetto di figura lunga, e distesa in linea retta, qual' è la cometa, dico, che all' occhio posto dentro all' orbe vaporoso egli può in due maniere rappresentarsi, imperciocchè, o l' occhio è posto nel piano, che, passando per la lunghezza dell' oggetto, si distende anche per lo centro della sfera vaporosa, o vero è fuori di tal piano. Se l' occhio sarà in cotal piano egli vedrà l' oggetto, quanto è alla figura, in niuna parte alterato, perche segando egli la sfera per lo centro, viene ad esser sopra la di lei superficie perpendicolarmente eretto: e però le refrazioni di tutti i punti dell' oggetto nello stesso piano si producono: ond' egli diritto all' occhio si rappresenta; anzi che, se l' occhio, oltre all' essere in cotal piano, fosse ancora nel centro, comprenderebbe tutte le parti dell' oggetto senza niuna rifrazione, perchè di tutti i punti di esso, le linee incidenti sarebbono perpendicolari alla superficie del diafano, e perciò rifratte al centro, e all' occhio perverrebbono: ma quando l' occhio sarà fuori d' esso piano è impossibile, che l' oggetto gli apparisca piu diritto, perchè il piano, che passa per l' occhio, e per la lunghezza dell' oggetto, non passando per lo centro dell' orbe vaporoso, non sega più la superficie di quello perpendicolarmente : onde in cotal piano, non possono più farsi le rifrazioni de' raggi dependenti da' punti dell' oggetto: ne si faccendo elleno nel comun segamento di tal piano, e della superficie dell' orbe vaporoso, ma in altra linea, è forza, ch' ella inarcata all' occhio, si rappresenti: perchè delle linee segnate nella superficie d' una sfera niuna apparisce diritta, se non quella, che vien fatta dal segamento d' una superficie piana, che passi per l' occhio. Questo, di che, per quanto in questo luogo si poteva, vi ho assai evidente demostrazione arrecato, può anche da voi Accademici, per esperienza esser veduto, perchè se piglierete una lente di cristallo assai grande colma da una parte, e piana dall'altra, e tenendo il piano verso l' occhio, porrete incontro al colmo una linea retta, vedrete col mutare la positura dell'occhio, e dell' oggetto, l' opposta linea or diritta, e ora inarcata, e comprenderete essa diritta dimostrarsi qualvolta il piano per essa, e per l' occhio, immaginariamente prodotto, sega la lente ad angoli retti: ma quando tale immaginato piano la segherà molto obbliquamente, essa linea piegata si scorgerà. Ora nel caso nostro, avvegnachè l' occhio non sia altramente nel centro dell' orbe vaporoso, la cometa, che in se stessa è realmente diritta, tale non ci apparirà ella giammai, se non quando ella fusse distesa in un piano, che passasse per l'occhio nostro, e per lo centro de' vapori, ch' è in somma il medesimo, che l' essere in alcuno de' nostri cerchi verticali: ma quando ella gli taglierà, sempre la vedremo incurvata e più, e meno, secondo che ella più, o meno trasversalmente gli segherà. E però costituito alcuno de' suoi punti nel nostro Zenit, retta apparirà, imperocchè ella si distenderà necessariamente per un verticale, e se non molto dal Zenit s' allontanerà, insensibilmente s' incurverà, benchè tagliasse alcuni verticali. E questo avviene imperocchè ad alcun altro ella resta quasi che paralella, ma abbassandosi verso l' Orizzonte, e quasi a quello paralella, distendendosi più, e più sempre apparirà incurvata, le quali diversità massimamente accascano, perchè il piano, che passa per l'occhio, e per la lunghezza della cometa, quanto più ella è elevata dall'Orizzonte, tanto meno obbliquamente sega la superficie dell' orbe vaporoso, onde i raggi incidenti meno dal retto inclinando, con minor rifrazione si conducono all' occhio, ed in conseguenza meno alterano la retta figura dell' oggetto. E poichè virtuosi uditori, da quanto sin qui si è discorso, s' è, per mio credere agevolata non poco la strada a meglio filosofare intorno alle conclusioni da noi esaminate, di quello, che non s' è fatto da Ticone, e da' suoi aderenti; io non voglio restare ancora di porger loro la mano in aiuto a distrigarsi d' un altro forse maggior viluppo, nel quale ritrovandosi esso Ticone, strettamente ne chiede aiuto, se non da alcuno più valoroso, almeno da più fortunato matematico. Egli costantissimamente scrive, e pretende di dimostrar la chioma, o barba della sua cometa essere stata sempre direttamente opposta non al Sole, ma alla stella di Venere, e bench' egli abbia le relazioni di molti grandi Astronomi affermanti moltissime altre comete essere da loro state diligentemente osservate aver tutte la chioma opposta sempre al Sole, vuol più tosto mettere in dubbio le attestazioni di tutti, e creder che tutti possano essersi abbagliati, forse per non avere avuto strumenti di tanto prezzo, quanto i suoi, che dubitar di se solo, e delle osservazioni proprie: Dall' altro canto poi dovendo la cometa originariamente depender da Venere, gli pare alquanto duro, come il lume suo, che pure è piccolo, e di poca efficacia, possa aver fatta una tanta riflessione, o refrazione, e cotanto splendida, e per quanto da quest' altro accidente depende, non sarebbe renitente a farla prole dell' immenso lume del Sole, ma non penetra poi, come ella potesse declinare dalla diretta opposizion di quello. Ora, incominciando a sciorre il nodo; dico primieramente la cometa non esser in verun modo refrazion del lume di Venere, il quale, e per la piccolezza, e per la debolezza, non essendo altro, ch' un lume reflesso del Sole in piccolissimo corpicello, non può fare un' altra seconda così grande, e lucida, rifrazione. In oltre, se nella materia della cometa si rifrangeva il lume di Venere, perchè non anche nel medesimo tempo vi si faceva rifrazione di quel del Sole, formando un' altra cometa in grandezza, e lucidità all' altra di gran lunga superiore? Certo, che nessuno ostacolo veniva interposto tra la cometa, e 'l Sole, cha potesse impedire la 'ncidenza de' raggi suoi: e non si essendo fatto altro, ch' una sola cometa, è ben più credibile che sia mancata la dependente da Venere, che la prodotta dal Sole. E finalmente, chi volesse pur sostenere la cometa di Ticone esser fatta da Venere, bisogna per necessità, che ei dica tutte l'altre parimente dal medesimo fonte esser derivate, e vane, e fallaci essere state tutte le conghietture, e osservazioni di tutti gli altri autori, che l' hanno osservate, e riconosciute dal Sole: la ragione è assai manifesta, imperocchè se alcune nascessero dal Sole, e alcun' altre da Venere, le solari sicuramente dovrieno essere infinitamente più splendenti delle Veneree, cioè tanto più, quanto il Sole è più splendido di Venere: ma non si è veduta, ne sentita alcuna notabil differenza quanto è alla splendidezza tra cometa, e cometa, adunque se la Ticonica è prole di Venere, tutte l'altre ancora da Venere hanno avuta origine, il che poi io non credo ch' alcuno sia per credere, ne per credere, che avendo Venere, che pur sempre si trattiene intorno al Sole, mille volte incontrato materia disposta a rifrangere il lume suo, e formarne comete, il Sole giammai non abbia avuta una tale occasione: ma crederò bene, che rifrangendosi i raggi del Sole, formino le comete, alla cui formazione restino que' di Venere, e d' ogni altra stella di grandissima lunga impotenti. Sciolto questo vengo all' altro capo, e dico tener per fermo, che Ticone si sia ingannato nel credere, e affermativamente replicar mille volte, che la chioma della sua cometa fosse dirittamente opposta a Venere, e non al Sole, ed ha lo 'nganno suo avuto origine dal non gliele avere addirizzata a ragione, e parmi ch' egli troppo d'autorità, e d'arbitrio riduca la curvità di essa chioma alla dirittura d'una linea retta, che si produce dal mezzo dell'estremità de'capelli per lo centro del capo, potendo ella ridursi alla dirittura d'infinite altre linee rette verso altre, ed altre parti prodotte, avvegna chè in tante guise si possa ridurre a dirittezza una linea incurvata, in quante, mentre fu retta, si potette piegare. Ora d'una linea retta si può lasciar nel suo stato uno de suoi estremi termini, e incurvar tutto 'l resto, e così si piega la pertica di quegli, che lavorano a tornio. Si può anche lasciare immobile il punto di mezzo, ed inclinare il resto all'una, e all'altra mano, e così si piega un arco: e finalmente si può fissare qualsivoglia punto di essa linea e piegar tutte l' altre parti di quà, e di là. Così all'incontro nel raddirizzarla possiamo ritener qualsivoglia suo punto immobile, movendo tutti gli altri verso la dirittezza: ch'è il medesimo in somma, come se noi dicessimo, che una linea si può ridurre alla dirittura, di tutte le rette linee tangenti l'arco in qualunque suo punto, le quali sono infinite, e verso infiniti luoghi riguardano. Se Ticone havesse fatta questa considerazione, e l'avesse poi accoppiata con l'altre cose, cheegli scrive, veramente, che trovava la chioma della sua cometa esser opposta rettamente al Sole, e non a Venere. Concio sia cosa che egli primieramente dice, che la sua curvità è solo apparente, e non reale, e ch'è una illusione della vista, per essere un'estremità della cometa vicina all'occhio, e l'altre parti più, e più lontane, dal che depende l'apparir curva. Dice poi, che quando la cometa derivasse dal Sole, il capo d'essa sarebbe lontano, e l'estremità della chioma vicina all' occhio del riguardante, tal che procedendo lo 'ncurvamento, secondo che le parti della chioma più, e più s'allontanano dall'occhio, esso incurvamento si viene a fare restando nel suo vero essere l' estremità verso l'occhio, e inclinandosi conseguentemente tutti gli altri punti della sua lunghezza; e però nel ridirizzarla bisogna ridurla alla tangente dell' arco, nel termine verso l'occhio. Ora prendiamo la medesima figura posta da Ticone, e tiriamo questa tangente, che la troverremo andar giusto a ferir nel centro del Sole. Questa conclusion vera poteva Ticone dedurre dal suo principio, benchè falso in quello, ch'appartiene alla cagion dell'apparir la chioma inarcata, come di sopra si è dichiarato: ma perchè l'effetto, cioè l'apparire incurvata è vero, e vero è ancora, che la curvatura si può ridurre a varie linee rette tangenti, non dovrà appresso di noi rimaner dubbio alcuno, che tra queste vi è anche quella, che va a ferire il Sole, la qual poi è la vera direttrice della curvità. E finalmente, avvegnachè non tutte le comete sempre si mostrino inarcate, anzi che la medesima è talvolta diritta, e talora piegata, secondo ch'ell'è molto, o poco elevata sopra l'orizzonte, e più, o meno volta verso il nostro vertice, come di questa ultima è accaduto, poteva Ticone consigliarsi con le dirette, che sicuramente l'avrebbe trovate che elle riguardano il Sole. Questo è, gentilissimi Accademici, quanto io, in suggetto così controverso, e dubbioso, francheggiato anche dell'altrui fatiche, ho saputo arrecarvi. Conosco, che avanti a questa dottissima corona d' auditori, non conghietture, ma si bene saldissimi discorsi, e finissimi componimenti si suole, e debbe portare, ma non avendo io per ora cosa maggiore, ho amato meglio quanto io ho appresentarvi, che con le man vote comparire al vostro cospetto: perchè in materia di scienze, e d'ingegno io non approvo, ne seguo il parere di Euripide.

Povero essendo a te ricco non voglio Donare acciò 'l dator tu non derida, Ne creda, che nel dare io t' addimandi.

Dall'esser da voi derisi questi miei poveri doni n'assicura la benignità vostra; confesso bene di pretendere di agumentar con essi infinitamente il mio poco avere, non avendo ad altro fine oggi queste dubitazioni postevi innanzi, se non acciò elle ne' vostri elevati, e purgatissimi intelletti, quasi seme in ben fondato, e fecondo terreno apprendendosi, vi acquistino virtù, e germoglino al mondo certissime dimostrazioni, onde vegniamo in piena cognizion di quel vero,

Che puote disnebbiar nostro intelletto.

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Mario Guiducci's Discorso delle comete (1619): A Basic TEI Edition Galileo’s Library Digitization Project Ingrid Horton OCR cleaning Bram Hollis XML creation the TEI Archiving, Publishing, and Access Service (TAPAS)
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Based on the e-rara.ch copy at ETH Bibliothek Zürich. Discorso delle Comete di Mario Guiducci fatto da lui nell'Accademia Fiorentina nel suo medesimo Consolato. In Firenze Nella Stamperia di Pietro Cecconcelli, Alle Stelle Medicee. 1619. Con licenzia de' superiori. Guiducci, Mario; Galilei, Galileo Florence Cecconcelli, Pietro 1619.

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Discorso delle comete DI MARIO GVIDVCCI FATTO DA LUI NELL' ACCADEMIA FIORENTINA NEL SUO MEDESIMO CONSOLATO. lb/>IN FIRENZE Nella Stamperia di Pietro Cecconcelli, Alle Stelle Medicee.1619. CON LICENZIA DE' SVPERIORI AL SERENISSIMO LEOPOLDO ARCIDUCA D' AUSTRIA.

Io ho preso animo di dedicare a V. A. S. questo mio breve discorso delle comete, assicurato primieramente dal trovare appo di lei ne' riposi de' suoi reali affari luogo non vile il favor delle lettere, e in particolare la speculazion delle cose del Cielo, come oggetto più d' ogni altro proporzionato all' altezza della sua Mente, maggiore dello 'mperio, per cui l' augusta sua Casa domina così gran parte del Mondo. Oltre a questo mi hanno reso ardito l' eccessive significazioni d' affetto, che ella passando di Firenze si degnò di mostrare inverso'l Signor Galileo Galilei, Matematico, e Filosofo di questa Serenissima Altezza; poichè non essendo altro il principal fondamento di questi miei scritti, se non l' opinioni ch' egli ha tenuto delle comete; non ho dubitato punto di poterle comparire avanti con questa piccola offerta, come cosa, nella quale ha si gran parte quello ingegno sovrano cotanto stimato da lei. Finalmente più d' ogni altro mi ha fatto risolvere il desiderio di V.A. dimostrato con sue benignissime lettere al medesimo Galilei d' intendere l' opinion sua intorno questa materia. Per le quali tutte cagioni ho sperato dalla benignità sua non solo aggradimento, ma protezione. Supplico dunque l' A. V. a soddisfare alle mie speranze, e riconoscere in me la divozion dovuta da tutto 'l Mondo all' eroica sua virtù, ma particolarmente da noi, i quali ci gloriamo d' esser sudditi, e vassalli della Serenissima Arciduchessa GranDuchessa di Toscana degna sorella di V. A. la quale, come feconda pianta in questo nostro terreno traslata, ha così felicemente que' frutti prodotti, ne' quali, come che non maturi, si riconoscono però i pregi della real stirpe Austriaca: la quale insieme con la Serenissima Persona di V. A. il Datore d' ogni bene per singulare interesse della Cristianità, segua di prosperare, si come nel prego con tutto l' animo, col quale a V. A. fo umilissima riverenza.

Di Firenze, il dì 8. di Giugno 1619. Di V. A. Serenissima Umilissimo, e divotissimo servo Mario Guiducci. DISCORSO SOPRA LA COMETA.

Quantunque, Valorosi Accademici, la maravigliosa fabbrica di questa universal macchina del mondo sia esposta a gl' occhi di chiunque la vuol' riguardare, ne niuno ci abbia, che da così ammirabile spettacolo sia discacciato, ci ha nondimeno una parte, la quale essendo più veneranda dell' altre, non ammette dentro se qualsivoglia, ma solamente si può da coloro penetrare, i quali sono à una molto subblime dignità innalzati. Questo luogo così eccelso è la ragione, con la quale tutta questa artifiziosissima mole si governa, alla cui contemplazione solamente gl' iniziati nella filosofia vengono introdotti. Ma ne ancor' essi, quanto loro aggrada, possono gl' occhi per ciascuna sua parte affisare, avvenga che sia tanto grande lo splendore, che da tutti i lati vi si diffonde; e così folta la caligine, che riempie la detta parte, ch' e' vi si confonda l' animo, e tanto, ò quanto ogni sua potenza vi si smarrisca. Onde essendo molto limitata la licenza d' estrarre da così ricco sacrario alcuna gioia di qualche notizia, quelli che qualcheduna ce ne hanno arrecato, deono, come fortunati, e dispensatori magnifici, esser tenuti in grande stima : sì come deono essere ancora scusati, se la scarsità del tempo, che è loro stato permesso di dimorare in tal luogo, non ha loro lasciato, quanto bisognava, scerre le cose migliori dalle peggiori, sì che talora, in vece della ragion d' un' effetto, che avevamo loro domandata, non ce ne abbiano portata un' altra. Ma, sì come eglino largamente meritano scusa, così non dobbiamo essere incolpati noi, se cotali ragioni diligentemente esaminando, tutte ugualmente non approviamo. Imperciocchè non è la mano, la quale le porge, che le ci renda pregiate, ma il peso, il colore, e tutte l' altre condizioni, per cui l' oro della verità si separa dall' alchimia, dalla mondiglia, e da tutte l' altre imposture. Ora quanto le nuove, o di rado veduto cose, svegghiano ne' nostri animi maraviglia maggiore, che le comunali, e consuete, tanto ad' apprenderne le cagioni debbono il nostro desiderio infiammare, e per conseguenza, intorno à quelle, che da altri son recate, o che alla nostra mente sovvengono fare il sopraddetto cimento. Onde essendo a' mesi passati un nuovo splendore in Cielo apparito, sì come è stato degno motivo della vostra maraviglia, così sarà al presente non indegno oggetto della vostra investigazione. Per la qual cosa proponendo quello, che in somiglianti accidenti di Comete hanno profferito gli antichi Filosofi, e moderni Astronomi, e le loro opinioni diligentemente esaminando, vedrete se elle lo' ntelletto vi appagano. Appresso vi porterò quanto io non affermativamente,ma solo probabilmente, e dubitativamente stimo in materia così oscura, e dubbia potersi dire : dove vi proporrò quelle conghietture, che nell' animo del vostro Accademico Galilei anno trovato luogo, le quali, traendo origine da quel nobile, e sublime ingegno, che, mediante il ritrovamento di tante meraviglie nel Cielo, ha non meno il presente secolo, che questa sua Patria illustrato; non dubito, che non vi debbano al pari delle altrui conclusioni esser graziose, e care. Così fosse conceduto à me di saperlevi vivamente spiegare, che io non pregerei meno la lode di essere stato buon copiatore, di quella, che hanno voluto usurparsi coloro, che d' altre sue opinioni si son voluti fare inventori, e fingersi Apelli, quando co' mal coloriti, e peggio lineati disegni loro, hanno dato a divedere, che e' non pareggiano nella pittura, ne anche i maestri di mezzano valore.

Dico dunque che l' opinioni più celebri degli' antichi sono verisimilmente, oltre à quella d' Aristotile, le tre riferite da lui, d' Anassagora, e di Democrito, d' alcuni Pitagorici, o Stoici, e d' Ipocrate Chio, e d' Eschilo pur anch' essi Pitagorici.

Fu parer d' Anassagora, e di Democrito, che le Comete fussero un gruppo di più Stelle erranti, le quali unissero insieme il lor lume, confermando ciò l' essersi nel loro disfacimento osservato alcune stelle apparire.

Altri dissero la Cometa essere una stella, per così dire, coeva all' altre, anch' ella con suo periodo, e moto ordinato, e che il suo comparire, e ascondersi dependesse dal sommamente avvicinarsi, e dall' allontanarsi da noi, nella stessa guisa, che Marte, per la medesima cagione, ci appare nella sua maggior grandezza, e quindi tanto si sminuisce, che perdendosi di vista, ha dato talora occasion di favoleggiare di suo esilio dalla celeste regione.

Ipocrate Chio, ed Eschilo, amendue Pitagorici, stimarono, che avvicinandosi alla Terra una tal particolare Stella, ne attraesse vapore, e umidità, dove rifrangendosi il nostro vedere al Sole, ci facesse apparir quella Chioma.

Oppone Aristotile contro Anassagora, e Democrito, che non alcuna volta, ma sempre, bisognerebbe nel dissolversi le Comete, vederle dividere in istelle, il che però non accade. Di più, non solo ne' congressi de' Pianeti tra di loro, ma nelle congiunzioni de' medesimi con le Stelle fisse (che pure, come dice egli, secondo gli Egizzii si fanno) dovrebbero delle Comete apparire: e nondimeno aver' egli ben due volte osservato Giove con una Stella del segno di Gemini, unito sì fattamente, ch' e' l' occultava, ne però esserne seguito Cometa. In oltre essere manifesta la ragione, con la quale al tutto si toglie anche la probabilità di si fatta sentenza: imperciocchè, dic' egli, le Stelle, quantnuque appariscano di varia, e differente grandezza, appariscono nondimeno indivisibili: Or, chi non vede, che sì come ponendo gran numero di indivisibili insieme, non ne verrebbe grandezza niuna, così per l' appunto avvicinandosi fra di loro molti corpi, che paiono indivisibili, non parrà, che facciano corpo, ò estensione maggiore che d' un solo ?

A questi Argomenti si può rispondere per Anassagora, e per Democrito. Primieramente non sempre esser la Cometa di Stelle così grandi composta, che mentre son disunite, ci sieno da per loro apparenti, e visibili. Di più essendo per così grande spazio le Stelle fisse superiori all' Erranti, non esser forse possibile, che nel loro congiugnimento uniscano di maniera i lor raggi, che un continuato, e luminoso tratto ne rappresentino. In oltre la ragione addotta per cotanto chiara, e manifesta esser così a se stessa repugnante, e contraria, che a guisa di Penelope, disfacendo di mano in mano da un capo della tela, quanto ordisce dall' altro, abbatte nel fine della proposizione ciò, che s'afferma, e stabilisce nel suo principio. La prima parte dell' Entimema racchiude due notabili contradizioni: perchè non solamente l' apparire di differente grandezza toglie l' apparire indivisibile, ma il solo apparire adopra il medesimo, non si potendo quel ch' è indivisibile in veruna maniera vedere. Ma posto, che si fatta proposizione fusse vera, falsa è nondimeno la Conclusione, imperciocchè dal non prodursi realmente quantità da molti indivisibili uniti insieme, non è lecito inferire, che 'l medesimo parimente avvenga nell' apparenza, quando gran moltitudine di corpi apparentemente, non realmente indivisibili insieme si accozzano, e fanno contigui. Perchè l' apparire indivisibile altro per avventura non è, ch' essere invisibile, e non apparire: onde se in una distanza di mille braccia un granello di grano non è al nostr' occhio visibile, potremo chiamarlo apparentemente indivisibile: E pure è manifesto, che ammassandone molti, e molti, si faranno visibili, e si mostrerranno in gran mole. Mà non ci partiam da nostra materia. La Via Lattea è cotanto alla Cometa rassomigliante, che Aristotile ha creduto, e scritto, essergli, per modo di dire, Sorella, e d' una medesima esalazion generata. Questa nondimeno, come dal nostro Accademico n' è stato fatto chiaramente vedere, è composta, e formata di piccolissime Stelle, ciascuna da per se al nostr' occhio invisibile, e pure occupa ella così grande spazio del Cielo. Onde si potrebbe per Anassagora, e Democrito ritorcere l' argomento in questa guisa contra 'l Filosofo. La Via Lattea è così alla Cometa di colore, e di lume rassomigliante, ch' ella, è per tuo detto della stessa materia, ma ella è un aggregato di minutissime Stelle, la Cometa dunque è conforme al tuo discorso composta di molte stelle. Non però essendo false l' opinioni d' Aristotile, è vera la da lui vanamente oppugnata sentenza. Perciocchè; come dice Seneca, vedendo noi spesse volte avvenire congiunzion di Pianeti, non veggiamo tuttavia Comete, come dovrebbe accadere, s' elle in tal maniera si producessero, ne elle tanto tempo durerebbono, anzi svanirieno in un tratto, per la velocità del corso di quelle stelle, onde fussero cagionate, che però brevissimi sono gli eclissi, perchè la medesima celerità, ch' avvicina, e congiugne, discosta parimente, e disunisce le stelle.

Ne più francamente vien dal medesimo Aristotile impugnata la seconda opinione, altro non le portando in contrario, se non che, dovendo necessariamente, e per lor natura tutte le stelle erranti far le loro revoluzioni sotto 'l Zodiaco, dovrebbero anche le Comete, essendo di lor brigata, apparir sotto 'l medesimo cerchio, e pure essersene molte volte vedute, che si raggiravano fuor di quello. Contra di ciò esclama, e ragionevolmente, Seneca. Chi ha posto questi confini alle stelle? Chi racchiude entro a termini cotanto angusti l' opere, e le meraviglie divine? Ma lasciamo l' esclamazioni.

Che la Cometa non sia tra le Stelle erranti, la quale ci si faccia visibile in quella maniera, che alcun Pianeta ci si rappresenta or piccolo, or grande, si può, per mio avviso, molto chiaramente dedurre dalla diversità, che si scorge fra l' aggrandirsi, e diminuirsi di questi, ed il comparire, e sparir di quella. Imperciocchè i pianeti avvicinandosi, a poco a poco si fanno maggiori, sin' a che fatti vicinissimi, ci appariscono nella maggior grandezza : quindi, pian piano allontanandosi, si diminuiscono, e con quella stessa uniformità, mantenuta nell' aggrandirsi, si veggono aggiustatamente rappiccolire. Ma la Cometa, è grande nel suo primo apparire, e indi a poco, ò nulla, e per brevissimo tempo ricresce, diminuendosi poi in tutto' l resto del tempo, sin' a che, fatta piccolissima, per la sua tenuità, del tutto si perde; argomento necessario, che non per circolare rivoluzione da altissima parte, ov' ella per gran distanza ci fosse invisibile, discendendo, ci s' avvicina. In oltre esaminando la lunghezza del suo occultarsi, e la brevità del farsi palese, ed insieme insieme lo spazio trapassato in questo breve tempo del nostro Emisfero, converrà assegnarle un Epiciclo incomparabilmente maggiore di qualsivoglia orbe vastissimo dell' altre stelle vaganti. Imperciocchè, se pure dopo alcun determinato tempo fa ritorno la medesima Cometa, niun' altra anteriore a questa nostra può essere stata la medesima, che quella del 1577. perche questa sola in grandezza, e durzione gli è stata simile : e se tanti anni ci vogliono per compiere, una sua rivoluzione, in quaranta giorni, ch' ella è stata da noi veduta, non può aver trapassato uno intero grado del suo cerchio, e pure, col suo apparente moto, ha passato più d' una quarta del Cerchio massimo della celeste sfera. Or quanti Mondi, e Universi bisognerà assegnarle per ispazio capace dello 'ntero suo rivolgimento, quando una delle quattrocento parti dell' orbe suo, ingombra mezzo il nostro Mondo? Senza che non si potrebbe mai trovar modo di salvar le gran mutazioni, ch' ella fa nella sua grandezza, mentre c' è visibile, per sì piccolo arco del cerchio suo, il quale à noi sarebbe come una linea retta, e paralella al nostro orizzonte. E se per ischivar tanto assurdo altri volesse dire, ch' ella dell' orbe suo, dentro a questi giorni, ha trapassati tanti gradi, quanti bastano per far l' apparente sua mutazione, rispetto al firmamento, incorrerà nell'altro inconveniente, che sarebbe, che 'l suo ritorno dovesse esser dopo pochi mesi, il che non segue.

Le medesime armi adoperate contro i Secondi volta Aristotile contro la terza schiera condotta da Eschilo, e Ipocrate Chio, cioè, che le Comete non dovrebbero far lor corso fuor del Zodiaco, le quali essendo state rintuzzate da Seneca non fanno colpo. Ma sento levarmisi contro un Filosofo, e traendo fuori un acuto Sillogismo della peripatetica faretra, lo scocca verso i Pitagorici, non volendo patire ch' essi se ne vadino così senza battaglia. Se la Cometa, dic' egli, fusse refrazione, ella per certo non si dovrebbe in uno Specchio, o nell' acqua, cioè per mezzo d' un altra o refrazione, o reflessione vedere; ma ella pure è negli specchi, e nel nostro fiume d' Arno con la stessa luce, che in Cielo, si rimirava: adunque non è refrazione.

Da questo sottilissimo sillogismo, riposto quasi in guato dietro alla Cometa nel trattato della Via Lattea, confesso non avere schermo, o con che coprire, e difendere i miseri, ed infelici Pitagorici. Però umilmente rimettendosi alla mercè, e clemenza d' Aristotile, liberamente confessano, che le loro Comete essendo refrazioni non dovrieno specchiarsi, ma elle il fanno con l' esemplo dell' Iride, e di quel cerchio, ch' è tal volta intorno alla Luna, o al Sole, detto Alone, delle verghe, e de' parelii, i quali essendo per detto del medesimo Aristotile anch' essi refrazioni, o reflessioni, con tutto ciò lo specchiarsi è comportato, e permesso loro.

Ma è tempo, che sentiamo l' opinion d' Aristotile, e che con qualche diligenza esaminandola, veggiamo s' ella sia appoggiata a più probabili conghietture, o pure s' ella non meno titubi di quell' altre, ch' e' pretende di confutare. Egli suppone la parte del Mondo elementare contigua alla Region celeste, essere una esalazion calda, e secca, la quale, insieme con gran parte dell' aria sottopostale, venga dal movimento del Cielo traportata intorno alla Terra. Dal qual moto accade talvolta, che essendo cotal vapore ben temperato, s' accenda, e allora si fanno le stelle, che noi chiamiam discorrenti. Ma quando in questa suprema region dell' aria, s' adunerà, e condenserà una materia atta ad incendersi, e dal moto de corpi superiori, le sopragiugnerà un principio di fuoco, in guisa temperato, ch' e' non sia tanto vemente ch' e' l' abbruci, e consumi in un subito, nè tanto debole, che da quella s' estingua, e che insieme insieme da' luoghi bassi, ascenda un' alito ben temperato per fomite, e nutrimento, allora, accendendosi, si fa la cometa di questa, o di quella figura, secondo ch' ella dalla materia ardente vien figurata. Segue poi di porre alcune differenze tra esse comete, facendo loro intorno alcune considerazioni, le quali io non reputo esser necessario proporre, perchè quando, com' io spero, si sia dimostrata vana, e favolosa la presupposta loro generazione, ed essenza, non accaderà perder tempo in riprovare quelle conseguenze, che dependono solamente da cose finte. Dico dunque, che 'l discorso d' Aristotile è, s' io non erro, tutto pien di supposizioni, se non manifestamente false, almeno molto bisognose di prova : e pure quel, che si suppone nelle scienze, doverrebbe esser manifestissimo. E prima, che l' esalazione calda, e secca terminata dentro al concavo della Luna, insieme con gran parte dell' aria a quella contigua, dato che di tali sustanze sia questo spazio ripieno, che pure è molto dubbio, sia portata in giro dalla revoluzion celeste, credo che non sia agevolmente per essere ammesso. imperocchè dovendosi alle celesti spere assegnare una perfettissima figura, e di piu essendo l' esalazione di sustanza tenue, e leggieri, non inclinata per sua natura ad altro moto, ch' al retto, ella sicuramente non sarà rapita dal semplice toccamento della tersa, e liscia superficie del suo continente, che così ne dimostra l' esperienza. Imperocchè se noi faremo con qual si voglia velocità andar intorno al suo centro un vaso concavo, rotondo, di superficie ben liscia, l' aria contenutavi dentro, resterà tuttavia nella sua quiete, come chiaramente ci mosterrà la piccolissima fiammella d' una candeletta accesa, abbassata dentro alla concavità del vaso, la quale non solamente non verrà spenta, ma ne anche piegata dall' aria contigua alla superficie di esso vaso. E pure quando l' aria con tanta velocità si movesse, dovrebbe qualunque maggior lume restarne estinto. E se l' aria non participa di tal moto, meno lo riceverà altro corpo di lei più leggieri, e sottile. Ora se posto il rivolgimento degli orbi celesti, non però ne seguita la circulazione dell' esalazion contenuta, qual resterà ella negandosi anche tal rivolgimento? Ed è veramente mestiero rimuoverlo in tutto, ed assegnarlo solamente a' nudi, e semplici corpi delle stelle, per non incorrer ne gli inconvenienti, e contradizioni per li nuovi scoprimenti, e osservazioni già manifeste. Ma posto ancora il movimento de gli orbi celesti, e 'l rapimento de supremi elementi, io non veggo però, come da tale agitazione si possa produr calore, e accendimento, più tosto, che freddo, e spegnimento di fuoco. Ne vorrei, che noi insieme con Aristotile, ci lasciassimo indurre in questo concetto, che 'l moto habbia facultà d' eccitar calore, perchè tal proposizione è falsa. Ben' è vero, che una gagliarda compressione, e confricazione di corpi duri è atta, e bastante ad eccitar calore, e anche incendio, benche ella sia fatta con movimento tardissimo. E così le girelle delle taglie insieme co' canapi s' abbrucerebbono, mentre nell' alzare grandissimi pesi, ancorche con moto tardissimo, si soffregano, se col bagnarle non fossero rinfrescate. E se noi con somma velocità faremo andare intorno una grandissima ruota di legno, ò d' altra materia, ella non si scalderà punto, nè nella sua massima circonferenza, dove il moto è velocissimo, ne in altra sua parte, ma bene s' ecciterà gran calore nel suo asse, nello stropicciarsi co' suoi sostegni, benchè egli sia molto sottile, e però di moto tardissimo, sopra ogn' altra parte di essa ruota. Ed i fabbri, comprimendo con grave martello un ferro, in pochi colpi il riscaldan sì, che ne traggono il fuoco. La compressione, e confricazione de corpi solidi, e duri, non è senza moto, ben sono molti moti senza di lei. E perchè dalla compressione, quantunque lentissima, ne veggiamo eccitar calore, ma non già dal moto, senza fregagione di corpi duri, benchè veloce, perciò l' effetto dello scaldare dal fregamento, si de' riconoscere, e non dal moto, ancorche Aristotile, avendo più la mira alla falsa immaginazion conceputa, ch' alla sensata esperienza, abbia creduto, e scritto, che 'l ferro della freccia, tirata con gran velocità, s' infocasse. Ma io credo tutto 'l contrario, e dico, che tirandosi una freccia col ferro molto ben caldo, egli molto più tosto nella somma velocità si raffredderebbe, che tenendolo fermo. Altri, dal medesimo error persuasi, hanno creduto, ch' una selva, si fusse per un furiosissimo vento abbruciata. Altri hanno pensato, che in mezzo al mar tempestoso si sieno, per la straordinaria velocità dell' acque, e de' venti accese le travi. Ma io crederrò più tosto, che le stoppe, e le tavole della nave, si possano essere accese, comprimendosi, e soffregandosi nel tormento della procella, del quale le scosse, ed i suoi stridori ne fanno fede. E che in un bosco folto d' alberi, possano alcuni di loro, crollati, e scossi dalla furia del vento, essersi insieme tanto gagliardamente arrotati, che ne sieno state suscitate le fiamme. E l' accendere il fuoco, con lo stropicciare due legni, è cosa nota, e usitata in America. E quanto alla freccia ho gran sospetto, che se pure Aristotile s' indusse mai a tal prova, facesse da gagliardo arciere con fortissimo arco saettare in una grossa tavola, e che pigliando di subito la freccia, e trovatala con la punta calda, si persuadesse nella velocità del moto, essersi ella di tal maniera riscaldata per aria, e non gli venisse altramente in fantasia, che quel ferro si fosse riscaldato nella violentissima confricazione con la tavola nel passarla. Sperienza, che nel succhiello tutto 'l giorno si vede, il quale, benchè lentamente si muova, si scalda molto, nel forare che che si sia. Che dunque un semplice agitazione fatta in acqua, ò in aria, ò in altro corpo tenue, e cedente, possa eccitar calore, ed incendio, io nol credo, perchè nol veggo, anzi veggo tutto 'l contrario. E se 'l luogo, e 'l tempo mi permettessero, di poter quanto fare' di mestiero, esplicar il mio concetto, ardirei quasi di dire, che dal moto, come semplice moto, non può nel corpo mobile esser prodotto nè caldo, ne freddo, nè altra qualsisia alterazione, fuor che la mutazion di luogo, più che s' egli, del tutto immobile se ne restasse. Perchè un moto, che comunemente convenga al tutto con tutte le sue parti, per quanto ad esso, e à quelle s' aspetta, è come se non fusse, nè differisce dalla real quiete, poiche, niuna mutazione tra esse parti ne conseguita: e dove nulla si muta, niuna novità si produce. Ma quando al moto, ò alla compressione, ne seguita l' arrotamento della superficie del corpo mobile con altro corpo solido, ò lo stropicciamento delle interne parti tra di loro, allora ne segue il calore. E notisi di più, non di qualsivoglino corpi solidi la confricazione produr calore, ma solamente di quelli, che nel fregarsi insieme, amenduni, ò almeno uno, si consuma, e per così dire si polverizza ; che, se, o per essere i corpi sommamente duri, o per esser di superficie terse, e lisce, accadrà, che nello stropicciarsi insieme nulla di loro si stacchi, e consumi, vana sarà ogni fatica per riscaldargli. E però due pezzi di vetro ben lisci, o due pezzi d' acciaio temperati a tutta tempera, giammai, per istropicciarsi insieme non si riscalderanno. E se, con una lima di tempera crudissima, si limerà un ferro tenero, questo s' infocherà, e la lima a pena si scalderà, e questo anche, non per calore in se stessa eccitato, ma dal toccamento del ferro già riscaldato. I diamanti tenuti per molt' ore, aggravati sopra ruote d' acciaio, velocissimamente girate, non si scaldano oltre la tepidezza, perchè di loro, come durissimi, pochissimo si consuma. Il corpo dunque, che ha da render calore, bisogna che si vada dissolvendo in sottilissime parti, le quali movendosi penetrano per li meati della nostra carne, e nel passar per essa, secondo, che saranno pochi, ò molti, tardi, o veloci, produrranno, col lor toccamento, in noi un certo grato diletico, che noi poi chiamiamo caldo soave, overo una violenta dissoluzion di parti con molto nostro dolore, la quale scottamento, o abbruciamento vien detta. Ma che più? qual materia si vedrà mai produr calore, se non quando ella si va consumando, e in sottilissime parti dissolvendo? I legni, la cera, gl' oli, e in somma ogni materia, scaldando si consuma, e s' abbrucia. Ma tornando al proposito di che si tratta, non ci ha forse maggior conghiettura di tal sublime accendimento, che 'l supporre, che le comete sieno incendi, e che elle s' accendano nella suprema region dell' aria, che è poi un soppor quello, che s' ha da provare. In oltre, se di quella esalazion calda, e secca, insieme con l' aria contigua, talvolta se ne riduce parte à tal temperamento, e disposizione, ond' ella possa infiammarsi per agitazion contribuitale dal moto superiore, gran maraviglia è, che in tanti secoli ella non sia una volta venuta a sì fatta temperie, che tutta s' abbruci, o almeno quella parte, che è fra i tropici, ove per la maggior velocità del moto, ed efficacia del Sole, pare dovess' esser maggior calore, che verso i poli, ne qua' luoghi nondimeno stelle discorrenti si veggono, che sono, per Aristotile dalle medesime, ò simili infiammagioni prodotte. Dal supporsi poi per lo medesimo Filosofo, che quel principio di fuoco, il qual venendo dal moto celeste, accende la materia della Cometa, sia un fuoco così temperato, che non abbruci velocemente, ne anche così lento, che tosto

si smorzi, ma tale, che possa mantenersi per molti giorni, e per molti mesi: parmi, ch' egli abbia opinione, che 'l durar breve, o lungo tempo l' abbruciamento, dependa in gran parte dalla qualità del fuoco, col quale si da principio allo 'ncendio. Cosa, a mio giudizio, molto lontana dal vero, quasi il fuoco, ch' abbrucia una materia combustibile, sia cosa esterna, e diversa da quello, in che essa materia va risolvendosi. Sì che, secondo la qualità de fuochi, che saranno, per esemplo, appiccati a un fascio di legne, a una candela, a una quantità di polvere d' artiglieria, possa avvenire, che le legne, in un' ora, in quattro, in venti s' abbrucino, la candela parimente, e la polvere, accese con fuoco lento, possan per molt' ore, e molti giorni durare. Io ho sempre creduto, che tal duramento, solo dependa dalla materia, che arde, non dalla materia del fuoco; con cui le si da principio. E son sicuro, ch'un pagliaio acceso con qualsivoglia debolissimo fuoco, non durerà mai ad ardere tanto tempo, quant' una catasta di legne di quercia accese con la fiamma d' un' archibuso. Io so benissimo, ch' un fulmine, e anche un petardo abbrucerà quasi in uno stante una tavola, e ch' un pezzo di legno gettato in una fornace, sarà abbruciato più tosto, che sopra un fuoco di poca paglia ; ma chi volesse con simili esperienze, e discorsi difendere Aristotile, non direbbe cosa a proposito. Prima perchè quì si tratta solamente d' un principio di fuoco, che sia come occasione a una gran quantità di materia combustibile, per cominciar ad ardere, e non di un fuoco amplo, e grande, ch' abbracci, e circondi una piccola quantità di materia. Secondariamente per detto del Filosofo, questo, che dee accender la Cometa, non è altro che 'l movimento, e agitazione della sua materia, dependente dal moto celeste, sì che la qualità del fuoco non è d' altra sorta, che di quella, della quale essa materia è per se stessa capace. E finalmente, quando pure alcuno dicesse, che 'l fuoco della cometa accesa, dependa da altro fuoco anteriore, conciosiacosa che 'l primo, derivante dal moto celeste è quello, che si eccita nell' esalazione calda, e secca, la quale sta continuamente sotto il concavo della Luna. Ma quel della cometa è da questo acceso in altro alito più condensato, e ben temperato, che di nuovo in quella regione sormonta. Quando, dico altri apportasse un tal refugio pure si troverebbe egli più, che mai inviluppato: perchè quel primo fuoco saria poi tutto il contrario, di quel che richiede il bisogno d' Aristotile, perchè e' non è di que' lenti, e di lunga durata, essendo quello, che fa le stelle discorrenti, che sono incendi momentanei. Onde la cometa da tal qualità di fuoco accesa, dovrebbe ben tosto consumarsi, e finire. Aggiungasi, che vedendo noi questi, che senza contradizione son veri fuochi, come lampi, fulmini, e alcune fiamme discorrenti, e che parimente siam certi, farsi vicinissimi a Terra, esser momentanei, ò di pochissima durata, non è punto probabile, ch' esalazioni, le quali tantot più in alto si elevano, e che però deono più sottili, e leggieri stimarsi, abbiano poscia a durare ad ardere mesi, e mesi con proporzione così disforme, che sarà centomila volte maggior di quella. Il dire, che dalle parte inferiori sia continuamente somministrato nutrimento con simili aliti ascendenti, per un punto solo, che si metta al riducimento di questa veste, parmi, che se le faccia due, ò tre altri grandi sdruciti. Perchè, essendo il nutrimento, e l' altra materia della cometa tutta una cosa medesima, tenue, e combustibile: non so intendere, come appreso, ch' ell' avesse il fuoco, non dovesse subito tutta abbruciarsi. Di più quell' alito, ch' ascende a fomentar questo fuoco, non crederrò, ch' alcun dica, da tutta la superficie del globo terrestre partirsi, ma bene, da alcuna region terminata, perchè quando altro non fosse, dalla superficie del mare non si parte gli sicuramente, non derivando di quivi esalazioni, come con esperienza potrei mostrare. Ora dato per esemplo, che da tutta l' Affrica sormonti alito a pascer la cometa, consideriamo, ch' ella ogni giorno circonda il globo terrestre, e se questo nutrimemto, che ha radice in Affrica e capo della cometa, la dee senza interrompimento seguire, nel traversare il mare atlantico, e 'l pacifico, tante e tante volte, bisogna, che s' allunghi in infinito, e ch' a guisa d'una lunghissima fascia, con molte rivolte sopra rivolte, vada questi elementi inferiori circondando. Ma se nel valicare i mari s' interrompe la fascia, gran meraviglia è, o che al ritorno così giustamente l'affronti, mutando ella ogni giorno latitudine, cioè movendosi per traverso, molto più che non è la grandezza del capo suo, ovvero, che dagl' aliti interrotti non si generino ogni giorno nuove comete. Tutte queste, ed altre difficultà cascano nel modo di generarsi la Cometa. Ma che essenzialmente ella non sia un incendio, molto probabilmente si raccoglie dalla sua figura ordinatissima, e dal mantenersi sempre con la sua chioma, ò barba diametralmente opposta al Sole senza mutarla mai per qualunque local movimento, condizioni, che in un fuoco tumultuario, e vagante, per niun modo mantenere non si potrebbero. Oltr' a ciò, ch' ella non sia incendio, manifestamente dall' esperienza, e dal detto de' Peripatetici medesimi si raccoglie, i quali affermano niun corpo lucido trasparere. E l' esperienza ci mostra, che la fiamma, e non solamente la grande, ma anche la piccolissima d' una candela, impedisce il veder gli oggetti, che sono oltra di lei. Ora, che dovrebbe fare un fuoco così vasto qual sarebbe una cometa, appreso di più in materia tenace, e viscosa ? E come per la sua grandissima profondità, che molte braccia, e anche miglia dovrebb' essere, inoltreriensi le spezie delle minutissime stelle, alle quali occultarci basta una rarissima, e sottilissima nuvoletta? E pure per la chioma della cometa esse benissimo traspaiono, e nulla quasi sono offuscate.

E finalmente il volerla mantenere un' abbruciamento, e costituirla sotto la Luna, è del tutto impossibile, repugnando a ciò la piccolezza della Paralasse, osservata da tanti eccellenti Astronomi, con diligenza esquisita. Ma siaci per ultimo argomento dell' improbabilità di tale opinione il pronostico stesso ch' egli trae dalle comete, il quale è tale. Quell' anno nel quale si saranno vedute molte comete, e grandi, sarà molto asciutto, e ventoso, perche essendo l' esalazione calda e secca materia comune de venti, e delle comete, la frequenza, e grandezza di queste arguisce la gran copia di tale esalazione, & in consequenza la siccità futura, & i venti. Ma se le Comete non sono altro che abbruciamenti di tale esalazione, certo che quanta più sene abbrucia tanto manco ne resta, non avendo la natura mezzo più violento dello 'ncendio per repentinamente divorare, distruggere, e ridurre al niente; onde alla grandezza, e moltitudine delle comete succeder dovrebbe stagione men che mai ventosa, & asciutta, per il gran consumamento fatto della materia arida, e flatuosa. Queste sono, o Accademici, l' opinioni piu famose della cometa, che sin qui mi son venute alle mani, tra le quali mi pareva di potermi assai probabilmente quietare, quanta al suo producimento, in quella de' Pitagorici, ch' ella fusse refrazione della nostra vista al Sole: e che quant' al suo luogo, l' avessero necessariamente dimostrato gli Astronomi altissimo sopra la Luna, quando da nuove dubitazioni mossemi dal più volte mentovato nostro Accademico, son più che mai rimaso inviluppato nelle difficultà, e dubbiezze, le quali io vi proporrò, acciocchè s' a voi parranno, com' à me paiono, degne di considerazione, alcuno, di me più speculativo, risolvendole, ci tolga ogni ambiguità.

Sarà dunque il restante del mio discorso intorno alla forza delle ragioni, dalle quali persuasi ultimamente i più celebri Astronomi, non solamente l' hanno stimata cosa celeste, ma anche tra i corpi celesti, assegnatole conveniente ricetto, e con diligenza, e curiosità forse maggiore della probabilità fabbricatone Tavole, ed Efemeridi. Tra queste esaminerò principalmente i maggior fondamenti di Ticon Brae, come di quegli, che, censurando gli scritti di tutti, n'ha trattato più diffusamente, e con maggior confidenza degli altri: Appresso verrò al professore di Matematica del Collegio Romano, il quale in una sua scrittura ultimamente pubblicata; pare, che sottoscriva ad ogni detto d' esso Ticone, aggiugnendovi anche qualche nuova ragione, a confermazion dello stesso parere. Dico dunque, con questi Autori principalmente parlando, che lo 'nferire la molta, o poca distanza degli oggetti dalla piccolezza, o grandezza della Paralasse, che sin qui è stato riputato argomento tanto sicuro, che niuno di quelli, i quali a pieno n'hanno compresa la forza, non vi ha posto difficultà; nondimeno, se noi lo considerremo più acutamente, lo troverremo metodo esso ancora, esposto a molte fallacie, volendocene noi servire intorno a tutti gli oggetti visibili, tra i quali molti ne sono, che nel determinar loro il sito, e la positura, invalido resta cotal' effetto. Sono gli oggetti visibili di due sorte, altri veri, reali, uni, ed immobili: altri sono sole apparenze, reflessioni di lumi, immagini, e simulacri vaganti, li quali hanno nell' esser loro tale, e tanta dependenza dalla vista de' riguardanti, che non solamente nel mutar questo luogo, essi ancora lo mutano, ma credo, che tolte via le viste quelli altresì del tutto svaniscano. Negli oggetti reali, e permanenti, nell' essenza de' quali non ha che far l' altrui vedere, ne perchè l' occhio si muova, essi di luogo si mutano, opera sicuramente la paralasse; ma non già nelle semplici apparenze; e, per meglio dichiararmi, verrò agli esempli. L' Alone, che pure è generato nelle sottili nugole a noi vicinissimo, non però fa diversità veruna d' aspetto a quelli, che nel tempo medesimo da luoghi non poco infra di loro distanti, il rimirano, poichè egli circonda in maniera il Sole, o la Luna, ch' a chiunque lo vede apparisce puntualmente aver con essi comune il centro. Onde manifesta cosa è, che 'l medesimo riferito alla sfera stellata, non ammette paralasse maggiore, che 'l Sole, o la Luna. Non è egli manifesto, che l' Iride, chiamata da noi l' Arco baleno, si vede in guisa opposta al Sole, che le linee rette, le quali dal centro di esso Sole, per le viste de' riguardanti si stendono, vanno dirittamente a ferir nel centro dell' istesso arco ? E chi non sa, che cotali linee, per molto che i riguardanti fussero tra di loro lontani, prodotte sino alla sfera stellata, intraprenderebbero la medesima paralasse, o insensibilmente maggiore, che quella del Sole ? La quale è nulla, mentre da' medesimi, che riguardano la stessa Iride fusse osservata. E pure e questa, e quella dell' Alone esser dovrebbe grandissima, avendosi alla lor vicinanza riguardo, e alla distanza che possono in terra varij riguardanti aver tra di loro. Lo stesso avviene de'parelij, cioè di quei tre Soli, che talora, con tanta meraviglia del volgo, si son veduti nel Cielo, i quali nel medesimo aspetto sono col Sole veduti da tutti quelli, che nello stesso tempo gli osservano da luoghi per molte miglia tra di loro distanti. Ma vegniamo a cose assai più simili alle comete. Non ci ha alcuno di voi, Accademici, il quale molte volte non abbia veduto, e in particolare verso la sera, mentre l' aria sia nugolosa, partirsi da alcuna rottura di nugole lunghissimi tratti, e raggi di Sole, e scendere sino in terra, mostrandosi nel lor principio, cioè nella stessa apertura più lucidi, e più stretti, che nel rimanente, dove continuamente allargandosi per immenso spazio si stenderebbono, quando non s'incontrassero nella Terra. Questi, benchè tutto l' Orizzonte sia sparso di tali spezzatte nugole, giammai non si mostrano al nostr' occhio, se non in quella parte, che corrisponde al luogo del Sole, donde pare, che discendano, compresi dentro un determinato angolo, oltr' al quale angolo null' altro di splendido si rimira. Simile apparernza è ben credibile, anzi sicuramente si sa, che nel medesimo tempo è da diversi luoghi veduta, benchè per grande spazio distanti, o verso mezzo giorno, ò verso Tramontana, e a tutti nello stesso modo si rappresenta rincontro al Sole : si che quando ciascheduno dovesse dar conto, o lasciar memoria del suo spettacolo, direbbe avere in quell' ora veduto per aria grandissimi raggi luminosi dirizzati verso il Sole. E perche tra 'l Sole, e diversi luoghi in terra altre, e altre aperture di nugole s' interpongono, altri, e altri sono i raggi da diversi riguardanti veduti. Voi, uditori, vi siete, s' io non m' inganno, talvolta ritrovati in luoghi eminenti, non molto lontani dalla marina, e in tal costituzion d' aria, che quasi nulla distinzione appariva tra 'l Cielo, e la superficie del mare, anzi l'uno, e l' altro una stessa materia continuata appariva: e cominciando il Sole a inchinare verso occidente, avrete veduto una lunghissima striscia luminosa diretta inverso 'l Sole, dal cui splendor vien prodotta sopra la superficie del mare. Una similissima ne veggono altri, ed altri nello stesso tempo da qualsisia luogo, che scuopre, e riguarda la medesima superficie, e pure a tutti si dimostra addiritta nel Sole, e null' altro di lucido apparisce a destra, o a sinistra. Questi dovendo depor ciò, ch' hanno veduto, e non altro, tutti concordemente diranno aver nel tal tempo osservato un grandissimo lume verso la dirittura del Sole, e conseguentemente verso la medesima parte del firmamento, e, se, come si ritrova in questo caso il Sole elevato, e bassa la superficie del mare, noi c' immaginassimo il Sole sotto l' Orizzonte, e una superficie in vece di quella del mare elevata in alto, potremmo in essa scorgere una simil reflessione del lume solare, rimanendo tutto 'l restante indistinto dallo stesso Cielo, già che anche la superficie del mare talvolta si confonde in modo col Cielo, che niuna distinzion vi si scorge. Che dunque dobbiamo noi dire intorno a questo fatto? Certamente altro non cred' io, se non che veramente tutta la superficie del mare circonvicino è nel medesimo modo sparsa di luce, la quale resta tutta invisibile a chi da qualche luogo determinato vi guarda, fuor che

quella parte, qual si reflette dall' acqua rettamente traposta fra l' occhio, e 'l Sole. Debbesi dire, che da tutte le nugole, e loro rotture, e per tutta la caligine, e vapori sparsi per aria, si diffonde il lume del Sole, del quale ad alcun luogo particolar non si manifesta, se non intorno a quella parte, che soggiace direttamente tra 'l Sole, e 'l riguardante, e che secondo, un determinato angolo declina a destra, e sinistra, oltr' a' quai termini nulla si vede da tali illuminazioni illustrato. Sono tutte le nugole sparse di quel lume, che in esse produce i Parelij, l' Alone, e l' Iride, ma gli occhi de' particolari riguardanti, non ne apprendono se non quella parte, ch' a lor s' aspetta, si che in somma ciaschedun' occhio vede differente Iride, differente Alone, altri, ed altri Parelij : non gl' istessi raggi, ne dalle stesse rotture di nugole, ne dalle stesse parti d' acqua dependenti, ma da diverse son quelli, che da diversi luoghi vengon veduti. Ora se in tutte queste refrazioni, ò reflessioni, immagini, apparenze, ed illusioni non ha forza la paralasse per poter determinare di lor lontananza, poichè alla mutazione di luogo del riguardante esse ancora si mutano, e non solo di luogo, ma d' essenza ancora, io credo che ella veramente non sia per aver efficacia nelle comete, se prima non vien determinato, ch' elle non sieno di queste cotali reflessioni di lume, ma oggetti uni, fissi, reali, e permanenti. E tanto maggiore mi par l' occasione di dubitare, quanto per avventura tra gl' oggetti visibili reali non se ne troverrà alcuno così alla cometa rassomigliante, quanto tra questi simulacri apparenti, de' quali io non so, se ci sia cosa, che puntualmente l'imiti, come quelle proiezioni di raggi per le rotture delle nugole: tra le quali, e le comete potrei addur molte convenienze, se 'l tempo mel permettesse. E finalmente, acciò la nostra cagion di dubitare si conosca non cavillosa, e proposta solo per muover difficultà, dov' ella non fusse; parmi, che, se noi anderemo sottilmente considerando, quel, che riferisce Arisotile dell' opinioni degli antichi, scorgeremo alcuni Pitagorici nella stessa guisa aver sentito della cometa. Imperocchè nell'assegnar la cagione, ond'avvenga che ne tra i Tropici, ne oltr' al Tropico di Capricorno verso Austro appariscan comete, dicevano, che tra essi l' umore attratto, in cui si fa la reflession della vista al Sole, veniva dal calor del Sole consumato, e che oltre al Tropico di Capricorno la cometa non si faceva per noi, ch' abitiamo verso Settentrione, non perchè quivi non fusse la medesima copia d' umore attratto, ma perche de' paralelli descritti dal moto diurno piccoli archi sopra, e grandi sotto all' Orizzonte restavano; onde per tale obbliquità non si poteva la vista di noi altri settentrionali reflettere inverso 'l Sole. Vedesi dunque, ch' eglino stimavano le comete non esser oggetti visibili reali, ma solo immagini, e simulacri apparenti a chi sì, e a chi no, secondo che la materia, nella quale si producono tali immagini si trova posta, o non posta in luogo atto a reflettere al Sole la vista altrui. E avvegna che de' soprannominati simulacri, in alcuni la paralasse sia nulla, ed in altri operi molto diversamente da quello, ch' ella fa negli oggetti reali, per far, che la cometa, benchè generata dentro alla sfera elementare, apparisca a tutti i riguardanti senza paralasse, basta che in alto sia diffuso 'l vapore, o la materia, qual ella si sia, atta a refletterci il lume del Sole per regioni, e spazi eguali, e anche alquanto minori delle provincie, dalle quali la cometa si scorge; Perchè immaginandoci noi da qualche stella fissa, o altro punto del firmamento tirato linee rette a quali, e quanti si vogliano luoghi della superficie terrestre: E posto, che in alto sia una distesa di vapori atti a riflettere, o rifrangere il lume del Sole, la quale tagli in traverso la piramide compresa tra esse linee rette, potranno tutte le viste de' riguardanti, che secondo alcuna di tali linee camminano, veder la cometa, e tutte sotto la medesima stella, e punto del firmamento. Io non dico risolutamente, che la cometa si faccia in tal modo, ma dico bene, che come di questo, così son dubbio de gli altri modi assegnati da gli altri autori; i quali, se pretenderanno d' indubitatamente stabilir lor parere, saranno in obbligo di mostrare questa, e tutte l' altre posizioni vane, e fallaci. Resta dunque da queste dubitazioni reso assai sospetto l'argomento preso dalla mancanza di paralasse, per determinare il luogo della cometa. Ma di gran lunga più deboli sono, s' io non m' inganno, le ragioni, o conghietturo prese dalla qualità del suo movimento; e del tutto vana quella, che aveva inteso essere da alcuni stata presa dal poco ingrandimento, che riceve il capo della cometa riguardato col Telescopio, cioè col moderno occhiale, mentre per molte centinaia di volte aggrandisce le superficie degli altri oggetti visibili; stimando questi tali da quello strumento con sì fatta regola aggrandirsi gli oggetti, che assaissimo sieno accresciuti i vicinissimi, meno, e meno i più lontani, secondo la proporzion delle lor maggior lontananze, si che finalmente le stelle fisse, come lontanissime, non ricevano sensibile aggrandimento. Intorno a queste due ragioni, e particolarmente intorno alla seconda, non avevo io veramente intenzione di dir cosa alcuna, perciochè parendomi ella vanissima e falsa, non credeva ch' ell' avesse avuto a trovare assenso, se non tra persone di così poca autorità, che poco importasse farvi sopra reflessione. Ma l' avere ultimamente veduto nel discorso fatto in Collegio Romano circa questa materia, come da quei Matematici vien fatta sì grande stima di queste ragioni; si che non solamente gli applaudono, ma tassano chi l' ha disprezzate, di poco esperto de' principij di prospettiva, e degli effetti compresi, e osservati da loro nel Telescopio, per lunghe esperienze, e ottiche dimostrazioni, mi ha fatto alquanto ritirare in me stesso, e titubare sopra quelle considerazioni, per le quali, dal nostro Accademico fui persuaso della debolezza di tal fondamento. Il qual nostro Accademico, se non è stato solo, almeno è stato quelli, che più risolutamente, e publicamente d' ogni altro ha contraddetto a cotal discorso, e l' ha riputato di niun valore, molto avanti, che la soprannominata opera si vedesse. Il perchè, mutato consiglio, ho risoluto di proporre a voi uditori, e forse a que' dottissimi Geometri, se mai arriverà lor sentore di questo mio ragionamento, le

considerazion del nostro Accademico, acciò o ne sieno col nostro beneficio le fallacie emendate, o con loro utile, corretti gli errori altrui. Dopo questo verrò a considerar ciò, che si ritragga dalla qualità del moto. Quelli dunque che affermano dal medesimo occhiale aggrandirsi molto gli oggetti visibili vicini, meno i più remoti, e punto, o insensibilmente i lontanissimi, non so a a qual cagione sieno per attribuire l' esserci dal medesimo Telescopio rese visibili innumerabili stelle fisse, delle quali niuna si vede con l' occhio libero. Perche s' e' non le ingrandisce, è forza, che con altra sua piu ammirabile, e inaudita prerogativa, le illumini. Ma se pur egli con aggrandir le loro spezie, come bisogna per necessità confessare, d'invisibili le fa visibilissime, cioè d' insensibili sensibilissime ce le rende, non so perchè tale aggrandimento si debba poi chiamare insensibile, e non più tosto infinito, che tale è la proporzion del niente a qualche cosa. Gli Astronomi per mio credere, non avrebber distinte le stelle fisse visibili in molte, e varie grandezze, se tale inegualità non apparisse sensibilmente. Anzi la differenza delle minime della sesta, e le massime della prima grandezza, si reputa talmente sensibile, che tra esse altri cinque sensibili gradi si collocano di disegualità. Onde non pur sensibile, ma grandissimo si dovrà chiamare il ricrescimento di quel Telescopio, il quale ci mostra maggior di quelle, della prima grandezza, alcuna delle stelle invisibili, che forse per molti gradi è inferiore alle visibili della sesta. E pure quest' effetto si vede tra le stelle fisse, e maggiormente ancora si vedrebbe, se noi, con l' occhiale, potessimo alcuna di esse piccole stelle incontrare, mentre l' aria fusse alquanto luminosa, cioè nel primo apparire delle maggiori stelle. Il che esquisitamente si vede ne' Pianeti Medicei, i quali incontrandosi agevolmente con la scorta di Giove, si veggono su 'l tramontar del Sole con perfetto Telescopio molto prima, che con la vista semplice le stelle fisse, eziandio della prima grandezza. E perchè le stelle Medicee sono assai men lucide delle fisse, non pare, ch' altro ce le possa render visibili, se non un grandissimo accrescimento ; e pure per la loro piccolezza sono invisibili, non solo alla vista semplice, ma ancora a gli strumenti, che multiplichino in superficie meno di trenta, o quaranta volte. Ma posto, come anche in parte, benchè ingannevolmente, apparisce, che le stelle fisse fossero insensibilmente dal Telescopio aggrandite, io non so quanto ciò dovesse reputarsi effetto della loro massima lontananza, sì che si potesse poi per lo converso concludere, che qualunque oggetto, il qual venisse insensibilmente dall' occhiale aggrandito, fosse per necessità da noi immensamente lontano : e parmi, che possa essere, che essendo vere le amendue proposizioni, il loro congiugnimento sia falso, nel modo, che per avventura cade nella scintillazion delle medesime fisse, le quali è vero, che scintillano, ed è vero, che son lontanissime : ma che dello scintillare ne sia causa la somma lontananza, dalle due nude proposizioni non si convince; E così, dato, che le fisse poco s' aggrandiscano, e sieno lontanissime, non però segue, che 'l poco ingrandirsi dalla massima lontananza necessariamente dependa. Imperciocchè, se ciò veramente fosse, certo è, che tutti gli oggetti visibili, posti nella medesima distanza farieno il medesimo. E così, non pure le stelle fisse, ma gl'intervalli, che sono tra esse dovrebbero apparirci gli stessi col Telescopio, che con l' occhio libero; tuttavia l' esperienze nostre ci mostrano il contrario. Perchè, se pigliando la canna d' un occhiale, e levatone i vetri la dirizzeremo a due stelle fisse, tanto fra di loro vicine, che giustamente si veggano per l' estrema circonferenza del foro opposto, mettendoci poscia i vetri, e ritenendo la stessa grandezza di foro, non solo non le comprenderà più amendue un' occhiata medesima, come dovrebbe seguire, se gli oggetti remotissimi non ricrescessero; ma per passare dall' una all' altra, farà di mestiero muover la canna, come se fossero due oggetti da noi non più lontani d' un miglio, servando nel crescer la stessa proporzione gl' intervalli nel Cielo, che si facciano in terra tutti gli oggetti in queste piccole lontananze.

Di più, quando tal conclusion fosse vera, ne vedremmo talor seguir mirabile effetto; imperocchè messo in qualche distanza un' oggetto, come per esemplo, un cerchio nero, e un' altro di color bianco alla dirittura medesima quattro, o sei volte più lontano, e tanto maggior del primo, che per la sua interposizione non però ne rimanesse del tutto ricoperto, ma che intorno, intorno restasse apparente una circonferenza bianca: preso poi il Telescopio, e drizzatolo verso i cerchì, se il vicino s' ingrandisce più del lontano, sicuramente il lontano ne dovrà restar del tutto coperto, e ascoso, e nulla si scorgerà della circonferenza bianca: il quale effetto, quando vero fosse, potrebbe tal volta con gran maraviglia, interporsi la vicina Luna tra l' occhio nostro, e 'l Sole lontanissimo, ed eclissandone una parte all' occhio libero, eclissarlo del tutto al Telescopio, sì che guardando con l' occhiale trovassimo notte oscura, mentre gli altri godessero con l' occhio libero la chiarezza del giorno. Ma non pur questo non accadrà, ma de' due sopraddetti cerchi, quando del più remoto ne apparisca all' occhio libero solamente quanto è un sottil filo, lo stesso si scuopre con l' occhiale per appunto ; argumento necessario gl' ingrandimenti di tali oggetti esser fatti puntualmente con la medesima proporzione. Da queste esperienze mi pare assai dimostrato, come la massima lontananza de gli oggetti, non toglie loro punto d' aggrandimento. Ma perchè pur si vede, che le stelle guardate col Telescopio ci appariscon poco maggiori, che vedute liberamente, non sarà per avventura fuor di proposito l' andare investigandone le vere cagioni, come d' effetto, che uscendo della comune maniera, in che ci appariscono gli altri oggetti visibili può far restare chiunque non ben attentamente lo miri, agevolmente ingannato. Dico dunque che 'l medesimo Telescopio aggrandisce tutti gli oggetti visibili, secondo la medesima proporzione, sien pur essi costituiti in qualunque lontananza si sia. E quelli, ch' altramente hanno creduto, son rimasi ingannati, o perchè rimirando diversi oggetti, e sommamente tra di loro diseguali, hanno creduto di riguardare il medesimo, o perchè parendo loro d' adoprar lo stesso strumento, si son serviti di diversissimi Telescopi. Manifesta cosa è, che le stelle, e non solo le fisse, ma, trattone la Luna, anche l'erranti assai più grandi appariscono all' occhio libero, vedute nell' oscurità della notte, che nella chiarezza del crepuscolo, sul lor primiero apparire: e Venere, e Giove veduti nell'aria illuminata, non sono ne ancho la centesima parte di quel, che ci s' appresentano nelle tenebre : ne perciò cred' io, che alcuno stimi la corporale, e vera grandezza loro, ch' è quella, che si vede di giorno, farsi maggior nella notte, ma sì bene ch' ella acquisti un irraggiamento grande, dentro del quale resta indistinto 'l piccol corpicello di quella stella, onde la notturna visibile immagine è diversissima, & incomparabilmente maggiore della diurna. Ora se alcuno, per far prova della multiplicazione del telescopio riguarderà di notte una stella, comparando il suo nudo corpicello aggrandito dallo strumento, con l' inghirlandato di raggi veduto con l' occhio libero, veramente errerà, e farà paragone di diversi oggetti, mentre si crede di considerare il medesimo , e senza dubbio non troverrà l' accrescimento, che si vede, riguardando 'l medesimo oggetto, perchè quel, che si vede con l' occhiale, è il semplice corpo, e reale della stella veduta, e quel, che si scorge con la vista libera, è l' irraggiato. Onde lo 'ngrandimento del Telescopio par piccolissimo, tal volta nulla, e tal volta ancora può apparire sensibilmente diminuirsi. In confermazione di quant' io dico, aggiustisi il Telescopio, per esemplo, al Cane, avanti giorno, egli ci apparirà non molto maggiore, che veduto senza l' occhiale. Andiamo poi seguitandolo sino al nascer del Sole, sempre lo vedremo nello strumento della grandezza medesima, ma alla semplice vista egli andrà pian piano diminuendosi, in guisa che di qualunque minima stella veduta di notte parrà minore. E finalmente nascendo 'l Sole, egli, fatto infinitamente piccolo, al tutto si perderà, e pur tuttavia si vedrà benissimo nel Telescopio, e sempre d' eguale apparenza. Venere, e Giove, ed in somma ogni altra stella, guardata con lo strumento, non ci appariscono niente maggiori la notte, che 'l giorno, ma si bene i medesimi veduti con l' occhio libero grandissimi sono nelle tenebre, e piccolissimi nell' aria lucida, sicuro argomento, che quel che si vede per lo strumento, è l' oggetto puro, e spogliato de' raggi stranieri , il che anche si raccoglie dalla sua perfetta, e terminata figura, falcata tal volta in Venere, ovata in Saturno, e circolare nell' altre stelle. La fallacia dunque depende non dall'immensità della lontananza, ma dallo splendor dell'oggetto. Anzi lo stesso si vede accadere ne'nostri lumi terreni per brevi intervalli remoti , sì che a chi stesse pure ostinato, che per provar l'immensità della lontananza concludesse l'argomento preso dal poco aggrandimento del Telescopio, si potrebbe agevolmente dare ad intendere, che una candela accesa, e posta in altezza di cento, o dugento braccia fosse tra le stelle fisse, poichè pochissimo viene dall'occhiale ingrandita. Ma sento oppormi, per atterrar tutto questo discorso, che pur' anche gli oggetti non risplendenti, quanto più son vicini, tanto maggiore accrescimento ricevono dal medesimo Telescopio. Sì che, se, per esemplo un' oggetto veduto in distanza di cento braccia, ci apparisce cento volte maggiore, lo stesso, in distanza di dieci, apparirà dugento volte, e quattrocento, e mille, e dumila, se si porrà in distanza di due braccia, d' uno, o d' un mezzo: in somma, con avvicinarlo, il potremo smisuratamente ad arbitrio nostro multiplicare. Tutto ciò è verissimo, e benissimo osservato, e inteso dal nostro accademico, e forse prima, che da niun altro, ma bene allo 'ncontro mi pare, che quei, che reputano ciò essere effetto dell'avvicinamento dell' oggetto, non s' avveggano del loro inganno. Però avrei caro d' intender da questi, se quando vogliono distintamente vedere un' oggetto posto in distanza di dieci braccia e'ritengono nell' occhiale la medesima lunghezza di canna, e in conseguenza la medesima distanza tra vetro, e vetro, che quando il medesimo oggetto è in lontananza di cento braccia. Certamente diranno, che allungano detta canna, e che molto più l' allungano per vederlo in lontananza di quattro braccia, e per la distanza d' un braccio, o d' un mezzo confesseranno allungarlo il doppio, il triplo, e anche il quadruplo di quel, che bastava per gli oggetti lontani. Ed io allora gli avvertirò, che questo non è riguardare con lo stesso strumento, ma con diversi, e che la cagion del maggiore, o minore ingrandimento degli oggetti veduti, non depende dal loro avvicinamento, ma dal servirsi di maggiori, e maggiori Telescopi. E che ciò sia vero, provino a fermarne uno a vista di qualche oggetto posto, V. G. in distanza di mille braccia, e non lo movendo di luogo allunghino solamente un dito, o due la canna, subito vedranno accrescimento notabile nell' oggetto, e pur' egli non ci s' è avvicinato, anzi più tosto ci s'è fatto lontan dall' occhio quel poco più, che 'l cannone s'è allungato, ma allo 'ncontro, ritenendo pur fermo lo strumento facciasi avvicinar l' oggetto, non dirò un dito, o due, ma dieci, venti, trenta braccia, e anche cento, o dugento, non si vedrà accrescimento veruno, fuor di quello, che 'l semplice appressamento arreca sempre mai ancora dell' occhio libero. Sì che, se nella distanza di mille braccia l' oggetto nel Telescopio ci appariva per esemplo dieci volte maggiore del veduto naturalmente, nella distanza parimente di novecento, di secento, e di quattrocento non ci apparirà, se non con lo stesso decuplo accrescimento. Ed in somma questa multiplicazione non s' accrescerà mai, sin che non s' allunga la canna, e s' accresce la distanza fra i vetri. Ora siemi detto da questi, se quando hanno guardato la Luna, la quale, per loro affermazione ricresce assai, per vedere di poi gli oggetti più lontani, e anche le stelle fisse, fa lor mestieri d' accorciar la canna? certo no, anzi che non solamente nelle distanze, oltr' alla Luna remota da noi tante migliaia di miglia, ma in nessuna da mezzo miglio in là, non fa bisogno scorciarla pure un capello, onde ne venga diminuito l' accrescimento delle cose vedute , ma, usata nella medesima lunghezza, perfettamente ne mostra ogni oggetto, e tutti con la medesima proporzion gli aggrandisce.

Concludiamo dunque per verissimo gli oggetti tutti venir dal medesimo Telescopio con la medesima proporzione ingranditi: e se i vicinissimi sembrano ingrandirsi più, ciò avviene dall'usare strumento più lungo, e quanto a' lontanissimi, solo gli splendidi mostrano ingannevolmente ingrandirsi meno, mercè dell' accidentario loro splendore, ma non già per la grandissima lontananza: del qual effetto non ne essendo sin' ora da altri stata assegnata la vera cagione, voglio credere, che grato vi possa essere il sentirla, imperocchè non par, che sia senza maraviglia, com' esser possa, che accrescendoci sommamente il Telescopio tutti gli oggetti visibili, solo i lucidi, e che per certa distanza di nuovi raggi, s' inghirlandano, non mostrino nello stesso modo aggrandirsi, se non nel lume primiero. Ma la chioma quantunque essa ancora oggetto visibile, nessunno accrescimento riceva. Qui prima è necessario, che noi depogniamo una falsa opinione intorno all' essenza del medesimo irraggiamento, se però ci ha alcuno, il quale habbia prestato fede a quello, ch' hanno scritto alcuni Filosofi in questo proposito, cioè, che le stelle, le fiaccole, e gli altri corpi luminosi, quali egli si sieno, accendano, e rendano splendida ancora parte dell'aria circonvicina, la quale poi in debita distanza più vivamente, e terminatamente lo suo splendor dimostri, il perchè tutta la fiaccola assai ci apparisca maggiore. Il qual discorso è tanto falso, quanto la verità è, prima che l' aria non s'accende, ne si fa splendida, dipoi, che tale l'irraggiamento non è altrimenti intorno all' oggetto luminoso, ma è così vicino a noi, che se non è dentro all' occhio nostro stesso, almeno è nella sua superficie, forse cagionato dal lume principal dell' oggetto, rifratto in quella umidità, che continuamente è sopra la pupilla dell' occhio, mantenuta dalle palpebre. Di che habbiamo diverse conghietture, qual è, ch' a gli occhi più umidi, e lagrimosi maggiore apparisce cotale irradiazione: in oltre serrando in parte, e comprimendo le palpebre, appariscono parimente raggi lunghissimi, segno evidente, che tale splendore ha fondamento nell' occhio, ed in esso risiede. Il che finalmente si conclude per necessità essere in questa guisa, perchè, se noi, intraponendo fra l' occhio, e il lume la mano, o altro corpo opaco, l' andremo movendo pian piano, quasi che noi volessimo esso lume occultarci, l' irradiazione sua mai punto non s' asconde, fin che la stessa fiamma reale non si cela, ma appariscono i medesimi raggi tra la mano, e l' occhio in nessuna parte alterati, che non avverrebbe se i raggi fussero intorno al lume, cioè di là dalla mano. Ma come prima comincia la mano a intaccar parte del vero lume, cominciano anco parte de' detti raggi a sparire, quelli cioè ch' apparivano derivare dalla parte opposta di essa luce, cioè se alzando la mano si verrà ad occultar la parte inferiore della fiamma, si cominciano a perder que'raggi che parevano spuntar dalla parte superiore, e per l' opposito, se messa la mano più alta del lume si verrà con abbassarla ad occultarne la parte superiore, i raggi inferiori si perderanno. Con altra evidentissima esperienza si prova lo stesso, imperocchè, se, riguardando tai raggi, andremo inclinando la testa or verso la destra, or verso la sinistra spalla, ed in conseguenza piegando nello stesso modo gli occhi, vedremo far lo stesso a' raggi, ma non gia alla fiammella della candela, la quale resta immobile. Argomento, che tanto necessariamente conclude quegli esser negli occhi, quanto è vero questa esserne fuori, e lontana. Ora,

se tale irradiazione è nell' occhio nostro, com'è manifesto, che meraviglia è se 'l Telescopio non l' aggrandisce? il quale non multiplica se non quelle spezie, che passano pe' cristalli, e che sono di là da essi, e non quelle che sono verso l' occhio, e non passano per i vetri. Questa sono le nostre esperienze, queste le conclusioni dependenti da' nostri principj, e dalle nostre ragioni di prospettiva. Se le nostre conclusioni, e le nostre sperienze saranno false, e difettose, i nostri fondamenti saranno deboli, ma s' elle saranno vere, e false quelle degli altri, contentinsi gli altri, che noi possiamo sospettare della fermezza de' fondamenti de' lor principj, e di essi con ragione far quel giudizio, ch' essi di noi avevan fatto senza ragione. Stabilite queste cose, io non veggo, che altro si possa nella cometa inferire dal suo poco aggrandimento col Telescopio, se non ch' ell' è cosa luminosa, delle quali tutte è proprietà di apparire in certa distanza all' occhio libero irradiate, e maggiori. Ma vegniamo ormai alla considerazione dell' argomento preso dalla qualità del moto, per dimostrarla celeste, il quale non sarà forse più saldo degli altri, cadendoci intorno molto da dubitare. E prima io lascio stare, che 'l porre quelle distinzioni di sfere, e orbi celesti, ne' quali fermamente le stelle fussero affisse, e che solo al movimento di quegli andassero in volta, è ormai tanto notoriamente pieno d' inverisimili, e di repugnanze, che 'nsino a buona parte de' più ostinati contradittori s' inducono a deporgli, e a credere i pianeti esser mobili per loro stessi : ma posto ancora che altri pur volesse assegnare spera, e Cielo particolare per le comete, dal quale subito nate fussero portate in volta (non essendo verisimile elle nascere con tal pratica, e scienza) bisognerebbe porre non un solo orbe, ma molti, rispetto a' movimenti di quelle tra di loro in maniera diversi non meno nelle inclinazioni, che nelle velocità, che non bene si possono attribuire a qualunque moto si assegnasse a un particolar Cielo. Di che vi potrei addur molti esempli ; ma per maggiore intelligenza, e vostro minor tedio, consideriamo solamente qual differenza caschi tra la cometa de mesi passati, e quella del settanzette con tanta diligenza descritta da Ticon Brae.

La cometa del settanzette appariva muoversi in un cerchio, che segava l' Eclittica intorno al ventunesimo grado del Sagittario : questa passata la segava nel grado quattordicesimo dello Scorpione. Il cerchio di quella era inclinato all' Eclittica meno di trenta gradi, e questo assai più di sessanta , onde i poli di questi due orbi sarebbono diversissimi, e lontanissimi tra di loro. Quella si moveva nel suo apparente cerchio nel principio della sua apparizione più di cinque gradi il giorno, e questa tre. E finalmente i movimenti loro sono stati del tutto contrari, poichè quella si moveva secondo l' ordine de' segni, e questa contra: accidenti, che per essere incompatibili in una medesima sfera, ci forzerebbono a porne tante, quante fossero le Comete passate, e anche per avventura le future. Or questa multiplicità di sfere oziosa sempre in aspettare che in esse venga, Dio sa quando, una cometa per portarla breve tempo in volta, e anche per poca parte di suo cerchio, non so veder come si possa accordare con la somma esquisitezza, che mantien la natura in tutte l' altre sue opere di non esser nè superflua, nè oziosa. Il dire con Ticone, che come a stelle imperfette, e quasi scherzi della natura, e trastulli delle vere stelle, ma però, benchè caduche, d' indole ad ogni modo, e di costumi celesti, basta una tale quale condizion divina , ha tanto più della piacevolezza poetica, che della fermezza, e severità filosofica, che non merita, che vi si ponga considerazione alcuna, perchè la natura non si diletta di poesie. L' argomento poi preso dalla regolarità del moto, e dall' esser egli fatto in un cerchio massimo, è molto difettoso. Perchè quanto alla regolarità l' osservazioni, e deposizioni de' medesimi, che l' hanno fatte, il mostrano irregolare, essendosi sempre andato ritardando in modo, che la cometa del settanzette era venti volte più veloce nel principio, che nella fine, e la passata intorno al doppio. E benchè Ticone si sforzi di ridurlo a equabilità con assegnarli un' orbe d' intorno al Sole, nulla di meno egli non può tanto palliare il vero, ch' egli non confessi esser forzato a porlo anco nel proprio orbe ineguale, e anche si lascerebbe andare a porlo per linea non circolare : dissimulando ora per soddisfare a questa sua nuova fantasia, ch' una delle principali cagioni, che hanno fatto partire e lui, e 'l Copernico dal sistema di Tolommeo, sia stata il non poter salvare l' apparenze con movimenti assolutamente circolari, ed equabilissimi ne' lor cerchi, e

intorno a' lor propri centri; dissimulando anche l' altra non minore disorbitanza, la quale è, che essendo manifesto in tutti i Sistemi, tutti i movimenti propri de' pianeti esser per un medesimo verso, egli si lascia indurre a por solamente quest' orbe destinato per le comete a muoversi al contrario. Cosa veramente improbabilissima. Al poter con sicurezza chiamar tal moto per cerchio massimo, mancano gran punti da dimostrare, i quali tralasciati danno indizio d' imperfetto Loico. Perchè ancorch' e' sia vero, ch' all' occhio posto nel centro della sfera, i cerchi massimi, e i moti fatti in essi appariscano linee rette, e i cerchi minori linee curve, non però è necessario il converso, come richiederebbe il bisogno di Ticone, e dell' autor del problema, cioè, che qualunque moto ci appare retto, sia per necessità fatto in un cerchio massimo. Perchè, se questo fosse, un movimento veramente fatto per una linea retta dovrebbe apparir fatto per una curva, che è falso. Bisogna dunque dire, che al riguardante due sorte di movimenti appariscon retti, cioè quelli, che sono realmente retti, e i circolari fatti ne' cerchi massimi: e questo dico, parlando solamente de' moti semplici, perchè trattando in generale, tutti i movimenti, che saranno fatti in uno stesso piano, appariranno, per linea retta, all' occhio costituito nel medesimo piano. E però, chi voleva senza difetto provare, che 'l movimento della cometa fosse per cerchio massimo, era in obbligo di provare prima, ch' e' non fusse realmente, o in se stesso per linea retta, il che non è stato fatto, ne forse agevolmente poteva farsi. I buoni Astronomi, per provare che 'l movimento, verbi grazia, del Sole, da Levante, a Ponente, è circolare, e non retto, benchè sembri fatto in una linea retta, l' argomentano dall' apparir suo nel mezzo del Cielo della medesima grandezza, che verso gli estremi: ed in oltre dall' apparirci anche il suo movimento uniforme, supposto, che tal'egli sia ancora in se stesso, i quali due rincontri non avrebbon luogo nel movimento per linea retta, che essendo in se stesso uniforme, apparirebbe disforme, cioè veloce nelle parti di mezzo, come più vicine all' occhio, il perchè anche l'oggetto parrebbe maggiore, e più, e più tardo verso l' estreme, dove il medesim' oggetto assai minore si mosterrebbe. Ma se noi vorremo sopra queste buone conghietture discorrer circa la cometa, mi pare, che molto più ragionevolmente potrem venire in pensiero che il movimento di lei fosse un continuo allontanamento da noi, fatto per linea retta, perchè, quanto alla sua visibil grandezza, sempre s' andò diminuendo sino alla total perdita, e la velocità sua apparentemente ritardandosi. Ma le apparenze, e rincontri, che favorirebbono tale opinione non son questi soli, anzi pur ve ne son de gli altri, la probabilità de' quali tanto più manifesta si scorge, quanta essi molto aggiustatamente s' adattano al moderare gli assurdi, che par, che seguano al por quest' orbe cometario, e per chiara intelligenza del tutto, seguendo, dico. L' aver tanti Filosofi antichi creduto la cometa essere una stella vagante, la quale non apparisse, se non quando allontanandosi dal Sole uscisse della sua irradiazione, nel modo, che Venere, e Mercurio per simil separazione si fanno visibili, restando tutto 'l resto del tempo invisibili per la vicinanza di quello, ci è chiaro argomento, che le comete per lunghissime osservazioni, comunemente dal loro primo apparire, si vanno successivamente allontanando dal Sole, si come è accaduto di queste, delle quali principalmente favelliamo, avendo d' una, fresche, e sensate osservazioni, e dell' altra molto diligente storia in Ticone, e altri, che l' osservarono. E perchè alcune hanno il lor nascimento vespertino, come quella del settanzette, e altre mattutino, come la nostra, quindi è, che dovendosi andar discostando dal Sole, bisogna, che quelle si muovano, secondo l' ordine de' segni, e queste in contrario. La qual contrarietà di moti è sconvenevolissima cosa a doversi porre o nella medesima sfera, o in diverse, destinate per movimento di materie d' una stessa natura. Ma oltr' a tutte le improbabilità allegate, notisi da voi Accademici quali altre sorte d' assurdi sien trapassate da quelli, i quali troppo ansiosamente vorrebbono, che le cose naturali s' accomodassero, e rispondessero al concetto, che essi casualmente di quelle si son formati. Ticone dall' avere osservato, che la cometa del settanzette separandosi nel principio dal Sole, da quello digredi sino a certo termine, e poi cominciò a ravvicinarsegli, e che in oltre successivamente dopo sua apparizione s' andò diminuendo, e perciò conghietturalmente da noi allontanandosi, imitando le digressioni di Venere, e di Mercurio, pensò di ciascuno di questi effetti addurre competente ragione, con assegnarle un rivolgimento intorno al Sole, simile a quelli delle due nominate stelle: ma in un' orbe tanto maggiore di quel di Venere, quanto la digressione della cometa, che fu intorno sessanta gradi, apparve maggior di questa di Venere, che è intorno a quarantotto. Ne del tutto l' assunto fu inverisimilie, benchè altra più semplice, e natural cagione, e più aggiustatamente all' apparenze corrispondente, se ne può per mio parere arrecare, come appresso dirò.

Il Matematico del Collegio Romano, ha parimente, per questa ultima cometa ricevuto la medesima ipotesi, e a così affermare, oltr' a quel poco, che n' è scritto dall' autore, che consuona con la posizion di Ticone, m' induce ancora il vedere in tutto 'l rimanente dell' opera quanto e' concordi con le altre Ticoniche immaginazioni. Stante dunque che tale sia l' orbe delle comete, quale questi autori si figurano, gran cagione mi resta di maravigliarmi, che quei del Collegio si sieno poi persuasi di poter conservare, e nominare prole celeste questa, che quasi triforme Dea bisognerà farla abitatrice del Cielo, degli elementi, e altresì dell' Inferno. Perchè avendo le digressioni della nostra cometa dal Sole passati novanta gradi, piccola scintilla di geometria basta a far vedere, che l' orbe di lei, circondando 'l Sole, bisogna, che dopo lungo trascorrer per lo Cielo, traversi gli elementi, e penetri anche per l' infernali viscere della terra : avvegnachè la digressione precisa di novanta gradi, formando con la linea del moto solare angoli retti, viene ad essere la tangente dell' orbe della stella, che digredisce, e a toccar la superficie della terra, e passar per la vista de' riguardanti. Tal mostruosità non posso credere, che l' autor del problema sia per voler sostenere, e son sicuro, che se gli verrà in pensiero per mantenimento del primo detto, d' assegnare alla cometa forse una conversione non intorno al Sole, simile a quella di Venere, e di Mercurio, ma intorno alla terra senza comprendere il Sole, imitando la Luna, o pur comprendendolo al modo de tre pianeti superiori, son dico sicuro, ch' in ogni maniera, esaminando diligentemente tutte le conseguenze, incontrerrà di duri, e pericolosi scogli.

A me, al quale non ha nel pensiero avuto mai luogo quella vana distinzione, anzi contrarietà tra gli elementi, ed i cieli, niun fastidio, o difficultà arreca, che la materia, in cui s' è formata la cometa avesse tal volta ingombrate queste nostre basse regioni, e quindi sublimatasi, avesse sormontato l' aria, e quello, che oltre di quella si diffonde per gl' immensi spazi dell' universo, il che credoa certo ella aver potuto fare senza trovar resistenza, o intoppi così duri, che la 'mpedissero dal suo viaggio, o pure un breve momento la ritardassero. Anzi di simil sublimazioni di fumi, vapori, esalazioni, o di qualsisieno altre sottili, e leggier materie elementari, parmi, che spesse volte ne abbiamo ancora degli altri rincontri, e so, Accademici, che molti di voi avranno più d' una volta veduto 'l Cielo nell' ore notturne, nelle parti verso Settentrione, illuminato in modo, che di lucidità non cede alla più candida Aurora, nè lontana allo spuntar del Sole; effetto, che per mio credere, non ha origine altronde, che dall' essersi parte dell' aria vaporosa, che circonda la terra, per qualche cagione in modo più del consueto assottigliata, che sublimandosi assai più del suo consueto, abbia sormontato il cono dell' ombra terrestre, sì che essendo la sua parte superiore ferita dal Sole abbia potuto rifletterci il suo splendore, e formarci questa boreale aurora. La quale apparenza ha bello, e probabile incontro, poichè ella si vede solo, o più frequentemente la state, quando 'l Sole fatto settentrionale, per minor distanza resta sotto l' Orizzonte, e la' nclinazion del cono dell' ombra terrestre inverso Austro è tanto maggiore, ch' assai meno, che in altro tempo hanno a sollevarsi i vapori per uscirne fuora, e liberarsi dall' ombra, ed esporsi in vista al Sole. Ma per più propinqua conghiettura, ricordiamoci, che per alcuni giorni avanti il comparir della nostra cometa fu veduta la mattina innanzi giorno, mentre s' osservava il trave, tutta la parte Orientale ripiena, assai più del solito, di vapori molto luminosi, anzi tanto poco meno rispledenti della stessa cometa, ch' ella su 'l principio pareva quasi più tosto distinta dal resto del Cielo per due strisce laterali alquanto men lucide, che perchè ella grandemente superasse di luce tutto 'l rimanente del Cielo. In oltre, che per i celesti campi vadano simili fumosità vagando, e producendosi, e dissolvendosi, quel che prima sensatamente, e poi dimostrativamente è stato proposto, e provato dal nostro Accademico delle macchie del Sole, ce ne rende in modo sicuri, che ragionevolmente non resta luogo di dubitarne. Ora venendo a moderar gl' inconvenienti, che seguir si veggono nell' assegnata sfera delle comete, dico, che assai probabilmente, e con agevolezza, con un solo, e semplice movimento, viene ogni repugnanza rimossa : Imperocchè non abbiamo a chimerizzare altro, ch' un semplicissimo, ed equabil moto per linea retta dalla superficie della terra verso 'l Cielo.

E ciò, prima soddisfa, come s' è detto, all' apparir per linea retta, essendo egli veramente tale, ed essendo eguale in se stesso, ci parrà sempre più tardo mediante il discostamento maggiore, ci mosterrà diminuzione nella grandezza visibile dell' oggetto, e finalmente, senza bisogno d' introdur niuna contrarietà di movimenti, sia pur la cometa orientale, o occidentale, mattutina, o vespertina, sempre ci apparirà discostarsi dal Sole. E per più chiara intelligenza del tutto; veggasi la presente figura, nella quale per lo cerchio ABC intendasi il globo terrestre, e sia in A l' occhio del riguardante, il cui orizzonte sia secondo la linea retta AG la qual vada anche verso il Sol nascente, e intendasi pur verso la regione orientale, la linea retta ascendente perpendicolarmente, verso 'l Cielo, secondo la quale si muova la materia della cometa, o sia questa la linea. DEF. nella quale sieno segnate alcune parti equali. SO. ON. NI. IF. che sieno, per esemplo gli spazi passati di giorno in giorno da essa cometa, e sia O il luogo della sua prima apparizione: non si essendo veduta innanzi, per esser troppo sotto i raggi del Sole. Veggasi poi il secondo giorno in N, il terzo in I, il quarto in F. ec. È manifesto primieramente, che essendo ella nella sua prima apparizione più che in altro tempo vicina all' occhio, maggiore apparirà in O, che, in N, e in N, che in I, se non forse, in quanto l' essere in O più sotto i raggi del Sole, e nella chiarezza del crepusculo offuscasse tanto della sua luce, che per due, o tre giorni ci apparisse andar più tosto accrescendosi: ma poi uscita dall' albòre del crepuscolo, s' andrà ella sempre diminuendo, e 'l suo moto apparente sarà sempre più tardo, perchè gli angoli OAS, NAO, IAN, FAI, ec. che sono le misure di essi moti, son sempre conseguentemente minori, e minori, come agevolmente si dimostra. Perchè essendo nel triangolo ASN, l' angolo S ottuso, sarà la linea AN maggiore della AS, e però quando l' angolo NAS fosse segato in parti eguali dalla linea AO, la parte del lato opposto NO, sarebbe maggiore dell' OS, dunque perchè si pone essergli eguale, è forza, che l' angolo NAO sia minore dell' angolo OAS, e nello stesso modo si dimostra gli angoli conseguenti esser sempre minori de' precedenti, ch' è cagione dell' apparente ritardazione del moto. In oltre, mostrandocisi ella nelle parti orientali, ci apparirà nel suo ascendere acquistar del Cielo sempre verso Occidente, ed in conseguenza il suo movimento esser retrogrado, cioè contro l'ordine de' segni, come appunto è accaduto di quest' ultima ; che s' ella si mosterrà verso Occidente, ci apparirà per lo suo ascendere ritirarsi verso Levante, e 'l movimento esser diretto, cioè secondo l' ordine de' segni, come avvenne nella cometa del settanzette. Di più e nell' una, e nell' altra positura ci apparirà ella continuamente dilungarsi dal Sole, venendo tale allontanamento misurato dall' angolo OAG, NAG, IAC, il quale si va successivamente ampliando per l'aggiunta di giorno in giorno dell'angolo del suo moto apparente. Ma però qui cade una differenza degna di considerazione, ed è, che quando la cometa sarà orientale, com' è stata quest' ultima, ella s' andrà discostando dal Sole, non solamente mediante il suo moto apparente, e retrogrado, ma eziandio per lo moto proprio del Sole, il quale sempre è diretto, ma quando ella sarà occidentale, e avrà però lo suo movimento diretto, essendo diretto parimente quel del Sole, ella non continuerà a discostarsi da quello, se non sin' a tanto, che 'l suo movimento apparente sarà maggior di quel del Sole: ma andandosi il suo diminuendo, e mantenendosi quel del Sole, potrà accadere, che fatta più tarda, non più s' accresca, ma si vada diminuendo successivamente la sua distanza da quello. E questi due accidenti si sono esattamente verificati nelle due comete, delle quali noi favelliamo: conciossiacosa che quest' ultima, essendo orientale sempre si sia andata allontanando dal Sole, ma l' altra del settanzette, che fu occidentale, su 'l principio s' andò allontanando circa quattro gradi il giorno, che di tanto superava 'l movimento di quello, andando poi successivamente languendo, si che in poco più di venti giorni si ridusse con velocità eguale con esso Sole, onde più non se gli allontanava, e dopo restando vinta, cominciò il Sole a racquistarla, in tanto che nel fine le si avvicinava quasi mezzo grado per giorno. Io non voglio in questa parte dissimular di comprendere, che quando la materia, in cui si forma la cometa, non avesse altro movimento che 'l retto, e perpendicolare alla superficie del globo terrestre, cioè dal centro verso 'l Cielo, egli a noi dovrebbe parere indirizzato precisamente verso il nostro vertice, e Zenit, il che non avendo ella fatto, ma declinato verso Settentrione, ci costrigne a dovere o mutare il sin qui detto, quantunque in tanti altri rincontri così ben s' assesti all' apparenze, o vero ritenendolo aggiugner qualch' altra cagione di tale apparente deviazione. Io ne l' uno saprei, ne l' altro ardirei di fare. Conobbe Seneca, e lo scrisse, quanto importasse per la sicura determinazione di queste cose, l' avere una ferma, e indubitabil cognizione dell' ordine, disposizione, stati, e movimenti delle parti dell' universo, della quale il nostro secolo riman privo: però a noi conviene contentarci di quel poco, che possiamo conghietturare così tra l' ombre, sin che ci sia additata la vera costituzion delle parti del Mondo, poichè la promessaci da Ticone rimase imperfetta. E già che abbiamo con qualche diligenza esaminato tanti particolari, non sarà se non aene, che facciamo alcuna considerazione sopra la curvità della chioma, ò barba della cometa, intorno al quale accidente, non veggo avere scritto altri, che Ticone, ma, per mio credere, non più veridicameute, che degli altri particolari dependenti dall' umana conghiettura. Esaminerò dunque quanto egli ne scrive, e ritrovatolo al sicuro nulla concludeute, tenterò s' io possa produr cosa di probabilità.

Stima Ticone, che 'l tratto della chioma non sia altramente in se stesso, e realmente curvo, ma diritto, e che accidentalmente apparisca piegato, e torto: & in questo credo io aver' egli conforme al vero giudicato; e la cometa moderna si mostrò tal volta con la chioma incurvata, e alcuna volta dirittamente la distendeva. Ma nell' assegnare, ch' egli fa della cagione di tal accidentale apparenza, credo, ch' egli torca dal vero, più che la chioma dal retto. Egli riferisce la cagion di ciò all' esserci gli estremi della cometa disegualmente lontani dall' occhio, e dice, che in tutti gli oggetti visibili, che realmente sien dirittissimi, tuttavolta, che un de' suoi termini sarà più vicino al nostr' occhio dell' altro, accade che incurvati, e non diretti ci appaiano: e soggiugne di tale effetto esserne certe dimostrazioni di prospettiva in Vitellione, e Alazzeno. Io essendo primieramente sicuro della falsità della conclusione, volli vedere i luoghi de' citati autori, parendomi cosa strana, che scrittori di quella fatta avessero tanto solennemente traviato dal vero, ch' e' si persuadessero d' aver dimostrato quel ch' è indimostrabile, e falso. E anche parendomi gran cosa ch' un par di Ticone potesse essersi abbagliato nello 'ntendere le conclusioni di quegli scrittori. Tuttavia 'l primo ingannato sono stat' io, perchè veramente Ticone non ha inteso quel, che, nelle da lui citate proposizioni, hanno Vitellione, e Alazzeno dimostrato,i quali parlano di cosa lontanissima da tal proposito. Quel, che i detti autori cercano ne' luoghi addotti è, da quali indizi la nostra virtù giudicativa comprenda, quando una superficie piana veduta da noi sia esposta rettamente, e in maestà alla nostra vista, o pure obbliquamente, e in iscorcio. E dicono, che noi conosciamo la positura essere in maestà, perchè essendo le parti estreme dell' oggetto egualmente dall' occhio lontane, cadendo il raggio perpendicolare della vista sopra 'l mezzo dell' oggetto, con simile, e eguale distinzione veggiamo le parti destre, e le sinistre, perchè di qua, e di là son punti egualmente lontani dall' occhio : ma quando 'l medesimo oggetto sarà esposto in obbliquo, cioè con un' estremità vicina, e l' altra remota dall' occhio, allora, non trovando egli pur due punti egualmente da se lontani, dal veder noi le parti vicine distintamente, e le più remote di mano in mano più confuse, giudica la nostra facultà distintiva quelle esserci vicine, e queste lontane; che è conoscere, che tale oggetto sia esposto all' occhio obbliquamente, e in iscorcio. Sì che quivi non viene altrimenti scritto, che un' oggetto diritto appaia mai torto, e la parola obbliquo, non significa curvo, come richiede 'l bisogno di Ticone, ma vale quel, che noi diciamo in iscorcio, e a scancìo. Se la conclusion di Ticone fusse pur vera, altri potrebbe più agevolmente scusarlo, dell' avere, in trascorrendo superficialmente que' luoghi, franteso 'l lor senso, e parutogli al suo proposito accommodato, ove che la manifesta falsità della conclusione doveva rendergli que' luoghi non pur sospetti, ma senz' altro processo dannati. Sono poi tante, e sì frequenti le sperienze, che ci mostrano la falsità di tal conclusione, che grandemente mi maraviglio potere alcuno, ancor che di mediocre senso, rimanere ingannato. Non veggiamo noi continuamente antenne, picche, strade, torri, campanili, e mill' altre cose diritte, le quali da nessuna veduta, quanto si voglia in iscorcio,

giammai curve non appariscono? anzi tanto è falso, ch' una cosa diritta possa ingannarci, e parerci inarcata, mentre una delle sue estremità c' è più dell' altra vicina, ch' allo 'ncontro meglio non ci possiamo noi accertar di sua dirittura, che co 'l porre una delle sue estremità quanto sia possibil vicina all' occhio, e l' altra più, che si possa lontana: e in cotal guisa i legnaiuoli, con una semplice occhiata, comprendono la dirittura d' un legno: E di più soggiungo tanto essere il discorso di Ticone diametralmente opposto al vero, che se mai può accadere, ch' una linea diritta paia piegata, ciò avverrà quando le sue estremità saranno in pari lontananza dall' occhio. E così V.G. una cortina di muraglia dirittissima ci potrà parere, che si vada a destra, e a sinistra inclinando, mentre noi staremo a dirimpetto al suo mezzo, dove ella apparirà più alta, e più larga, che verso l' estremità, per la qual cosa il suo termine superiore apparirà inclinarsi verso gli estremi. Della nullità dunque delle ragioni di Ticone siamo noi ben certi. Ora proporrò quel, che sopra di ciò mi sovviene, più per darvi occasione di scoprire quel che di buono, o di reo ci si contenga, che perchè io risolutamente mi reputi d' interamente soddisfare al dubbio.Dico dunque eessere assai manifesto, e comunemente ricevuto, l' ambiente, che circonda la terra essere non aria semplice, e pura, ma sino a certa altezza mescolata con fumi, e vapori grossi, da' quali ella vien resa notabilmente più densa, e corpulenta, che 'l rimanente dell' etere superiore, il quale poi sincero, e limpido per immensi spazi si spande. E perchè tali vaporia circondano un corpo di figura sferica, cioè il globo terrestre, essi

ancora si fanno a simil figura, sì che la loro superficie esteriore è sferica convessa. Onde un oggetto visivo, che si ritrovi fuori di tal region vaporosa, dovendo nel venire all' occhio nostro constituito sempre entro alla profondità di cota' vapori, passare per un secondo diafano denso, è forza che nella superficie di quello talvolta si rifranga, e di figura alterata si rappresenti:

il che acciò meglio s' intenda, doviamo prima ridurci a memoria una general proposizione da' Maestri di prospettiva insegnataci, cioè ch' ogni refrazione si fa nello stesso piano, il quale perpendicularmente sega la superficie del corpo diafano, che del rifrangersi è cagione , sì che il raggio incidente, che da un punto dell' oggetto casca sopra la superficie del corpo diafano, lo stesso punto della 'ncidenza, il raggio rifratto, è l' occhio sono sempre in un medesimo piano, il quale passa ancora per la perpendicolare, che sopra la superficie del diafano rifrangente dal punto dell' incidenza si eleva. Ora fatta questa supposizione, e intendendo noi di parlare d' un oggetto di figura lunga, e distesa in linea retta, qual' è la cometa, dico, che all' occhio posto dentro all' orbe vaporoso egli può in due maniere rappresentarsi, imperciocchè, o l' occhio è posto nel piano, che, passando per la lunghezza dell' oggetto, si distende anche per lo centro della sfera vaporosa, o vero è fuori di tal piano. Se l' occhio sarà in cotal piano egli vedrà l' oggetto, quanto è alla figura, in niuna parte alterato, perche segando egli la sfera per lo centro, viene ad esser sopra la di lei superficie perpendicolarmente eretto: e però le refrazioni di tutti i punti dell' oggetto nello stesso piano si producono: ond' egli diritto all' occhio si rappresenta; anzi che, se l' occhio, oltre all' essere in cotal piano, fosse ancora nel centro, comprenderebbe tutte le parti dell' oggetto senza niuna rifrazione, perchè di tutti i punti di esso, le linee incidenti sarebbono perpendicolari alla superficie del diafano, e perciò rifratte al centro, e all' occhio perverrebbono: ma quando l' occhio sarà fuori d' esso piano è impossibile, che l' oggetto gli apparisca piu diritto, perchè il piano, che passa per l' occhio, e per la lunghezza dell' oggetto, non passando per lo centro dell' orbe vaporoso, non sega più la superficie di quello perpendicolarmente : onde in cotal piano, non possono più farsi le rifrazioni de' raggi dependenti da' punti dell' oggetto: ne si faccendo elleno nel comun segamento di tal piano, e della superficie dell' orbe vaporoso, ma in altra linea, è forza, ch' ella inarcata all' occhio, si rappresenti: perchè delle linee segnate nella superficie d' una sfera niuna apparisce diritta, se non quella, che vien fatta dal segamento d' una superficie piana, che passi per l' occhio. Questo, di che, per quanto in questo luogo si poteva, vi ho assai evidente demostrazione arrecato, può anche da voi Accademici, per esperienza esser veduto, perchè se piglierete una lente di cristallo assai grande colma da una parte, e piana dall'altra, e tenendo il piano verso l' occhio, porrete incontro al colmo una linea retta, vedrete col mutare la positura dell'occhio, e dell' oggetto, l' opposta linea or diritta, e ora inarcata, e comprenderete essa diritta dimostrarsi qualvolta il piano per essa, e per l' occhio, immaginariamente prodotto, sega la lente ad angoli retti: ma quando tale immaginato piano la segherà molto obbliquamente, essa linea piegata si scorgerà. Ora nel caso nostro, avvegnachè l' occhio non sia altramente nel centro dell' orbe vaporoso, la cometa, che in se stessa è realmente diritta, tale non ci apparirà ella giammai, se non quando ella fusse distesa in un piano, che passasse per l'occhio nostro, e per lo centro de' vapori, ch' è in somma il medesimo, che l' essere in alcuno de' nostri cerchi verticali: ma quando ella gli taglierà, sempre la vedremo incurvata e più, e meno, secondo che ella più, o meno trasversalmente gli segherà. E però costituito alcuno de' suoi punti nel nostro Zenit, retta apparirà, imperocchè ella si distenderà necessariamente per un verticale, e se non molto dal Zenit s' allontanerà, insensibilmente s' incurverà, benchè tagliasse alcuni verticali. E questo avviene imperocchè ad alcun altro ella resta quasi che paralella, ma abbassandosi verso l' Orizzonte, e quasi a quello paralella, distendendosi più, e più sempre apparirà incurvata, le quali diversità massimamente accascano, perchè il piano, che passa per l'occhio, e per la lunghezza della cometa, quanto più ella è elevata dall'Orizzonte, tanto meno obbliquamente sega la superficie dell' orbe vaporoso, onde i raggi incidenti meno dal retto inclinando, con minor rifrazione si conducono all' occhio, ed in conseguenza meno alterano la retta figura dell' oggetto. E poichè virtuosi uditori, da quanto sin qui si è discorso, s' è, per mio credere agevolata non poco la strada a meglio filosofare intorno alle conclusioni da noi esaminate, di quello, che non s' è fatto da Ticone, e da' suoi aderenti; io non voglio restare ancora di porger loro la mano in aiuto a distrigarsi d' un altro forse maggior viluppo, nel quale ritrovandosi esso Ticone, strettamente ne chiede aiuto, se non da alcuno più valoroso, almeno da più fortunato matematico. Egli costantissimamente scrive, e pretende di dimostrar la chioma, o barba della sua cometa essere stata sempre direttamente opposta non al Sole, ma alla stella di Venere, e bench' egli abbia le relazioni di molti grandi Astronomi affermanti moltissime altre comete essere da loro state diligentemente osservate aver tutte la chioma opposta sempre al Sole, vuol più tosto mettere in dubbio le attestazioni di tutti, e creder che tutti possano essersi abbagliati, forse per non avere avuto strumenti di tanto prezzo, quanto i suoi, che dubitar di se solo, e delle osservazioni proprie: Dall' altro canto poi dovendo la cometa originariamente depender da Venere, gli pare alquanto duro, come il lume suo, che pure è piccolo, e di poca efficacia, possa aver fatta una tanta riflessione, o refrazione, e cotanto splendida, e per quanto da quest' altro accidente depende, non sarebbe renitente a farla prole dell' immenso lume del Sole, ma non penetra poi, come ella potesse declinare dalla diretta opposizion di quello. Ora, incominciando a sciorre il nodo; dico primieramente la cometa non esser in verun modo refrazion del lume di Venere, il quale, e per la piccolezza, e per la debolezza, non essendo altro, ch' un lume reflesso del Sole in piccolissimo corpicello, non può fare un' altra seconda così grande, e lucida, rifrazione. In oltre, se nella materia della cometa si rifrangeva il lume di Venere, perchè non anche nel medesimo tempo vi si faceva rifrazione di quel del Sole, formando un' altra cometa in grandezza, e lucidità all' altra di gran lunga superiore? Certo, che nessuno ostacolo veniva interposto tra la cometa, e 'l Sole, cha potesse impedire la 'ncidenza de' raggi suoi: e non si essendo fatto altro, ch' una sola cometa, è ben più credibile che sia mancata la dependente da Venere, che la prodotta dal Sole. E finalmente, chi volesse pur sostenere la cometa di Ticone esser fatta da Venere, bisogna per necessità, che ei dica tutte l'altre parimente dal medesimo fonte esser derivate, e vane, e fallaci essere state tutte le conghietture, e osservazioni di tutti gli altri autori, che l' hanno osservate, e riconosciute dal Sole: la ragione è assai manifesta, imperocchè se alcune nascessero dal Sole, e alcun' altre da Venere, le solari sicuramente dovrieno essere infinitamente più splendenti delle Veneree, cioè tanto più, quanto il Sole è più splendido di Venere: ma non si è veduta, ne sentita alcuna notabil differenza quanto è alla splendidezza tra cometa, e cometa, adunque se la Ticonica è prole di Venere, tutte l'altre ancora da Venere hanno avuta origine, il che poi io non credo ch' alcuno sia per credere, ne per credere, che avendo Venere, che pur sempre si trattiene intorno al Sole, mille volte incontrato materia disposta a rifrangere il lume suo, e formarne comete, il Sole giammai non abbia avuta una tale occasione: ma crederò bene, che rifrangendosi i raggi del Sole, formino le comete, alla cui formazione restino que' di Venere, e d' ogni altra stella di grandissima lunga impotenti. Sciolto questo vengo all' altro capo, e dico tener per fermo, che Ticone si sia ingannato nel credere, e affermativamente replicar mille volte, che la chioma della sua cometa fosse dirittamente opposta a Venere, e non al Sole, ed ha lo 'nganno suo avuto origine dal non gliele avere addirizzata a ragione, e parmi ch' egli troppo d'autorità, e d'arbitrio riduca la curvità di essa chioma alla dirittura d'una linea retta, che si produce dal mezzo dell'estremità de'capelli per lo centro del capo, potendo ella ridursi alla dirittura d'infinite altre linee rette verso altre, ed altre parti prodotte, avvegna chè in tante guise si possa ridurre a dirittezza una linea incurvata, in quante, mentre fu retta, si potette piegare. Ora d'una linea retta si può lasciar nel suo stato uno de suoi estremi termini, e incurvar tutto 'l resto, e così si piega la pertica di quegli, che lavorano a tornio. Si può anche lasciare immobile il punto di mezzo, ed inclinare il resto all'una, e all'altra mano, e così si piega un arco: e finalmente si può fissare qualsivoglia punto di essa linea e piegar tutte l' altre parti di quà, e di là. Così all'incontro nel raddirizzarla possiamo ritener qualsivoglia suo punto immobile, movendo tutti gli altri verso la dirittezza: ch'è il medesimo in somma, come se noi dicessimo, che una linea si può ridurre alla dirittura, di tutte le rette linee tangenti l'arco in qualunque suo punto, le quali sono infinite, e verso infiniti luoghi riguardano. Se Ticone havesse fatta questa considerazione, e l'avesse poi accoppiata con l'altre cose, cheegli scrive, veramente, che trovava la chioma della sua cometa esser opposta rettamente al Sole, e non a Venere. Concio sia cosa che egli primieramente dice, che la sua curvità è solo apparente, e non reale, e ch'è una illusione della vista, per essere un'estremità della cometa vicina all'occhio, e l'altre parti più, e più lontane, dal che depende l'apparir curva. Dice poi, che quando la cometa derivasse dal Sole, il capo d'essa sarebbe lontano, e l'estremità della chioma vicina all' occhio del riguardante, tal che procedendo lo 'ncurvamento, secondo che le parti della chioma più, e più s'allontanano dall'occhio, esso incurvamento si viene a fare restando nel suo vero essere l' estremità verso l'occhio, e inclinandosi conseguentemente tutti gli altri punti della sua lunghezza; e però nel ridirizzarla bisogna ridurla alla tangente dell' arco, nel termine verso l'occhio. Ora prendiamo la medesima figura posta da Ticone, e tiriamo questa tangente, che la troverremo andar giusto a ferir nel centro del Sole. Questa conclusion vera poteva Ticone dedurre dal suo principio, benchè falso in quello, ch'appartiene alla cagion dell'apparir la chioma inarcata, come di sopra si è dichiarato: ma perchè l'effetto, cioè l'apparire incurvata è vero, e vero è ancora, che la curvatura si può ridurre a varie linee rette tangenti, non dovrà appresso di noi rimaner dubbio alcuno, che tra queste vi è anche quella, che va a ferire il Sole, la qual poi è la vera direttrice della curvità. E finalmente, avvegnachè non tutte le comete sempre si mostrino inarcate, anzi che la medesima è talvolta diritta, e talora piegata, secondo ch'ell'è molto, o poco elevata sopra l'orizzonte, e più, o meno volta verso il nostro vertice, come di questa ultima è accaduto, poteva Ticone consigliarsi con le dirette, che sicuramente l'avrebbe trovate che elle riguardano il Sole. Questo è, gentilissimi Accademici, quanto io, in suggetto così controverso, e dubbioso, francheggiato anche dell'altrui fatiche, ho saputo arrecarvi. Conosco, che avanti a questa dottissima corona d' auditori, non conghietture, ma si bene saldissimi discorsi, e finissimi componimenti si suole, e debbe portare, ma non avendo io per ora cosa maggiore, ho amato meglio quanto io ho appresentarvi, che con le man vote comparire al vostro cospetto: perchè in materia di scienze, e d'ingegno io non approvo, ne seguo il parere di Euripide.

Povero essendo a te ricco non voglio Donare acciò 'l dator tu non derida, Ne creda, che nel dare io t' addimandi.

Dall'esser da voi derisi questi miei poveri doni n'assicura la benignità vostra; confesso bene di pretendere di agumentar con essi infinitamente il mio poco avere, non avendo ad altro fine oggi queste dubitazioni postevi innanzi, se non acciò elle ne' vostri elevati, e purgatissimi intelletti, quasi seme in ben fondato, e fecondo terreno apprendendosi, vi acquistino virtù, e germoglino al mondo certissime dimostrazioni, onde vegniamo in piena cognizion di quel vero,

Che puote disnebbiar nostro intelletto.